La Morale del Criceto

febbraio 25, 2020

Il secondo capitolo della Trilogia del Cavallo

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Il Bacio di Giada

febbraio 22, 2020

In cortile i camerieri capovolgono le sedie sui tavoli.
C’è anche chi soffia fumo dal naso.
– Convivo con le vertigini – ha continuato a dire Patrizio nella testa di Mario. – È normale avere la vista annebbiata quando hai un calo di zuccheri. – Mario annuisce, vorrebbe saperne di più. – Sto davvero molto male – confessa Patrizio. – Ho preso una decisione. Non mangerò più carboidrati. Il cervello ha bisogno di zuccheri? Quelli naturali bastano, frutta e verdura. Dopo due anni che stai così male, ti aggrappi a tutto. I carboidrati danno false sensazioni di sazietà generando improvvisi cali glicemici che richiedono altri carboidrati… è un circolo vizioso. Convivere coi tremori? No, basta. Fino a qualche anno fa viaggiavo. Ora sono finito. Vado a lavoro solo per uno strano equilibrio psicofisico. A casa invece è un’agonia. I dottori? Non mi hanno saputo dire nulla. Tac, risonanze, lastre. Niente. Scusami per lo sfogo, sei l’unico con cui posso parlare.

Patrizio riprende il coltello e taglia un boccone di carne, Mario invece sorseggia vino rosso. Il cielo sgombro di nuvole è buio. Il cortile adesso è spazioso, un bivacco fumante. Mario è arrivato alla conclusione che c’è sempre qualcuno che sta peggio di qualcun altro. Questa constatazione lo fa stare meglio. Le persone alla fine tutte hanno i loro problemi. Mario, pure lui, ha i suoi problemi a lavoro, una madre rompicoglioni, la gente in giro che non si sa più chi sia. Il suo unico pensiero positivo è Giada, quell’inconsueta combinazione tra il cervello femmina e la femmina animale. 

Intanto Patrizio continua a raccontare quanto sia difficile vivere agitati dalla paura che qualcosa improvvisamente possa accadere, qualcosa di veramente brutto: l’angoscia di essere trasportati in una corsia d’ospedale in cui gli estranei osservano dall’alto in basso e sorridono per offrire un po’ di carità, e tu invece non te ne fai niente della compassione. Vorresti avere accanto un altro te stesso che tieni per mano mentre il dottore tasta lo stomaco. Patrizio se ne frega della commiserazione. L’unica cosa che potrebbe accettare è la compassione di un prete che per aiutare gli altri non percepisce stipendio. Un prete è più serio della gente ordinaria. Non sorride dispiaciuto. Un prete sa quanto si soffra a vivere soli. Non regala aria fritta. E questo fatto che il prete riconosce la solitudine e non regala aria fritta, fa venire gli occhi lucidi a Patrizio che a questo punto interrompe il ragionamento. Vive un momento difficile. Per lui, che ha sempre considerato la vita intellettiva una scelta esistenziale, quando è il momento di commuoversi, si è fatto già troppo tardi.

Leggi tutto il racconto qui.


Quale confine, Gabriella Grasso

febbraio 19, 2020

Nella poesia Azzurra notte il vulcano e la luna sono statici, imponenti e anche sovraumani. Il primo è roccia e fuoco, la seconda è serenamente appesa. Tutt’intorno il cielo è azzurro, e le stelle danzano. Tutt’intorno è vita e forse anche felicità. Rimangono saldi il vulcano e la luna. “… e vive ancora/ questa nostra notte/ il suo azzurro momento/ di felicità. La felicità dura il tempo dell’illusione, finché le cose saranno trasmutate in luce. Finché la materia non apparirà solo materia, c’è vita.

In Vuoti e pieni c’è un volto irriconoscibile (Nel vuoto/ del tuo viso che manca), inespressivo come la luna appesa in cielo, se non fosse magica perché immersa nella luce azzurra della sera. Le promesse, le azzurre promesse, e le fertili parole trattengono sullo scoglio della vita, e non si muore.

