Requiem aeternam

13 giugno 2019

Dalla prora di un castello immaginario, la rocca di Motta Camastra, in provincia di Messina, guarda campi e paesi, il fiume e un rettangolo di mare. Il vulcano svetta, i giardini rinfrescano nella calura e gli orti celano rose e gerani. Nel 1719, il 26 giungno, fu seppellito qui, in questo borgo del messinese, un generale austriaco, ferito mortalmente durante l’efferata battaglia che divampò tra Spagnoli e Austriaci. A Francavilla, lá dove oggi sorge il cimitero, in quella collinetta, le artiglierie spagnole fermarono il nemico che scendeva dai Monti e gli austriaci dilagarono nel sangue trascinato dalla corrente del fiume Zavianni. Ma quella difesa spagnola non proibì che il nemico aggirasse Francavilla, scendendo a valle dalle contrade che s’alzano sopra Motta Camastra. Allora gli austriaci cominciarono ad essere vincitori, non più della battaglia, ma della guerra di Sicilia. E il generale austriaco, un certo conte di Wolkestein, perse la vita e trovó pace in una tomba che oggi è possibile rintracciare all’interno della chiesa Matrice del piccolo borgo alcanterino. E c’è dunque una lapide con inscrizione funeraria, che ricorda l’esistenza del generale quarantenne, i titoli nobiliari, la sua educazione e i primi passi della carriera militare. Lector requiem aeternam et precare. Queste le ultime parole rivolte a chi legge, che possa invocare l’eterno riposo. La guerra terminò dunque con una pace che concesse, non in eterno stavolta, la Sicilia all’Austria. Sono così trascorsi trecento anni, e le pietre parlano ancora. L’intero borgo di Motta Camastra parla anche di una storia recente. Ma non di principi. La storia di cui è pregno il borgo è quella dei contadini, degli ultimi e dei poveri: le case di pietra, i gradini battuti dal ferro degli zoccoli degli asini, i sentieri per la montagna, le stalle. E oggi tutto questo ha il sapore di un parco archeologico della civiltà contadina. Non rovine di templi greci o colonne doriche, ma archeologia rurale: la tomba di un nobile generale della Carinzia tra l’umile e laboriosa esistenza dei figli della terra.

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