treno

17 marzo 2013

“Si vide la notte biancheggiare di sassi, in una sua fenditura che si aprì e si richiuse in pochi secondi; e il treno rallentò di più, si videro di nuovo lucciole, di nuovo si udirono i grilli, si sentì il fresco odore dei monti coperti di carrubi”. Di queste descrizioni è ricca la scrittura di Vittorini. Si potrebbe leggere, rileggere più volte, col desiderio di cogliere quel di più che produce. Si immaginano carrubi, grilli, lucciole: il luccichio, il suono, l’odore. Mentre un treno rallenta. La carica poetica della descrizione è fortissima, come una metafora gigantesca di uno stato d’animo regressivo. Tornare indietro alla ricerca della verità. Viaggiare a ritroso per ritrovare una nuda verità. Come è difficile oggi poter scrivere una pagina simile. Non è più letteratura contemporanea questa. A noi è compito scoprire la nostra verità, e vestirla al suono dei grilli anzi, al lucore delle lucciole. Ma, dentro il nostro cuore, questo viaggio all’indietro, ha altro sapore, quello della sconfitta, non del ritrovamento. Tanto è difficile rientrare nel tempo della natura. Non svelamento, ma rassegnazione. Oppure non sarebbe un luogo di povertà ma di estremo privilegio. Il privilegio di vivere senza cemento è di pochi. Di pochissimi il privilegio di viaggiare in treno lontanissimi dal resto del mondo. Tanta poca letteratura contemporanea è da leggere oggi. Con le storie e le forme di un cinquantennio fa. Tentare di raccontarsi è una urgenza di chi scrive.