La poesia in limine, annuncio di poetica: Contatti. (Ero un pezzo di carne/ e di sangue che stillava/ dalla finestra … Per il mondo/ sono dovuta diventare/ account …). La poetessa si riappropria dell’autenticità del corpo, e dal proprio corpo come da una finestra sempre spalancata nel mondo, cerca di dare definizioni sullo stare nell’esistenza, filosofeggia per immagini. Stare al mondo significa perdersi. Ci si ritrova, si è, stando e osservando dal proprio luogo. Solo dal proprio luogo si comprende qualcosa dell’esistenza, e si promette respiro vivo e voce umana. Quale sia il luogo di Gabriella Grasso mi è difficile affermarlo. Sicuramente non è un luogo isolato, ma un luogo di contatto, da cui abolire le differenze, ritrovare il dialogo e la condivisione. Un luogo senza finzioni e confini. Così come è reale e irreale il paesaggio del vulcano, inesorabile e metafisico. Il luogo da cui comprendere la vita (sembrerebbero versi che rilanciano una sapienza soggettiva) è quello della fatica dell’amare, senza che mai la parola amore venga sbandierata. L’abbraccio che slega e allunga il passo nei confini degli altri, in torrenti ormai aridi, salite e strettoie; in altri abbracci di pochi istanti serpeggia/quel rivolo di noia ed ebbrezza/che ci appare vita.

Poesie che ricorderebbero una tradizione classica – quelle lunghezze di versi che inseguono altri versi per mezzo di connettivi e participi (si sopravvive … notti/senza speranza/schiacciati sotto il peso/ …. che … / che … /e) – se non la tradizione di metà ventesimo secolo riassunta in Quasimodo e Montale (Mi hai posato una conchiglia sulla spalla; il figlio dell’uomo non ha/pace e casa/…). Punteggiatura rarissima, strofe che sconfinano nelle successive, immagini talvolta immediate (lasciamo in dote un abbraccio/che sappia di pace e gioventù), altre volte rese enigmatiche per un accumulo coerente e contrastivo (Datemi un orizzonte … avessi almeno/ l’impulso il tremore … ).

Il volume s’intitola Quale confine, l’autrice è Gabriella Grasso, l’editore Kolibris. Da innaffiare come una piantina che cresce e rinverdisce col passare del tempo.


Foscolo e Parini

febbraio 13, 2020

In tempi in cui scrivere era attività dell’intelletto, prima ancora che commerciale; quando il libro era prezioso e per pochi, cioè nella prima metà dell’Ottocento, quando ancora l’Italia era una realtà geografica ed un pazzo progetto politico, Foscolo in uno scritto dedicato a Giuseppe Parini (Letteratura del XIX secolo) così ne commenta le prime prove poetiche:

“Il Parini aveva già pubblicato alcune poetiche produzioni, le quali, dopo gli applausi d’uso e soliti a compatirsi ad ogni nuovo autore, andarono nell’oblio: solito destino dei primi saggi in belle lettere che non sono tanto spregevoli da muovere il ridicolo, né così buoni da eccitar l’invidia. Per questa ragione egli non volle mai in appresso permettere che gli accennati componimenti rivedessero la luce.”

Si svela una costante degli ambienti letterari o tra il pubblico appassionato (non spensierato) di scrittura. Il voler applaudire il mediocre, sapendo che in avvenire il poco si assottiglierà in nulla; e al tempo stesso invidiare l’eccellente, sapendo che il troppo toglie via il superfluo. Tra letterati c’è sempre competizione, e il plauso o il biasimo non dovrebbero appannare la coscienza dell’autore. Lui solo è consapevole, al caldo di coltri di narcisismo o disfattismo, di quanto valga la propria opera, e cosa con essa egli abbia voluto rappresentare. Il successo è talvolta una conseguenza inaspettata o ricercata, nonostante le congiure, nonostante ci sia sempre qualcuno che scrollando le spalle giudichi con sufficienza quanto è lontano dal comprendere.


I P P O P A R T Y

febbraio 2, 2020
I P P O PA R T Y

Eugenia è stufa del genere maschile, ma non può farne a meno. Giulio vive in un paese disarticolato e accudisce il padre. Lisa ama le donne e cerca marito. Una scrittura vivace e ironica, politicamente scorretta. Un romanzo sperimentale che indaga sulla confusione dei valori. La cultura, la scuola, l’amore, la maternità, la morte, i centri commerciali, i paesi, i social… il mondo contemporaneo bruciato e vaporizzato da un apocalittico Ippoparty

Vincitore del premio Etnabook 2019 come miglior inedito.

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Carne di Cavallo

febbraio 2, 2020

Racconto d’amore e macelleria

Francesco Gianino

Due giovani vivono nel paese dei mangia cavalli, e non hanno speranza di uscirne vivi insieme al loro amato cavallo di nome Geronimo. Lui, abusivamente allevato in appartamento, dovrà sfuggire il marrancio di Ciccio Canaglia. Storia surreale, poetica, tra incubo e realtà, più reale dell’immaginazione, più assurda di ogni fatto di cronaca. Una distopia esistenziale, in cui società e cibo sono l’unica equivalenza possibile per raccontare il mondo contemporaneo.

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