Il Bacio di Giada

In cortile i camerieri capovolgono le sedie sui tavoli.
C’è anche chi soffia fumo dal naso.
– Convivo con le vertigini – ha continuato a dire Patrizio nella testa di Mario. – È normale avere la vista annebbiata quando hai un calo di zuccheri. – Mario annuisce, vorrebbe saperne di più. – Sto davvero molto male – confessa Patrizio. – Ho preso una decisione. Non mangerò più carboidrati. Il cervello ha bisogno di zuccheri? Quelli naturali bastano, frutta e verdura. Dopo due anni che stai così male, ti aggrappi a tutto. I carboidrati danno false sensazioni di sazietà generando improvvisi cali glicemici che richiedono altri carboidrati… è un circolo vizioso. Convivere coi tremori? No, basta. Fino a qualche anno fa viaggiavo. Ora sono finito. Vado a lavoro solo per uno strano equilibrio psicofisico. A casa invece è un’agonia. I dottori? Non mi hanno saputo dire nulla. Tac, risonanze, lastre. Niente. Scusami per lo sfogo, sei l’unico con cui posso parlare.

Patrizio riprende il coltello e taglia un boccone di carne, Mario invece sorseggia vino rosso. Il cielo sgombro di nuvole è buio. Il cortile adesso è spazioso, un bivacco fumante. Mario è arrivato alla conclusione che c’è sempre qualcuno che sta peggio di qualcun altro. Questa constatazione lo fa stare meglio. Le persone alla fine tutte hanno i loro problemi. Mario, pure lui, ha i suoi problemi a lavoro, una madre rompicoglioni, la gente in giro che non si sa più chi sia. Il suo unico pensiero positivo è Giada, quell’inconsueta combinazione tra il cervello femmina e la femmina animale. 

Intanto Patrizio continua a raccontare quanto sia difficile vivere agitati dalla paura che qualcosa improvvisamente possa accadere, qualcosa di veramente brutto: l’angoscia di essere trasportati in una corsia d’ospedale in cui gli estranei osservano dall’alto in basso e sorridono per offrire un po’ di carità, e tu invece non te ne fai niente della compassione. Vorresti avere accanto un altro te stesso che tieni per mano mentre il dottore tasta lo stomaco. Patrizio se ne frega della commiserazione. L’unica cosa che potrebbe accettare è la compassione di un prete che per aiutare gli altri non percepisce stipendio. Un prete è più serio della gente ordinaria. Non sorride dispiaciuto. Un prete sa quanto si soffra a vivere soli. Non regala aria fritta. E questo fatto che il prete riconosce la solitudine e non regala aria fritta, fa venire gli occhi lucidi a Patrizio che a questo punto interrompe il ragionamento. Vive un momento difficile. Per lui, che ha sempre considerato la vita intellettiva una scelta esistenziale, quando è il momento di commuoversi, si è fatto già troppo tardi.

Leggi tutto il racconto qui.

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