Come nuvole di carta

28 luglio 2020

di Riccardo Viagrande

Un bellissimo romanzo assolutamente da leggere: Come nuvole di Cotone di Antonella Carta. Il sogno di mio padre quando ero piccolo era di inseguire le farfalle con me. Col tempo, ci ha rinunciato. A occhi chiusi io rincorro ancora farfalle.Così si presenta, nella pagina iniziale, il protagonista del romanzo di esordio di Antonella Carta pubblicato di recente da Mursia. Chiamato con l’appellativo di Capitan Uncino per via di una protesi, una penna speciale con la quale picchetta sulla tastiera, il nostro protagonista è un diciassettenne disabile la cui teoria è espressa nella formula: per vedere bisogna chiudere gli occhi. In effetti il Capitano, pur nella sua condizione di disabilità, riesce non solo a stabilire un forte legame con la realtà, favorito dalla famiglia, e, in particolar modo, dal fratello Tullio, dalla psicologa Cristella e da amici e compagni di classe, ma affronta anche le problematiche legate alla crescita, scandagliando il suo animo e quello delle persone che gli stanno intorno attraverso una visione che va ben oltre le apparenze. Vera e propria finestra sull’adolescenza, le cui tematiche vengono affrontate con la finezza di una madre e di una docente, Come nuvole di cotone è un romanzo nel quale si riflette l’esperienza professionale e umana di Antonella Carta che ha restituito sulla pagina degli squarci di vita reale. Scritto in prima persona con un tono autoironico, il romanzo, inoltre, si impone per una scrittura scorrevole che rende piacevole la lettura a un pubblico di adulti, ma soprattutto di adolescenti per i quali riveste valore educativo nella misura in cui li aiuta a risolvere i problemi della loro età.


The sense of Julian Barnes

15 luglio 2020

The sense of an ending è un romanzo di Julian Barnes pubblicato nel 2011. La materia della narrazione è la più tradizionale: un tizio ricorda gli anni trascorsi a scuola, i compagni di classe, i professori, le relazioni di amicizia, le ragazze. La giovinezza, insomma. Lo scrittore, che coincide con la voce narrante in prima persona, si sofferma a lungo nel ripercorrere le fasi di una intensa relazione sentimentale conclusasi con una rottura improvvisa. Poi il romanzo riprende l’andamento memorialistico, dagli anni sessanta fino ai giorni d’oggi. Tony, così si chiama, si è fatto una famiglia, ha una figlia, ha poi divorziato, ed ha raggiunto l’etâ della pensione. Sembrerebbe che la storia finisca qui, invece siamo ancora a pagina sessanta, e il romanzo di pagine ne ha altre novanta circa. Cos’è che rimanne da dire?

Tutto si svolge come se un vecchio amico si sedesse con te al bar e cominciasse in tutta sincerità a raccontarti la propria storia. Ma ad un certo punto deve cambiare la versione dei fatti: costretto a rispondere al telefono qualcuno gli rivela qualcosa per cui, terminata la conversazione, questo vecchio amico ricomincia a raccontarti di nuovo tutto, modificandone la valutazione, le cause, il contesto. E poi, quando sembra che tutto abbia finalmente un capo e una coda, il tuo vecchio amico riceve un messaggio tanto sconvolgente che lui, che in realtà è una persona che non vorrebbe mai ingannare se stesso o gli altri, si ritrova a dare ancora un’altra versione di quel momento così significativo della propria esistenza. Uno stupido, penserai. Eppure, quante cose ci siamo raccontate solo dal nostro punto di vista e non abbiamo avuto più l’opportunità di risalire la corrente del tempo e potercele raccontare come si deve, per fare onore alla verità? La narrazione porta con sè un vizio. Il punto di vista assunto per senso di colpa, per immaturità, per convinzione, oppure semplicemente per pigrizia o senso di sopravvivenza. Ogni storia d’amore, quando la si racconta ad altri o a se stessi, è fatta di frammenti, immagini rassicuranti o minacciose, alcune pagine rimangono in bianco, altre sono così fitte di parole da lasciare perplessi lo stesso autore.


