Del bestiale umano

25 dicembre 2020

Mi sono imbattuto in questi giorni in un racconto di Massimo Bontempelli, scritto nel 1940, dal titolo le Ali dell’Ippogrifo. Ruggiero, famoso paladino già nel Orlando furioso, cavalca l’Ippogrifo, o meglio è l’Ippogrifo, quadrupede augello con testa e ali d’aquila, che trasporta Ruggiero nelle superne sfere celesti. Ruggiero trasportato in cielo a piacere dell’Ippogrifo osserva dall’alto le terre emerse e l’oceano, finché non scorge un’isola. Parla col cavallo alato, pregandolo di terminare il volo sull’isola, che sembrerebbe abitata e anche ospitale. Allora l’Ippogrifo inizialmente fa di testa sua, cioè passa oltre, poi, soggiogato dalle carezze e dalle parole del padrone, volteggiando si abbassa di quota, raggiunge la terra. Ed ecco che gli abitanti non sono per nulla meravigliati nel vedere un animale volante, tanto sono impegnati nelle loro ripetitive faccende quotidiane. Solo una persona, solo una donna, strappa un ramo frondoso da una pianta, e incomincia a fare segni, e saluta da lontano. 

Questa donna dimenticherà le abitudini dell’isola, si legherà affettivamente a Ruggiero, e insieme cavalcheranno per le vie del cielo, finché una notte, l’uomo, volendo ritornare in patria, monta sull’Ippogrifo e abbandona la donna, la quale, esclusa dalla comunità in cui vive, deve fare i conti da sola col frutto dell’amore.

Si carezzò il ventre con le due mani e lo guardava a lungo sorridendo.

Termina così questo misterioso racconto.

Il sorriso di Argentina, così si chiama la donna dell’isola, mi ha ricordato quello della mia eroina, Concetta, che fattasi saggia, sorride perché il suo cavallo potrebbe aver spiccato un salto che è premessa per ogni cambiamento e libertà.

Il cavallo ha in sé una doppia natura: quella divina, che lo accomuna al vento e alla folgore; e un’altra terrestre: umile servitore degli interessi umani. E quindi l’invenzione di Ariosto – quella dell’Ippogrifo, cavalcato dal mago Atlante, poi da Ruggiero per raggiungere l’isola di Alcina, e ancora da Astolfo, in groppa del quale raggiunge la luna e l’Etiopia, regione che Diodoro siculo indicò come culla del primo uomo – questa invenzione contamina la terra col cielo. Il cavallo ha le ali, lega realtà al sogno. L’utile, il conveniente, sono circondati da un’aura di irrazionale, una misteriosa felicità dell’emozione.

E non dimentico quell’essere mitologico nato dalla terra insanguinata, quando Perseo, usando l’artifizio dello specchio, tagliò la testa a Medusa. La rappresentazione mediata della realtà, l’immaginazione e la fantasia, hanno partorito chi per eccellenza è il cavallo alato: Pegaso. Da un mostro nasce la bellezza e il sogno. Così anche il mio cavallo vive in una città tanto laboriosa quanto fittizia, cui unica occupazione – occupazione giornaliera, abitudine sostanziale – è quella di allevare quadrupedi e arrostirli, conditi con olio e salmoriglio. La passione vigente nella città dei mangiacavalli è il piacere della carne dalle virtù afrodisiache, nutre affari e gare ippiche. Lo scrittore e l’autore del racconto ha sfantasiato in questa rappresentazione, distorcendo l’ottima tradizione gastronomica, per poter realizzare un racconto e inseguire una narrazione che vorrebbe avere un’intonazione lirica. L’epica, pur nei colori marcati e contrastanti, nella vita dei suoi personaggi, che sono caratteri più che individui, esagera. L’iperbole potrebbe essere una chiave interpretativa della realtà. Pensiamo ad Achille, l’ira personificata. Ulisse, l’astuzia e la frode in carne ed ossa. Circe, il trionfo del piacere.

Thomas Bernhard, nel romanzo Estinzione, lui che di ripetizioni e di esagerazioni era esperto, scrive …

Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi. La maggior felicità che io conosca è quella del vecchio pazzo che può dedicarsi alla sua pazzia in perfetta indipendenza.

Nel Salto del Cavalloin uscita in libreria a gennaio – ho esagerato, distorto, ciò che è un sentito dire, aggiungerei una mitologia, la mitologia che veleggia tra giovani di provincia: qualcuno riferisce a qualcun altro di aver visto affacciarsi dal balcone di un palazzo, al decimo piano… è stato avvistato un cavallo. Inizia la mitologia metropolitana. È vero, non è vero. Non si saprà mai. È folclore. Ho raccolto la mitologia equina e l’ho elevata con ironica intonazione ad allegoria letteraria. Al desiderio che tutti avremmo, sia chi è nato a New York sia chi vive in una paesino al centro del Mediterraneo, di fare un salto d’immaginazione, mettere le ali, e raggiungere l’isola del cambiamento.

