Un po’ di qualcosa

In ufficio alle diciotto stacca tutto, qualunque cosa, e ritorna a casa con la MG acquistata a rate: una dozzina di mensilità addebitate sul conto corrente. A Selma piace accelerare lungo la tangenziale. Col pugno stringe il cambio. C’è una curva a gomito e ogni volta che l’oltrepassa pensa che quella lì è proprio una curva stronza. È stronza perché la morte è in agguato. A lei piace la sfida: accelera e sente che la macchina  potrebbe sfuggirle, buttarsi dall’altra parte e volare. La strada è sopraelevata e da lassù si apre una vista sui tetti della città: i grandi palazzi e le terrazze coi panni stesi. Grande è Catania, un mare di case. Si vede anche Ognina e la scogliera. Ma è sempre troppo tardi per starci a pensare. 

Da qualche giorno ha cambiato pettinatura. Prima i capelli erano corvini, adesso hanno acquistato dei riflessi rossastri. Dal parrucchiere va una volta a settimana, preferisce il venerdì pomeriggio, dopo pranzo. Abita con la madre e tutt’e due si fanno compagnia.

Marco aspetta sotto casa. 

«Chi è Marco?» chiede la mamma.

«Un amico.»

«Dove l’hai conosciuto?» 

«Da amici.»

«Dove?»

«Con Carla.»

«Chi è Carla?»

«Non la conosci.»

Selma alza la voce perché è chiusa in bagno, cerchia gli occhi con la matita nera, si guarda di profilo nello specchio. Ha una gonna nera. La camicia bianca è sbottonata.

«Mi è sembrato gentile. Cosa fa?»«Cosa fa chi?»

«Il tuo amico, cosa fa?»

«Lavora.»

«E cosa fa?»

«Lavora in banca o qualcosa del genere.»

Selma si spruzza il profumo. Siede sulla tazza del bagno, calza le scarpe, allunga le gambe per stirare meglio i collant, prova a stare bene sui tacchi, si guarda allo specchio, poi i denti, le labbra, gli occhi, i capelli. Quanto sei bella, pensa. Esce dal bagno, quasi investe la madre che è rimasta dietro la porta aspettando che la figlia dicesse qualcos’altro sul conto del nuovo amico. Selma sfugge in camera, rovista tra fogli e scatole, afferra il pacchetto blu oltremare; guarda se c’è la mamma, non la vede e allora lo lascia cadere dentro la borsetta.

«Mamma devo scappare!»

«Dove vai stasera?»

«Al centro.»

«Stai attenta.»

«Per cosa?»

«Stai attenta!»

Esce frettolosa barcollando. Si ferma sulla soglia del portone. Marco è in piedi accanto alla macchina. Selma sorride. Si baciano sulla guancia, da una parte e dall’altra.

«Come stai?»

«Tu come stai?»

«La solita vita, tu?»

«Stanca.»

«Anch’io.»

«Perché?»

«Ho tante cose da fare, e tu?»

«Dove andiamo?»

Di sera, il giovedì, in città non c’è traffico. Lungo Corso Italia due edicole aperte. Piazza Europa è ancora buia. In giro però c’è sempre qualche macchina.

«Che hai fatto in banca?»

«Solite cose, poi ho chattato a lavoro con un tipo che si fa chiamare Mandrake e mi ha inviato la sua foto col cappuccio in testa.»

Percorrono in machina il lungomare. L’odore del mare è forte, ricorda i luoghi della villeggiatura oppure i paesi dei pescatori d’estate, l’odore del sale. Il mare è di tutti, invade le strade e i ricordi, senza padrone.

«E com’è? com’è fatto?»

«Com’è fatto cosa?»

«Fisicamente dico, com’è?» ripete lui.

«Mi fai ridere!» 

Poi il mare una volta si guardava. Si rimaneva fermi, con gli occhi sui riflessi, e si pensava al futuro. Ma quest’abitudine si è persa. Anche perché il mare da vicino non c’è più. 

«Be’, è vero» dice lei.

«È vero cosa?»

«È un gioco.»

«Sei carina stasera!»

Lui le accarezza il ginocchio. Lei poggia il capo sulla sua spalla. 

«Anche con me è un gioco?» chiede Marco.

«Con te è diverso.»

«Diverso come?»

«Diverso.»

«È lo stesso, invece.»

«Forse.»

«Forse cosa?»

«Forse con te è diverso, anche se è lo stesso.»

Selma lo bacia e con le mani gli scompiglia i capelli. 

«Dài finiscila» dice lui che toglie via la mano e assume un’espressione come se stesse pensando a qualcosa d’importante.  Il mare riflette le luci. Sulla spiaggia non c’è illuminazione. Le panchine sono vuote. 

«Ti sei rivista col tuo ex?»

«Sì.»

«Come va?»

«Comunque è finita. È stata un’esperienza.»

«Che significa è stata un’esperienza

«Si dice così, no?»

«Andiamo da te? Qui è così desolato.»

Selma apre gli occhi. Una striscia di luce dentro la stanza. Nella camera gli oggetti hanno una forma indefinita. Eppure non c’è molto da vedere. La stanza è vuota: un letto, la sedia, un quadro, la porta. Digita qualcosa al cellulare. Sotto le coperte Marco dorme. Selma scrive che ha trascorso la notte con Marco. Poi gli sfiora la guancia.

«Marco, Marco, devo andare…» 

Raccoglie i vestiti. Non trova le scarpe. A piedi scalzi va in corridoio, tasta sulla parete, abbassa l’interruttore della luce. Poi torna in camera da letto e cerca sul pavimento. Il cellulare di Selma vibra: Selma legge e cancella.

«Che fai?»

«Non ti volevo svegliare.»

«A chi scrivevi?»

«Quel tipo, come si chiama, mi dà il buongiorno.»

Lui si tocca i capelli, prova a sistemarli, poggia la schiena sulla testiera del letto. Effettivamente ha dormito bene e profondamente. Lei invece prima di prendere sonno s’è tolta il cuscino il capo, ha guardato un po’ di televisione. 

«C’è qualcosa che non va?» 

«Niente, ti voglio bene.»

«Di già?» dice lui.

Le labbra della ragazza formano un arco luminoso. Gli pettina i capelli con la mano. Marco chiude gli occhi conquistato da una montagna di dolcezza, e rimane così; anche se lei ha trovato le scarpe e vola via. 

A Selma piace la casa di Marco perché è vuota.

Anche il soggiorno è vuoto. 

Poi c’è un balcone che pende sulla città: i tetti scuri, le terrazze infiorate, i vasi di terracotta, le antenne delle televisioni, le cupole di qualche antica chiesa, le impalcature per la ristrutturazione in corso d’opera. 

È come se dentro quella casa si vivesse lontani dal tempo. 

Le pareti bianche non suggeriscono altro. 

Selma si ravviva i capelli, si guarda di profilo, aggiusta la camicia e va a lavoro col cuore che le batte a mille.

(2008)

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