Lunedì mattina

Dario in macchina, la radio accesa, le luci rosse d’arresto, in colonna. Piove e il vapore sale dal muso dell’auto. I vetri appannati limitano la visuale, i tergicristalli scandiscono la monotonia di questo lunedì mattina. Sono le otto e trenta, ma è come fosse d’inverno. Mattina bagnata. Ogni metro più avanti sbircia dentro l’abitacolo degli altri, cerca gli altri. Se riconosce gli il volto. E prova imbarazzo.

Gli occhi degli estranei non ti devono fissare.

Gli occhi degli altri non esistono finché non ti guardano.

Qualche altro metro in più, e uno con l’ombrello corre saltando una pozzanghera. Impermeabile scuro. La sigaretta accesa. Uscire dalla pioggia e bagnarsi, scolarsi, trovare riparo sotto un albero.  L’acqua scende giù come un peso leggero, non puoi muoverti, piove fitto col vapore del rombo del motore e le luci rosse e i fari nell’alba delle otto del mattino. 

Una ragazza attraversa le strisce pedonali, cade qualcosa e s’abbassa, poi si alza, guarda dentro l’abitacolo che ha di fronte e lo riconosce. Ciao, fa con la mano. Dario la vede. Lei ripete il gesto. Ciao, e s’avvicina al finestrino. Dario abbassa di un filo il vetro, «non ti ho riconosciuta, vuoi un passaggio?». Non pensa più all’acqua che cade, saluta Annamaria, che ora è seduta accanto a lui, in automobile; la riconosce poco alla volta: gli occhi, gli occhiali con la montatura nera, neri come gli occhi, quella camicia in stile rivoluzione francese, bianca coi merletti, i jeans, le spalle da nuotatrice, capelli tirati, un sorriso d’attesa, le scarpe viola col tacco alto, trafelata e nervosa; tiene sopra le gambe la borsa, l’ombrello fradicio di lato e quella carpetta verde caduta nella pozzanghera.

«Che pioggia, Dario!»

«Come stai?»

«Come stai, Annamaria?» 

Da mesi che non si vedono, qualche messaggio di nostalgia! Quante volte Dario ha pensato di incontrarla, anche quella mattina, incontrarla per caso, per dirle qualcosa di poco casuale, ci pensa da giorni, forse ogni giorno, per almeno cinque secondi al giorno, da diversi mesi, per ogni mese. Come sta Annamaria? Dario ha qualcosa da chiederle, ha addirittura immaginato un invito a cena. «Io sto bene, dice lei con un sorriso luminoso. Io sto bene e tu? Dove vai cosa fai, il lavoro la sera il cinema il teatro e Ivo? Selma e Marco? Carlotta l’hai più vista? S’è lasciata, sembravano perfetti l’uno per l’altro, Giulio è un tipo strano, uscite ancora? Scrive ancora? Ho incontrato Sardella, quando suona? Il lavoro va bene, a scuola è pesante, ma va bene, la solita vita, che giornata! mi piace quando piove. È una pioggia allegra questa.»

Anche a Dario piace il rumore della pioggia. 

Ma sentirlo da fuori, insieme all’odore della terra, sarebbe un’altra cosa.

«Ti vedi con qualcuno?»

«Perché?»

«Così.»

«Che importanza ha?»

«Non lo so. Forse per te ha importanza, per me anche, forse…»

«Allora?»

«E tu?»

«Io forse.»

«Che ingorgo oggi…»

«Allora?»

«Mi interessa una. Tu?»

«Dario, non sono cose ti riguardano.»

«Non c’è niente di male…»

«Sei uno stronzo! Da quando sei diventato così stronzo?»

«Perché?»