E allora prende forma quella che chiamo, insieme al romanzo Ippoparty e La morale del criceto, La trilogia equina (suscitando il riso degli amici): una narrazione che, girando intorno al cavallo e alla sua metafora, racconta la contemporaneità in cerca di un grado di felicità. L’anima dell’animale è la nostra, che sogna e vola alto, guarda la luce, punta verso il sole, e non vorrebbe mai abbassare la quota del rischio, se non per approdare nella propria isola, che è quella della realizzazione di un progetto di vita.

Intersecare il mio racconto con altri più autorevoli è un modo anche di estendere consigli di lettura o rilettura. E allora, nel 1965 Anna Maria Ortese scrive un romanzo filosofico, effettivamente di non semplice lettura, avvolto da un dolce e ironico velo di distrazione. Mi riferisco all’Iguana. L’Iguana è appunto una bestiola, ma parla e pensa e fa da servetta a don Ilario, un marchese, e con lui e la sua famiglia vive in un’isola lontana.

La relazione che abbiamo col mondo animale è ambigua, utilitaristica spesso (l’animale è merce), ma può essere anche affettiva e disinteressata: una relazione d’amore puro. Così come ambigua è la relazione tra il marchese e l’iguana. Se ne innamora, e quando lo sguardo da innamorato si posa sull’Iguana, questa non è più una bestiola rozza e selvaggia, ma è la sua Estrellina. L’Iguanuccia diventa una gentile e affascinante figliolina dell’uomo: il marchese passeggia con lei, la chiama “stellina mia”, promette il paradiso. Ma ad un certo punto intervengono altri interessi, la relazione si macchia di qualcos’altro che non è più affetto, ma utile e profitto. Il marchese la allontana, rinfacciandone la bestialità. Per l’Iguana incomincia l’inferno del sottoposto.

Così anche il nostro cavallo è un animale senz’anima, il cui destino è quello di tutti gli animali: l’inferno della padella. Ma quando nasce un disinteressato legame affettivo, quello appunto tra Concetta e il quadrupede, lui non è più una categoria vivente generica, ma rinasce con una individualità, diventa Geronimo, l’ultimo capo Apache che si è opposto all’invasione del profitto nelle terre del Far west.

Lo sguardo della donna, quello di Concetta, eleva l’animale a figlio dell’uomo, e farà di tutto per regalargli un paradiso possibile.


La regina degli scacchi, Walter Tevis

22 dicembre 2020

Da questa mossa, che è un sacrificio tattico, prende titolo il romanzo di Walter Tevis, Queen’s Gambit (1983), tradotto liberamente in Italia come La regina degli scacchi. Il titolo originale ha un significato ben più sottile di quello italiano che si propone di non spaventare il lettore. Tuttavia questo rimane un libro di tecnica scacchistica.


La vita di chi vuole raggiungere obiettivi eccezionali, coltivando un proprio talento, è sempre bivalente, fatta di successi clamorosi e sacrifici letali. Chi vince, ha qualcosa da perdere. Oppure: proprio chi ha già perso tutto, ha bisogno di vincere. Il sacrificio è il pane quotidiano di chi vuole andare avanti nella vita.
Questo il nocciolo della storia, per dare senso alle cadute, agli stati d‘ansia, ai rimedi dell‘alcol, e anche a un’affettività ferita. Sarà pur vero che per giocare a scacchi bisogna essere calcolatori, e controllare le emozioni. Si gioca con regole e pezzi di legno. Chi non controlla l’emozione, perde. I russi sono i migliori, monaci della scacchiera in borghese
Nabokov, in La difesa Luzin (1964), aveva già scritto il romanzo di uno scacchista. Lì sono invisibili le partite sulla scacchiera. Anzi, per descrivere il movimento dei pezzi, si dice che il cavallo “galoppa”. Quello di Nabokov è un romanzo sul conflitto tra genio e normalità. Gli scacchi fanno da cornice. Differentemente in Tevis: la cornice, lineare e sottile, è il conflitto tra genio e normalità; il dipinto sono pagine e pagine di tecnicismi, come le perline di un rosario: tutta la faccenda (partite e tornei) sarebbe fin troppo didascalica, se non fosse valorizzata da una lingua filastrocca. Tevis trova un modo per evitare le lettere e numeri della codificazione scacchistica (Cavallo F6 per esempio) e descrive una continua litania di … pedone di alfiere di regina (che in inglese suona: queen bishop pawn) alternando per esempio con … pedone e4 (che in inglese suona pawn to king four, ovvero: pedone di re sulla casella quattro o non so come dire altrimenti), knight to king beshop three (che sarebbe Cavallo c3), cavallo di re che mangia il pedone della torre, e in questo vortice incantato, leggero e volubile, la partita ha un suono ipnotico, la scrittura trova una sua tensione di suono più che di senso. Dovremmo prendere una scacchiera, mettere su i pezzi e ricostruire tutto. Ma sarebbe un po’ troppo per i lettori di narrativa.


