Macellaio

È vero che la gente usava ogni precauzione possibile: quando qualcuno comprava al mercato un pezzo di carne non lo prendeva di solito dalla mano del macellaio, ma lo staccava dai ganci con le proprie mani. D’altro canto il macellaio non soleva toccare il denaro, ma lo metteva in un vasetto pieno d’aceto che teneva a questo scopo. Il compratore portava sempre spiccioli per raggiungere la cifra richiesta, in modo da non dover cambiare. Portavano bottiglie di profumi ed essenze sulle mani, e ricorrevano a tutti i mezzi cui si poteva ricorrere; ma i poveri non potevano fare nemmeno queste cose, e correvano tutti i rischi.

Daniel Defoe, Diario dell’anno di peste, 1722.

Il freddo, Bernhard

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”

Cimitero

«Io, vede», disse una volta, «non ho mai capito perché i morti debbano essere tenuti segregati dai vivi come usa da noi, che per visitarli, a momenti, ci vuole il permesso come nelle prigioni. Napoleone fu un grand’uomo, senza dubbio, perché impose all’Europa, ed anche all’Italia attraverso la nostra Cisalpina, le conquiste della Rivoluzione. Quanto al suo famoso editto sui cimiteri, però, resto della stessa opinione dell’autore dei Sepolcri. A me piacerebbe essere sepolta qui, per esempio, in questo bel prato, con tutto attorno questo continuo rumore di vita. A costo», e rise, “a costo di venire scomunicata. Ma è vero», aggiunse subito, «che a parte qualche anno di galera, qualche altro di confino, e adesso di libertà vigilata, io non ho mai fatto niente di abbastanza importante per meritarmi una tomba fra gli illustri, sia pure eretici, della nostra città. Non ho preso neppure le botte, si figuri. Con me i fascisti furono più delicati […]».

Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, 1955

Una notte del ’43, Bassani

Quando Pino Barilari si presenta nell’aula del tribunale, il lettore reclama vendetta. Ma il farmacista come la puntura di uno spillo in una vescica gonfia d’aria, aveva risolto in nulla l’enorme tensione generale.

E quindi chi legge si libera della retorica partigiana, la divisione tra buoni e cattivi. Improvvisamente guarda in faccia la realtà, come funziona. I fatti pubblici si scontrano con i fatti privati, oppure vanno a braccetto. Se Barili avesse testimoniato, sarebbe saltato anche il proprio mondo privato, e non avrebbe più fatto finta di non conoscere le intemperanze della moglie. Ha preferito tenere gli occhi chiusi, e accettare un utile equilibrio. Ma se la cecità è la cifra distintiva di Pino Barillari (ha contratto un matrimonio cieco), alla fine della vicenda, si apposta dietro la finestra di casa armato di binocolo e richiama l’attenzione dei passanti sotto casa. In questa relazione più materna che maritale, Barili non vuole perdere Anna. E se la tiene fin che può, sprezzando ogni senso di giustizia, salvando un criminale responsabile dell’eccidio di undici antifascisti.

Le parole sputate in faccia guastano i falsi sentimenti. Scrive Bassani, servendosi del discorso indiretto libero: C’era proprio bisogno di dormire assieme, per volersi bene? Lui non ci aveva mai tenuto molto, del resto, anche prima della malattia: da pensare anzi che in certo modo fosse contento, allora, di tornarsene nella cameretta dove stava da ragazzo… No, due potevano benissimo dormire insieme, eppure non amarsi affatto!