lamentele e desideri

18 marzo 2013

Come poteva continuare a desiderare cose di tutti i giorni: pace e serenità, indipendenza e benessere, salute e amore? Non è più un fatto di buona educazione. Lei parla. È cresciuta col microfono per biberon, e dice che il suo vero desiderio è poter disporre di tutta se stessa al meglio, senza condizionamenti. Che follia! presumere l’assenza di condizionamenti è follia. Ma stato di grazia è dimenticarli e illudersi che quanto si persegua sia davvero puro e incontaminato atto di autodeterminazione. Io sono, e scelgo. Lei non sa che l’unico atto di volontà possibile è tirarsene fuori, biasimare, accusare, imprecare, voler prospettare una rivoluzione, emanare un’aura di cambiamento. Dire come sarà ad altissima voce. Solo in questo gesto artistico e retorico c’è la libertà di essere sogno.


treno

17 marzo 2013

“Si vide la notte biancheggiare di sassi, in una sua fenditura che si aprì e si richiuse in pochi secondi; e il treno rallentò di più, si videro di nuovo lucciole, di nuovo si udirono i grilli, si sentì il fresco odore dei monti coperti di carrubi”. Di queste descrizioni è ricca la scrittura di Vittorini. Si potrebbe leggere, rileggere più volte, col desiderio di cogliere quel di più che produce. Si immaginano carrubi, grilli, lucciole: il luccichio, il suono, l’odore. Mentre un treno rallenta. La carica poetica della descrizione è fortissima, come una metafora gigantesca di uno stato d’animo regressivo. Tornare indietro alla ricerca della verità. Viaggiare a ritroso per ritrovare una nuda verità. Come è difficile oggi poter scrivere una pagina simile. Non è più letteratura contemporanea questa. A noi è compito scoprire la nostra verità, e vestirla al suono dei grilli anzi, al lucore delle lucciole. Ma, dentro il nostro cuore, questo viaggio all’indietro, ha altro sapore, quello della sconfitta, non del ritrovamento. Tanto è difficile rientrare nel tempo della natura. Non svelamento, ma rassegnazione. Oppure non sarebbe un luogo di povertà ma di estremo privilegio. Il privilegio di vivere senza cemento è di pochi. Di pochissimi il privilegio di viaggiare in treno lontanissimi dal resto del mondo. Tanta poca letteratura contemporanea è da leggere oggi. Con le storie e le forme di un cinquantennio fa. Tentare di raccontarsi è una urgenza di chi scrive.


elogio dell’oblio

15 marzo 2013

Questa smemoratezza che si fa spettacolo, vorrà forse raccontare qualcosa che è davvero impalpabile. Questo bellissimo sogno, d’una collina piena di case, e di una casa di prete, inarrivabile e isolata, ma splendidamente aperta sulla valle. Tutti i balconi sulla valle. Un casa cadente, col ballatoio fragile, lontana dagli uomini civili. Questa smemoratezza che s’illumina nei casi in cui non si percepisce fondo di veritá. L’oblio del superfluo. Se non sono io, è l’altro me che gli dà udienza. Un’altra realtà, vera, parallela, in letargo.


Elio Vittorini, e il traforo del Frejus come le Piramidi

11 marzo 2013

imagesIl Sempione strizza l’occhio al Frejus. Una storia di povertà e disoccupazione, intorno al tavolo della stanza da pranzo. Tensione formale, valenze astratte dei personaggi, forme narrative che disegnano condizioni mitiche. Un rigirìo di pensiero che rimanda antelitteram a Stefano D’Arrigo. È provincia il luogo del racconto, il ponte sul Lambro. Ma anche questo lungo e infaticabile interno è provincia, come dire è in ogni tempo. Questione antica, il nonno improduttivo. Chi mangia e pesa nell’economia della casa. La scomparsa eroica dentro il bosco, come gli elefanti che cercano il luogo dove morire. Togliersi dai pensieri quotidiani, morire con dignità. Sarebbe una storia di oggi, con la variante della tivù che racconta pensieri finti, il cibo in scatola già pronto, il benessere elettronico, e l’essenziale, la libertà di esistere diversamente, mangiato dalla noia, la disoccupazione materiale e sentimentale. Una descrizione di paesaggio industriale, diremmmo città. I treni immancabili che corrono sulle rotaie vicino a un bosco, che dà ricordo di cosa si sarebbe se fossimo natura. il binario sommerso dalle ortiche. Guancia appoggiata alla città. Uomini liberi, e non di qualcuno. Non prestidigitatori come nei nostri tempi. I tempi in cui si soffriva la fame, quelli del dopoguerra. I tempi oggi in cui si soffre d’altro.
Nel giro di certi dialoghi, nel cerchio ripetitivo del significato mi sembra rivedere l’ottusità essenziale di certi siciliani tutto dialetto e mani sporche, una ottusa genialità che così pare all’istruito filosofo, ma che non è altro che mente attorcigliata torno torno lo Abc della esistenza.