Arpino, La suora giovane

1 dicembre 2020

Il romanzo è stato scritto nel 1959. La scrittura diaristica è ampiamente tradita da ampie sezione dialogate a ritmo serrato. La scelta di premettere per ogni capitolo l’indicazione del giorno mese e anno è conseguente al tono intimo da confessione. Del genere diaristico il romanzo raccoglie le potenzialità piuttosto che i limiti. Diaristico è il ripiegamento intimistico, le descrizioni. Torino sotto la pioggia, i portici, il tempo grigio, gli operai della fabbrica, la pensilina dell’autobus. Alla forma confessionale poi segue quella più narrativa che mette benzina al meccanismo della storia. Il lettore potrebbe averne troppo della sfigatagine di Antonio, ma c’è una sotto trama sentimentale. Il nostro s’innamora di una giovane suora adocchiata sotto la fermata dell’autobus, ma è già fidanzato con un’altra donna. Un storia sentimentale in declino e l’altra in crescendo.

Antonio si confessa perché vorrebbe trasgredire. È trasgressione l’amore per l’angelo. Antonio idealizza Serena. Con la donna angelo è possibile pensare un vero amore. Realizzarlo sarebbe trasgressione, l’uscita liberatrice dal dannato cerchio della società borghese. L’amore di Antonio è rifiuto della donna così come è.

La ragazza, al contrario, è tanto concreta da desiderare l’emancipazione attraverso il matrimonio. Serena vuole entrare nel cerchio magico della borghesia. Per fare questo è pronta a tutto. Ma Antonio quel treno per Ferrara non lo prenderà mai. Sarebbe una regressione. Il presunto angelo è tutt’altro che puro, porta con sé il desiderio di libertà.

Se sposi una donna più giovane di venti anni, consiglia il padre di Serena a questo Antonio maschilista e sognatore, non sarà la differenza d’età a smentire il vostro amore, ma la tua pazienza.


Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

1 dicembre 2020

Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.