Un romanzo online

9 luglio 2020

Alla fine del racconto c’è un link che apre una finestra su Tanita Tikaram che canta accompagnata da una tessitura minimale di pianoforte ed archi Valentine heart, I want to see you again. E certo, rileggere il ventiseiesimo capitolo, La controra, del romanzo online di Veronica Tomassini tenendo a mente tanta ardente nostalgia e le regioni del cuore di cui la musica ha svelato le coordinate geografiche, è come montare la cornice ad un quadro. La musica ha sempre quella misteriosa forza che rianima la circolazione del sangue ad un cuore pigro, acciuffa per i capelli e t’infila la testa dentro il forno. E le figure della breve narrazione si trovano miracolosamente immerse nella luce della misericordia. O quanto meno, l’invocazione alla misericordia, perché su tanta vitalità e bellezza si accanisce la dipendenza dalla droga, spetta a noi. E siamo noi lettori a chiedere perdono per questi affamati di ossa e carne, reietti armati di menefreghismo sociale, bruciati dalla dipendenza come i girasoli dal sole pazzo della controra. Jean Genet avrebbe sorriso, e forse approvato.


I segreti del giovedì sera

8 luglio 2020

Pietro “è stanco di questo capitalismo delle emozioni, quest’obbligo coatto alla felicità, che infatti è chiamata benessere, perché il benessere lo puoi vendere e la felicità no…”. E Mauro ” la notte dorme pochissimo, guarda in tv gli oceani che si asciugano e i pesci che nascono ermafroditi, e quando esagera con la grappa vede gli Ufo nel suo giardino”.

Come lettore ho subito percepito una catastrofe in corso, il capovolgimento dell’ordine. I gatti osservano divertiti l’affanno degli umani che incasellano, definiscono, trattengono come sanno fare, con parole e numeri, la vita. E tutto (relazioni, affetti, malattie, decadimento fisico, felicità, amore, dolore, tradimento) potrebbe essere incorniciato dentro una similitudine linguistica o una riparazione. Anche le cose inanimate abitano un funerale o un rito d’iniziazione. I romanzi, il cinema, la psicologia, il sapere tecnico e settoriale, l’informatica e il mondo delle Applicazioni, sono come manuali da cui tirare fuori i perché delle scelte, e quindi ammorbidire la caduta. L’ironia colta e raffinata di Elvira, protagonista e autrice, sa sempre trovare una via d’uscita, anche dall’imbarazzo.

La macchina del romanzo, in un lungo ed inesorabile crescendo, descrive le relazioni di un gruppo di quasi sessantenni professionalmente affermati con un presente affettivo ordinariamente in crisi. Quindi le discussioni su cosa sia l’amore, sul come gestire i rapporti, strategie di dialogo per mantenere viva l’amicizia tra donne, e le segrete confessioni tra amici e amiche. Ci si aspetterebbe uno spazio dedicato ai ricordi, al “come si era”, la celebrazione del passato. E invece nel tramonto dell’impero il riflettore è puntato sui desideri. Perché questi quasi sessantenni è come se avessero trent’anni, e il corpo ne insegue i salti mortali. Personaggi con la volontà di essere all’altezza dei tempi che corrono, e quindi ancora una volta contemporanei, molto più di quanto lo sarebbe un trentenne per anagrafica.

Non ci sono nonni. I figli vivono lontano e sono impegnati a cercare lavoro oppure a studiare. L’idea della fuga è coltivata dai padri e dalle madri che guardano al futuro. Verso la fine del romanzo, seduti al tavolo di un ristorante intorno al Castello Ursino, Elvira e Cesare sentono odore “di barbecue, di triglia bruciata. Olio caldo sulle bruschette”, in contraddizione con altri odori svaporanti che appartengono a quel quartiere della città, e che da sempre celebrano una gastronomia tipicamente etnea. È una rimozione oppure una semplice scelta narrativa?

