Nevica e ho le prove, Franco Arminio

18 marzo 2017

“Nei libri si devono scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli, merendine”. I giovani e i vecchi, le donne, i luoghi. Questi tempi che sono dell’accidia. Un gesto costa la fatica della rivoluzione, e si rimane in coda. Senza neppure scorgere l’ingresso alla vita. Una lunga attesa: del lavoro, dell’amore, della felicità. Non c’è neanche la sofferenza ribelle. C’è nebbia, senza poesia. Il mare, senza onde e rumore. Le case, concentrato della modernità sbilenca. Hanno tolto via lo spazio tra le persone. Si galleggia in uno strato di marmellata di albicocche, zuccherata. Il fondo della torta non c’è. L’equilibrio della pizza. L’evocazione di una serata felice. Sorrisi, comprensione, unione. Un’attesa. In questo tempo in cui i morti sono più vivi dei vivi; in cui i vivi attendono la vita e i morti scoperchiano le tombe e sono tra di noi, con l’ombra della felicità; in questi tempi i giorni sono pagine linde e immacolate. Non c’è niente. In giro, si va solo per dovere. Ci si spreca con le parole invisibili: ci si spreca coi fantasmi. E i vecchi diventano decrepiti, i giovani non diventano adulti.
Una panchina vuota. Un campo verde. Una nuvola, il cielo azzurro. Siamo già nel futuro. Nevica e ho le prove.


Il concerto, Mario Soldati

18 marzo 2017

È un breve racconto scritto nel 1930, che trovo in un volume della Oscar Mondadori del 1979 intitolato L’amico Gesuita. Oggi il racconto è pubblicato da Adelphi all’interno di una raccolta intitolata Salmace. C’è un motivo di fondo: il desiderio di cose alte e spirituali, che sfocia in comportamenti ipocriti o socialmente ridicoli. Laura è una giovane pianista, laureata in lettere. Vive in casa coi genitori, e disprezza, come solo i giovani ingenuamente sanno fare, “questa vita comoda, pigra, difesa, piena di soddisfazioni per la vanità”. La musica per Laura è strumento di sogno, e quando interpreta il suo concerto attraversa emozioni allo stato gassoso. Ma non le basta la dimensione intangibile e sfuggente, desidera quella materiale. La vita felice è altra cosa della musica e del pianoforte. Così la ragazza ha pianificato la propria rivoluzione: abbandonare casa e “lavorare” come cameriera presso una bella cantante di rivista.
La sera stessa del concerto, dopo aver ottenuto apprezzamenti dal pubblico riunitosi in un salotto borghese, Laura fugge per sostenere il colloquio di lavoro e cambiare vita. Viene introdotta nel camerino di Diana Francy. La donna interroga la ragazza la quale, incapace d’inventarsi un’altra identità, afferma di non saper fare proprio nulla di quanto le viene richiesto e confessa di essere una musicista: Laura è incapace di ondulare capelli, manicure, pedicure, massaggi, però suona Chopin. E allora perché questa ragazzina vorrebbe fare la cameriera? Ecco, la risposta ce la fornisce la stessa Diana dialogando con Guido, senza sapere che proprio quel Guido sia il padre di Laura: Guido, che quella sera era andato a fare visita all’amante e ha assistito a sua insaputa all’umiliazione della figlia, nascosto dentro un camerino adiacente. Diana esclama: “È innamorata di me! È strano come le donne vanno pazze per me. Almeno fossero belle ragazze. Ma no, tutte brutte che fanno ribrezzo…” . La parolaribrezzo è la stessa che l’autore adopera nel commentare l’effetto che la familiarità con cui la cantante le si rivolge, produce in Laura: “tremava di piacere e di ribrezzo”.
Mario Soldati, religioso invero ma anticlericale, non si astiene dal commentare la disarmante ingenuità della ragazza che avrebbe potuto inventarsi nuove abilità pur di stare in compagnia dell’adorata. Soldati scrive: “le mancava il coraggio di dire facili bugie. E non era sincerità … ma era l’antico terrore di fare appunto quello che aveva desiderato… quanti gusti naturali scomparsi, per questo terrore che le monache avevano comunicato ai suoi nervi bambini… di quale insanabile stortura morale ella era preda, poi che aveva perso la Fede e non gli scrupoli della fanciullezza… questa paura di non saper peccare, non era semplicemente un’ultima e più raffinata tentazione? Non era l’unica via che il demonio poteva seguire per vincere la purezza di un’anima vissuta lunghi anni in istato di Grazia?”
La moglie di Guido è una fervente dogmatica. Quando il marito riferirà la vicenda, pur cauto a non compromettere il matrimonio, la madre, responsabile dell’educazione, non vorrà credervi, attribuendo la diceria all’invidia della gente.

Leggi il seguito di questo post »

Un uomo che dorme, George Perec

18 marzo 2017

IMG_0140È il tono di voce che innalza la temperatura della scrittura. La voce dell’autore che non senti, ma c’è. È una musica, potremmo dire; una musica speciale senza note ma fatta neanche di parole, queste sarebbero solo veicoli con a bordo pulsazioni e sudore. Le parole messe così, una dopo l’altra, con quell’ordine e con quell’incedere, fanno il tono di voce. Riproducono la tensione, l’intenzione, la passione, l’emozione, l’energia, la commozione. Spesso la commozione e la rabbia, se penso a una scrittrice siciliana. La commozione e la rabbia. Il tono di voce fa il racconto. I contenuti invece lo rendono interessante. Capita di leggere racconti che hanno un tono, un saper dire ammiccando e alludendo; è un tono artifizio. Io parlo invece di quella voce scritta che è, e lo percepisci, solo una labile ombra di quel pathos che governa le arterie dell’autore. Un’ombra, imprecisa rispetto l’originale, ma necessaria. Ora è questo, queste parole, questa voce: necessaria per me, ne colgo la fragilità sopra un fondale. Più la storia è tutta al di fuori della parola, più c’è vita. Più il tono di voce è la parola stessa, altrettanto povero sarà il risultato finale. Leggi il seguito di questo post »


Viaggio nel cratere, Franco Arminio

18 marzo 2017

IMG_0139“Credo che stare in un paese aiuti a capire come va il mondo o come non va”. È bizzarro, eppure credo che potrebbe essere proprio così. Nelle città non accade più nulla, dicono (ma non ci credo al cento per cento). Nei paesi è lo stesso, eppure il nulla si può osservare, perché si può respirare ancora un’aria dimenticata d’umanità. Diciamo le pietre. C’è paese e paese. Il tempo lento combatte l’accumulo dei desideri. La stasi infligge i suoi dubbi alla noia delle storie e delle parole che non appartengono a nessuno.
I paesi dell’Irpinia, dice Arminio, non sono più come una volta. Il terremoto dell’ottanta li ha modificati. È arrivata la ricostruzione, i contributi e gli scempi architettonici. L’emigrazione aveva prima fatto abbandonare i centri storici e chi ritorna ormai vive nelle case con garage e cancello automatico.
Leggi il seguito di questo post »