Come se uno scrittore raccontasse l’ascolto di un Notturno Chopin analizzando battute in tre quarti e tre sedicesimi. Insomma, un tecnicismo che potrebbe piacere agli specialisti, ma fin troppo inutile per chi vuole leggere, a meno che … le parole non siano già suono per creare tensione nello snocciolare un poema fatto di torri re alfieri pedoni e regina.

La serie televisiva che segue quasi fedelmente il romanzo (il cui finale è molto meno romantico, e più intenso) si è posto l’arcano: come raccontare una (decine) di partite di scacchi senza annoiare. Il regista s’inventa sempre un modo nuovo, usando ora l’inquadratura, ora la colonna sonora, ora un commento esterno, ora la voce di Beth, le facce, le mani appuntate sugli zigomi.

Piegarsi sulla scacchiera, tirarsi indietro, osservare increduli. Il romanzo è monocromo. Le relazioni umane rimangono nel filo del non dichiarato, sospese nell’incertezza di ogni definizione, essenziali e talvolta insipide. Ma ormai il motore della macchina narrativa è stato avviato e il lettore è dentro il giro vizioso di alcol, scacchi e tornei. Se nel film le pillole creano uno stato di illuminazione, nel romanzo servono a rilassare la ragazza che, altrimenti, non avrebbe la serenità per concentrarsi. Il tocco di fantastico è merito del regista che colorisce un personaggio un po’ piatto.
La lettura quindi scorre. E succede sempre qualcosa, anche se succedono sempre le solite cose: shopping, descrizioni di di abiti, partite amichevoli o partite con scommessa, alcol, sonno difficile, sguardi, hotel, studio, esercitazioni, le ampie sale degli alberghi, qualche slancio sentimentale subito riassorbito dagli impegni scacchistici. Per esempio: she went on winning, beating a Frenchman the next day and an Englishman on the day after. Borgov won his games also. On the next to the last day when she was playing anither Dutdhman – an older and more experienced one – she found herself at the table next to Borgov.

Tutto così, senza troppi giri di parole. Le reazioni emotive sono una scrollata di spalle, un accigliarsi, un guardare fisso. Non altro. E poi altre cose simili che si susseguono – partite, sguardi, sconfitte, ore che corrono, mosse. Tutto questo è inconcludente dal punto di visto letterario, mentre il lettore (o lo spettatore) si chiede: Beth ce la farà anche stavolta? L’impalcatura narrativa è davvero minimale, ovvero composta da poche tessere ben posizionate, che costruiscono uno spazio riconoscibile e mai contraddetto.

Ottimo esercizio per migliorare l’inglese senza tante complicazioni linguistiche (non è Nabokov, ovviamente).


L’inferno dei vivi

18 dicembre 2020

La ricostruzione del fatto di cronaca è esemplare. La strategia di narrazione – ellissi, reticenze, riprese, sospensioni, descrizioni, confessioni, autobiografia, intrecci di voci, un crescendo turbinoso a due voci proprio quando il turpe fattaccio criminale si rivela – è ritmo, agogica, per servire al lettore una ricca cena piccante. Il fatto di cronaca e l’iter giudiziario diventano narrazione.

I precedenti letterari, dove la narrazione è impalcatura di fatti di cronaca o storia accertati, sarebbero diversi. Dal Manzoni della Colonna Infame alla novella di Verga sui fatti di Bronte, Libertà, ricorderei pur nelle differenze I racconti di Ferrara di Bassani, e Primo Levi. Gomorra. Non vorrei sbagliarmi citando un altro Premio Strega: Albinati e La Scuola Cattolica. La narrazione della realtà entro cui si muove l’autore personaggio. E, il primo di tutti, Dante. Pure lì c’è storia, cronaca e autobiografia. Poi Sciascia, chiaramente, Le Parrocchie di Regalpetra. Un io dentro la cronaca documentata. Il romanzo della realtà. La vita che supera in eccezionalità l’immaginazione. L’impegno dell’intellettuale. E non si può non tracciare una linea di continuità: Pasolini – Siti- Lagioia, il racconto del vitalismo di una certa gioventù romana, dal dopoguerra alla società dell’immagine. Il contagio tra i livelli di società, l’alto e l’abbietto. Ma era già il citato Giovenale che riferiva di ricchi scostumati, e Petronio, benché abbia fatto muovere i suoi in città di matrice ellenica, fa ricco e osceno chi imita l’immagine dei nobili senatori di Roma, e fa parodia della morte stoica, da Seneca a Dalida. I soldi (il benessere) non sono mai stati garanzia di integrità morale. Anche i figli di papà non sono immuni da perversioni. In Giovenale e Petronio c’era però del moralismo. Qui no. L’autore vuole solo capire il perché e il come.