Catania vive negli ultimi anni una forte divisione tra una parte della società colta, i professionisti, e quella più popolare, i commercianti. E l’identità della città dinamica e produttiva in senso tradizionale è spostata nel romanzo dentro un’economica globale. Catania, luogo dell’innovazione e della tradizione, si trasforma in una bizzarra capitale europea, dove i giovani e gli anziani vanno via, ma allo stesso tempo potrebbero ritornare dopo aver vissuto in Giappone.

Ma in questa Catania che è un Occidente di secondo grado, quasi un surrogato dell’originale smart, c’è anche un’unicità, un aspetto incomparabilmente proprio che è in tutto quanto non appartiene alla civiltà, all’umano. La forza vitale della natura. Il mistero e l’enigma della vita e della morte nel succedersi degli eventi atmosferici. Il caldo e il freddo, le fiamme e il gelo, la nebbia miracolosa, le piogge torrenziali, la pazzia del clima, il ciclone: il senso di una catastrofe che contravvenendo alle leggi della civiltà, spazzi via tutto questo festival dello ‘stare insieme’ codificato e mentalizzato, e ristabilisca il giusto equilibrio al battito del cuore. I gatti stanno a guardare, spiano sempre. E in attesa del disastro che riassesti gli astri (profeticamente e lentamente in corso in questi giorni di Covid), la protagonista ascolta i silenzi metafisici tra le pietre di un castello antico di fronte al mare. E poi fa la propria scelta.


Ricordati di Bach

3 luglio 2020

Il romanzo ha un inizio lento, benché la scrittura sia di quelle veloci, funzionali alla storia. Scritto in prima persona, Cecilia ricorda gli anni della prima giovinezza, tutti spesi nello studio della musica e del violoncello. Il romanzo, che per dichiarazione dell’autrice è in gran parte autobiografico, ha un vero protagonista, che credo non sia una persona, ma un’idea di didattica della musica. Insomma, ciò che rende il libro bello e intenso non sarebbe lo stile, da cui poche volte emerge una voce inimitabile. Ma il valore paradigmatico di quanto si racconta, ricco di tanti dettagli di cui soprattutto chi ha praticato o vissuto insieme a un musicista di strumento ad arco, riesce a cogliere l’autenticità. Tutto il contorno di finzione, i personaggi secondari, l’amore e gli affetti familiari, il mistero intorno alla vita del maestro, sarebbero avvolti dall’ambiguità, lasciando alle terre fertili della reticenza ogni migliore definizione dei caratteri, luoghi e relazioni. Eppure …

Quanto rende bello il libro non sarebbe nulla di ciò che possa essere incluso nella categoria del letterario (una “voce autentica” che costruisce uno spazio d’esistenza), ma il valore di testimonianza di un’idea di insegnamento, che potrebbe essere estesa anche ad altri ambiti disciplinari, laddove ci sia sempre un maestro e un discepolo, un insegnante e uno studente.

Quindi: come è possibile che una bambina con difficoltà d’articolazione alla mano possa diventare una violoncellista, anzi una grande musicista? Il libro contiene una risposta che nella sostanza, tra i non addetti ai lavori, è anti convenzionale ed avrebbe il sapore delle cose “vere”. Ogni musicista vive una continua sfida con i propri limiti: dover adattare l’anatomia del corpo a quella dello strumento, smussare le sporgenze, affondare le mani nel cuore dell’arte. La lettura del romanzo allora acquista un valore metaletterario e il discorso si sposta su un contenuto ‘forte’.

Ovvero: qual è il ruolo di ogni maestro?

Il maestro ha una sua ‘visione’, e prepara un percorso di studi modellato con la personalità, il carattere, fisico e morale, dello studente. Contro il destino (il destino non ha colori: anche quello più nero può essere squarciato da una luce accecante) non ci si accanisce, le difficoltà possono diventare possibilità. L’espressività e l’intonazione sono qualità ben più importanti della forza e della resistenza. E così, il maestro osserva l’allievo, vince i pregiudizi; è ministro di un ideale, e come un profeta, dal tempio della musica, sfida il tempo, e scommette sul futuro.