sedia

17 marzo 2017

vittorio_alfieri“Non mi trovava almeno più nella dura e risibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo me stesso da potere fuggire di casa, e ritornare al mio carcere. Questo era anche uno dei tanti compensi ch’io aveva ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami nascosti sotto il mantellone in cui mi avviluppava, ed avendo libere le mani per leggere, o scrivere, o picchiarmi la testa, chiunque veniva a vedermi non s’accorgeva punto che io fossi attaccato della persona alla seggiola. E cosí ci passava dell’ore non poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte di questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sentendomi passato quell’eccesso di furiosa imbecillità, sicuro di me, e riassodato il proponimento, gli accennava di sciogliermi.”

(Vittorio Alfieri, Vita)


Catania

17 marzo 2017

IMG_0138“Devo tornare indietro, al viaggetto a Catania. Stavamo nella casa di un artista, un pazzo autentico che aveva fatto di ogni stanza un’istallazione – costringendosi a vivere in spazi di pretenziosa scomodità. Tulle, cartapesta viola, chiodi, plexiglas; anche in bagno, in cucina. Simbolismi freddi, e freddo anche materialmente, termosifoni spenti per non danneggiare le ‘opere’. Più che a bere qualcosa eravamo in visita guidata.”

(Walter Siti, Troppi paradisi)


La ferita dell’aprile, Vincenzo Consolo

17 marzo 2017

9788804577430_0_0_349_80Quella letteratura che chiama le cose per nome e cognome, usando gli attrezzi sterilizzati del chirurgo, mi annoia. Quando al nome e cognome rimangono invece attaccati parassiti e microbi, leggere diventa immaginare. Il grado zero della lingua italiana adoperata per romanzi e traduzioni dal cinese o dal congolese, è stancante per me. Specie per romanzi opere prime di cinquecento pagine. La letteratura italiana si è sposata spesso con una lingua regionale. Il mercato che sterilizza il linguaggio allontana dalla realtà, dalle cose e dalla verità. Si diventa anglosassoni con una lingua parlata e compresa da miliardi di persone. Si dimentica la tradizione espressiva della nostra lingua. Forse è un bene?  Allora io eleggo come campione della letteratura italiana del secondo novecento Stefano D’Arrigo. Leggo anche Vincenzo Consolo e trovo parole e frasi che solamente loro mi regalano significati e poesia, creano frammento, ma intenso ed evocativo.

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