Ridurre un crimine così efferato e gratuito (la sentenza è chiara e inequivocabile) a una colpa di cui chiunque, per una serie di coincidenze, potrebbe macchiarsi, vorrei credere sia un modo semplicistico per avvicinare il libro al lettore. Gli individui prima di essere fenomeni di un contesto sociale ed economico, come barche in tempesta, hanno un marchio di fabbrica donato a loro dal maestro d’ascia (educazione), ed esercitano il libero arbitrio (cultura). L’inferno di Dante è popolato da anime che dell’arbitrio non seppero che farsene. Oppure di quanti, malamente servendosene, hanno lavorato per la città di Dite, quella delle anime infernali .

La città dei vivi di Lagioia è l’antifrasi del luogo della pace e del bene (Civitas Dei), anche se (o forse proprio per questo) a Roma abitano due papi. Uno sconvolgimento dell’ordine. Anche Dante percepì lo sconvolgimento dell’ordine universale al trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone. E poi negli anni quaranta ci fu la peste a Firenze, e Boccaccio che restituì al caos ordine, usando tutta l’ingegneria del Decameron. Oggi l’epidemia del virus. E vorremmo che tanta stupidità umana, esercitata dalla malizia contro il prossimo, possa non rigenerarsi nei nuovi e migliori tempi che verranno. Stolta utopia.

Poi c’è un discorso sul cieco egoismo (narcisismo). Tutti pensano a sfangarla o dare un’immagine di sé positiva, anche quando parlano e straparlano della vita degli altri. E dal romanzo cronaca è immediato per il lettore curioso virare alle pagine Facebook di oggi, quelle al di qua del romanzo, googlare nomi e cognomi, percepire sempre quella stessa malattia dei tempi del farsi vedere e farsi sentire (a torto o a ragione). Essere attori di se stessi dinanzi alla platea dei like, foto e commenti. Inseguire l’immaginazione.
Ma cos’è la realtà a venti quasi trent’anni?
Senza un ideale, uno di quelli che è fatica e scintilla, luce e sacrificio, cos’è la realtà?


Arpino, La suora giovane

1 dicembre 2020

Il romanzo è stato scritto nel 1959. La scrittura diaristica è ampiamente tradita da ampie sezione dialogate a ritmo serrato. La scelta di premettere per ogni capitolo l’indicazione del giorno mese e anno è conseguente al tono intimo da confessione. Del genere diaristico il romanzo raccoglie le potenzialità piuttosto che i limiti. Diaristico è il ripiegamento intimistico, le descrizioni. Torino sotto la pioggia, i portici, il tempo grigio, gli operai della fabbrica, la pensilina dell’autobus. Alla forma confessionale poi segue quella più narrativa che mette benzina al meccanismo della storia. Il lettore potrebbe averne troppo della sfigatagine di Antonio, ma c’è una sotto trama sentimentale. Il nostro s’innamora di una giovane suora adocchiata sotto la fermata dell’autobus, ma è già fidanzato con un’altra donna. Un storia sentimentale in declino e l’altra in crescendo.

Antonio si confessa perché vorrebbe trasgredire. È trasgressione l’amore per l’angelo. Antonio idealizza Serena. Con la donna angelo è possibile pensare un vero amore. Realizzarlo sarebbe trasgressione, l’uscita liberatrice dal dannato cerchio della società borghese. L’amore di Antonio è rifiuto della donna così come è.

La ragazza, al contrario, è tanto concreta da desiderare l’emancipazione attraverso il matrimonio. Serena vuole entrare nel cerchio magico della borghesia. Per fare questo è pronta a tutto. Ma Antonio quel treno per Ferrara non lo prenderà mai. Sarebbe una regressione. Il presunto angelo è tutt’altro che puro, porta con sé il desiderio di libertà.

Se sposi una donna più giovane di venti anni, consiglia il padre di Serena a questo Antonio maschilista e sognatore, non sarà la differenza d’età a smentire il vostro amore, ma la tua pazienza.


Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

1 dicembre 2020

Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.