Annamaria apre lo sportello, lo sbatte. L’ombrello non vuole aprirsi, e lei corre via nella pioggia. Dario esce dall’abitacolo e la chiama, Ti devo dire una cosa importante davvero. Lei si volta. Anche lui è adesso sotto l’acqua. La gente guarda, finché uno non si mette a strillare col clacson. L’auto è rimasta in fila, le chiavi appese al quadro. Dario salta una pozzanghera, l’altra la prende in pieno, Annamaria, chiama, la raggiunge, la trattiene per un braccio. 

«Che sei scemo!»

I clacson delle auto urlano.

«Dài, parliamo un poco, ti devo parlare!»

«Sei tutto scemo.»

Aspetta, dice Dario, e corre alla macchina, la posteggia sul marciapiedi, quasi investe una ragazza che cammina rasente il muro per ripararsi. 

Annamaria in piedi sotto un portico e scuote la testa e ripete fra sé e sé Questo è proprio scemo! 

«Dove andavi?»

«A casa.»

«Che hai fatto stamattina?»

«Ho preso un caffè.»

«Saliamo a casa?»

«Ma vai subito via.»

Salgono, lei avanti, lui dietro.

«Di cosa volevi parlare?»

«Con calma, saliamo.»

Da quanto tempo Dario non fa quelle scale! Quando si sono conosciuti erano pane quotidiano. Lui con lei, poi di notte andava via. E quelle scale sono sempre lì, le stesse, come un cane affezionato. Insieme è stato un crescendo. Lei non parlava. Non diceva nulla. Stava ferma. Provava a muoversi un poco, poi stava ferma. Lo faceva così. Ed era dolce, ma anche fredda. Semifreddo. Gli occhi chiusi, come se aspettasse un’onda che non arrivava, come quando da bambina c’erano i cavalloni e stava ferma sulla battigia ad occhi chiusi, aspettava che l’onda le finisse addosso; così perdeva l’equilibrio, rideva con la sabbia nelle labbra. Rideva di paura, da sola, muta, in silenzio. Ma voleva farlo sempre, non si tirava mai indietro.

Così, le solite scale, la solita porta, il letto.

«Annamaria, nonostante tutto io ti ho amato e ti amo, non mi dimenticherò mai di te.»

Annamaria non ci crede. Non crede a quelle parole. Ma è arrossita. Si tocca le guance.

«Vuoi qualcosa?»

«Ti penso almeno una volta al giorno»

«Un tè?»

«Lo sai perché ti ho lasciata?»

«Perché?»

«Perché sei una irresponsabile.»

«Ne abbiamo parlato. Avevi paura.»

«Lo sei.»

«Lo sono.»

«Lo sai perché ti amo?»

«Perché?

«Perché sei un irresponsabile.»

«Ancora?»

«Che ti amo perché sei matta e incomprensibile.»

«Mi prendi in giro.»

Dario le sbottona la camicetta della rivoluzione francese. Le sfila i jeans inzuppati di pioggia. Si sdraiano sul pavimento, lei col suo solito modo in attesa della tempesta.

«Mi ami ancora?»

Lei non risponde subito. Adesso sono a letto svestiti. Ma dice che è stato un errore.

«Lo so.»

«Perché lo sai?» 

«Così.» 

«Avevi nostalgia?» 

«Forse.» 

«È stato bello.»

«Come una volta.» 

«Perché sai che è stato un errore?» 

«L’hai detto tu.» 

«L’ho detto così per dire, per metterti alla prova…»

«Hai ragione.»

«È stato un errore, ma non importa»

«Non importa, è vero».

«Sorridi?»

«Mi fai sorridere.»

«Anche tu, Dario.»

«Perché, è stato un errore?»

«Perché forse oggi pioveva.»

Annamaria è contenta, rimane coricata sotto le lenzuola, pensa quanto sia scemo Dario, e quanto siano belle le giornate di pioggia: non è bella questa pioggia? È una pioggia allegra, il battito sui vetri, il ticchettio metallico contro la ringhiera, l’odore delle piante affogate; Annamaria s’addormenta, anche se sono già le undici e un sottile raggio di sole ha appena attraversato le nuvole in cielo.

Fg (2008)

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