Lunedì mattina

4 gennaio 2021

Dario in macchina, la radio accesa e le luci rosse d’arresto, in colonna. Piove e il fumo esce dal muso dell’auto. I vetri appannati offuscano la vista, i tergicristalli scandiscono la monotonia di un lunedì mattina. Sono le otto e trenta ma è come se fosse d’inverno. Mattina bagnata. Ogni metro più avanti Dario guarda dentro l’abitacolo degli altri e cerca gli altri. Se riconosce gli sguardi. E prova imbarazzo. Gli occhi degli estranei si possono fissare, perché non esistono.

Gli occhi degli altri non esistono finché non ti guardano. Qualche altro metro avanti, e uno con l’ombrello corre saltando tra le pozzanghere. Impermeabile scuro. La sigaretta accesa. Uscire dalla pioggia e bagnarsi, scolarsi, sotto un albero.  L’acqua scende giù come un peso leggero, non puoi muoverti, piove giù fitto col fumo del rombo del motore e i fanali rossi e i fari nel buio delle otto di mattina. Semaforo rosso.

Davanti alla macchina di Dario una ragazza attraversa le strisce pedonali, le cade qualcosa e s’abbassa, poi si alza e riconosce chi c’è dentro la macchina. Ciao, fa con la mano. Dario la vede. Lei ripete il gesto. Ciao, e s’avvicina. Dario scende un poco il vetro del finestrino, «non ti avevo riconosciuta, vuoi un passaggio?». Non pensa più all’acqua, saluta Annamaria che ora è accanto a lui, seduta in macchina; la riconosceva poco alla volta: gli occhi, gli occhiali che non porta mai, neri come gli occhi, quella camicia stile rivoluzione francese bianca coi merletti, i jeans, le spalle larghe, capelli tirati, un sorriso d’attesa, le solite scarpe viola coi tacchi, i tacchi coi jeans con l’acqua in giro, trafelata e nervosa; aveva in mano una borsa, l’ombrello fradicio e quella carpetta verde che le era caduta.

«Che pioggia, Dario!»

«Come stai?»

Come stai, Annamaria? 

Da mesi che non si vedono, qualche messaggio quando monta la nostalgia, tra un fidanzato e l’altro! Quante volte Dario aveva pensato di incontrarla, anche quella mattina, incontrarla per caso, per dirle qualcosa di poco casuale, ci pensava da giorni, forse ogni giorno, per almeno cinque secondi al giorno, da diversi mesi. Come sta Annamaria? Dario aveva ancora qualcosa da chiederle, aveva addirittura pensato ad un invito a cena. «Io sto bene, dice lei col solito sorriso luminoso. Io sto bene e tu? Dove vai cosa fai, il lavoro la sera il cinema il teatro e Ivo? Selma e Marco? Carlotta l’hai più vista? S’è lasciata, sembravano perfetti l’uno per l’altro, Giulio è un tipo strano, uscite ancora? Scrive ancora? Ho incontrato Sardella, quando suona? Il lavoro va bene, a scuola è pesante, ma va bene, la solita vita, che giornata! mi piace quando piove. È una pioggia allegra questa, per me.»

Anche a Dario piace il rumore della pioggia. 

Ma sentirlo da fuori, con l’odore della terra, sarebbe un’altra cosa.

«Annamaria, ti vedi con qualcuno?»

«Perché?»

«Così.»

«Che importanza ha?»

«Non lo so. Forse per te ha importanza, per me anche, forse…»

«Allora?» ripete Dario.

«E tu?»

«Io forse.»

«Che ingorgo oggi…»

«Allora?»

«Mi interessa uno.»

«Dario, non sono cose ti riguardano!»

«Non c’è niente di male…»

«Sei uno stronzo!»

«Da quando sei diventato così stronzo?»

«Perché?»

Annamaria apre lo sportello, lo sbatte. Entra nella pioggia, l’ombrello non vuole aprirsi, e corre via. Dario esce dall’abitacolo e la chiama, Ti devo dire una cosa importante davvero. Lei si gira sotto la pioggia. Anche lui sotto l’acqua. La gente sta a guardare finché qualcuno non si mette a strillare col clacson. L’auto è in fila, le chiavi appese e il quadro illuminato. Dario salta una pozzanghera, l’altra l’ha presa in pieno, Annamaria, chiama, la raggiunge e la trattiene per un braccio. 

