Fiore

luglio 14, 2019

Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo si ribella, perché i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all’essere divelto dal suo stelo: la sua anima esala più odorosa quando più caldo è il sole. La “rosa”, la “viola”, il “gelsomino” sono titoli per poeti soavi: “La Ginestra” è il titolo di un grande canto del penultimo nostro poeta profeta. Questo umile fiore poté a lui inspirare un testamento di verità e di fede a beneficio dell’uomo. Ed era in fin di vita, il nobile, il grande profeta, ed era ammalato senza speranza! E i libri dei letterati dicono che Giacomo Leopardi fu misantropo, scettico, e pessimista. No, egli fu un santo! Crede il volgo che i santi siano soltanto quelli che portarono la tonaca del fraticello e subirono la tonsura. Che errore! Anche San Francesco era morente, sparuto, esangue, quando fra gli olivi soleggiati di San Damiano compose il suo Cantico al Sole. Cantano i cigni più dolcemente quando la morte s’appressa. Oh, siate laudate anche voi, anime grandi, e laudano sia il popolo d’Italia quando spezzerà i sigilli degli evangelici che i suoi santi a lui lasciarono per testamento!

(Alfredo Panzini, La lanterna di Diogene, 1907)


Scrivere

luglio 13, 2019

Per scrivere devo sempre calmarmi, sedermi o appoggiarmi da qualche parte, e non fare resistenza al tempo che passa. Posso anche scrivere camminando, ma dopo ritrovo nel quaderno solo liste di cose che ho visto, senza l’apertura dello spazio in cui le ho viste.

(Gianni Celati, Verso la Foce, 1989)


Uccelli

luglio 12, 2019

“Seguendo l’uomo nel pioppeto abbiamo scoperto una bella casa signorile d’altri tempi, immersa nell’acqua quasi fino al primo piano. È circondata da abeti, robinie, pruni, ciliegi in riva al Po. Sul balcone si sono arrampicate l’edera e la vitalba avvolgendo tutto, e lassù c’è un merlo che manda richiami a due note. Subito dopo arriva un frinire e chiurlare d’altri uccelli, e cuculi e gracidii nel folto, tutto un risuonare d’abitudini che danno sensazioni comiche.”

(Gianni Celati, Verso la foce, 1989)


Casa

luglio 12, 2019

“Nella pioggia sono andato a vedere la città morta, sotto l’argine verso il fiume. Case abbandonate dopo la grande piena del 1950, la città vecchia è ora tutta invasa dalla natura. Fronde di grandi alberi, cespugli di rovi, liane di vilucchio la avvolgono. Uno stretto sentiero porta ad un intrico di tetti sprofondati, muri su cui sono cresciuti arbusti e alberelli, persiane crollate e ricoperte di terriccio e papaveri. C’è un fico i cui rami sono diventati l’arco d’ingresso ad una casa crollata, e di lì si penetra in un antro buio che forse era un’altra casa, ma adesso sembra una grotta piena di arbusti e di merde.”

(Gianni Celati, Verso la foce, 1989)


Uomo

luglio 10, 2019

Nella hall del Sophitel, l’unica cosa che mi attira è una scultura indigena di legno a grandezza naturale, davanti alla porta del terrazzo. Bellissima scultura che viene dalla Cassamance, credo, e rappresenta l’uomo bianco come esploratore, dotato di cappello da esploratore, fucile da cacciatore, calzoni corti da vacanza turistica. È una figura che coglie l’essenza comica dell’uomo bianco. Perché i bianchi hanno sempre l’aria di dire: “Tutto sotto controllo, sono calmo, vedete?” Lo dicono con gli sguardi, con i vestiti, con le automobili, con i calzoni corti da vacanza, con tutti i segni della moda, oppure col fucile da cacciatore. Ma l’ansia di padroneggiare le stazioni li rende quasi tutti comici o scomposti, sempre col pensiero in una mappa, in un codice legale, nel progetto d’un futuro, nella nostalgia d’un passato, mai qui nell’indistinto presente dei momenti qualsiasi. Forse è la loro natura, come quella degli uccelli, alcuni più scomposti di altri, alcuni più leggeri o più pesanti, ma ognuno obbligato a fare quei voli come se andasse dietro alle sue chimere.

(Gianni Celati, Avventure in Africa, 1998)


Casa

luglio 10, 2019

L’impressione è di essere nei posti sperduti di montagna dove andavo da bambino. Anche da noi c’erano questi borghi silenziosi di vecchie case, con l’aria d’essere spuntati dalla terra assieme agli alberi e agli arbusti, nell’antica confusione delle cose.

(Gianni Celati, Avventure in Africa, 1998)


Incipit

luglio 8, 2019

Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato. Pareva che il mio giardino, mentre noi non c’eravamo, avesse fatto festa, ballato sino all’alba e vomitato (sentivo anche, ma forse era un’impressione, odore di cose scadute, vino acido, vermi schiacciati sotto i piedi). Scansai la pozzanghera su cui galleggiavano insetti e lunghi filamenti. Davanti a me l’edera del pergolato aveva raggiunto con un balzo la scala e si accoppiava coi petali della solandra, le piccole unghie affondate nel calice. Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro. Mi abbandonai sulla panca. Una foglia si staccò dal ramo e sibilò ai miei piedi. Le lingue rosa della buganvillea, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un pezzo di tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in albero. Un breve, deforme, trinchetto della felicità. Non riuscii a toccarlo. Si strofinavano sul muro anche i rampicanti del vicino, che scavalcate le recinzioni si erano lanciati sull’agave, in un groviglio che aveva qualcosa di terrifico. meraviglioso, anche. Il bello è che non ci eravamo mossi da casa. Quando era successo tutto questo? Il tramonto si era compiuto. Sentii lo sguardo strisciante dell’edera che guizzava sulla ringhiera. Sotto la gonna a fiori, un rampicante mi si avvitava addosso.

(Elvira Seminara, L’indecenza, 2008)