«Che sei scemo!» gli fa.

I clacson delle auto sembrano impazziti.

«Dài, parliamo un poco, ti devo parlare!»

«Sei tutto scemo» gli fa lei, e vanno sotto i portici. Aspetta che sistemo la macchina, dice Dario, e corre dall’altra parte e posteggia sopra il marciapiede, che quasi investe una ragazza che cammina rasente il muro per ripararsi dall’acquazzone. 

Annamaria in piedi sotto il portico e scuote la testa e ripete fra sé e sé: Questo è proprio scemo! 

«Dove andavi?»

«A casa.»

«Che hai fatto stamattina?»

«Ho preso un caffè.»

«Saliamo a casa?»

«Ma vai subito via, ho da fare.»

Salgono, lei cammina avanti, lui dietro.

«Di cosa volevi parlarmi?»

«Con calma, saliamo.»

Da quanto tempo Dario non faceva quelle scale! Quando si conoscevano saliva ogni giorno, la sera. Lui con lei, poi la notte andava via. E quelle scale erano sempre lì, le stesse, come un cane affettuoso. Mute. Stare insieme era stato un crescendo. Lei non parlava. Non diceva nulla. Stava ferma. Provava a muoversi, ma poi stava ferma. Lo faceva così. Ed era dolce ma fredda. Semifreddo. Gli occhi chiusi, come se avesse aspettato da sempre un’onda che non arrivava, un’onda come quando da bambina c’erano i cavalloni e stava ferma sulla battigia con gli occhi chiusi, attendeva che le onde fossero finite addosso; e cadeva e rideva, con la sabbia in bocca. Rideva dalla paura, da sola, muta, in silenzio. Non usava difese. Forse anche per questo Dario l’ha lasciata. Ma voleva farlo sempre, non si tirava mai indietro.

Così, le solite scale, la solita porta, il letto.

«Annamaria, nonostante tutto io ti ho amato e ti amo, non mi dimenticherò mai di te.»

Annamaria non ci crede. Non crede alle parole di Dario. Ma è arrossita. Si tocca le guance con le mani.

«Vuoi qualcosa da bere?»

«Ti penso almeno una volta al giorno» ha detto lui.

«Un tè?»

«Lo sai perché ti ho lasciata?»

«Perché?»

«Perché sei irresponsabile.»

«Ne abbiamo parlato. Eri tu che avevi paura.»

«Lo sei.»

«Lo sono.»

«Lo sai perché ti amo?»

«Perché?

«Perché sei un irresponsabile.»

«Ancora, ma che dici?»

«Che ti amo perché sei matta e incomprensibile.»

«Mi prendi in giro, lo so.»

Dario le sbottona la camicetta della rivoluzione francese. Le sbottona anche i jeans bagnati dalla pioggia. Si mettono sul pavimento, lei col suo solito modo di farlo in attesa che tutto andasse come doveva andare. Poi si sdraiano sul letto.

«Mi ami ancora?» chiede lui.

Lei non risponde. Ma dice che è stato un errore.

«Lo so» risponde lui.

«Perché lo sai?» 

«Così» 

«Avevi nostalgia?» 

«Forse.» 

«È stato bello»  e arrossisce.

«Come una volta.» 

«Perché sai che è stato un errore?» 

«L’hai detto tu.» 

«L’ho detto così per dire, per metterti alla prova…» dice lei.

«Hai ragione.»

«È un errore, ma non importa» dice lei.

«Non importa, è vero».

«Sorridi?»

«Mi fai sorridere.»

«Anche tu» dice lei.

«Perché è stato un errore?» chiede lui.

«Perché oggi forse pioveva» ha detto lei.

Dario si riveste, esce dalla porta. 

Annamaria è contenta, rimane coricata sotto le lenzuola, pensa quanto sia scemo Dario, e quanto siano belle le giornate di pioggia: non è bella questa pioggia? È una pioggia allegra, il battito sui vetri, il ticchettio sulla ringhiera, l’odore d’umido delle piante; Annamaria s’addormenta, anche se sono già le undici e un sottile raggio di sole ha bucato appena le nuvole dal cielo.

(2008)