Poker

C’è una nube di nicotina intorno al tavolo da gioco. Lui mischia le carte, mamma prepara la crostata con la marmellata di albicocche su cui ha accomodati cinquecento grammi di ciliege fresche senza nocciolo e un bicchierino di rum. Io invece sono stesa sul letto. Fisso il soffitto rischiarato dall’abat-jour, stringo al petto un morbido peluche a forma di giraffa arancione. Mi sono occupata delle decorazioni natalizie, ho avvolto intorno all’albero una collana di luci; ho tirato fuori dallo scatolone anche le palline argentate e gli angioletti di porcellana. La casa è ora addobbata con lombrichi luccicanti. Ho vuotato anche un paio di barattoli, avvolto le scatole con carta da regalo, ho sistemato le confezioni ai piedi dell’albero, ben infiocchettati con ciuffetti di nastro decorativo. Ma tutto questo non mi è bastato per distrarmi. 

Attraverso il corridoio illuminato da coppie di proiettori alogeni incassati al soffitto, entro in salone, soffio una tossettina secca e dico:

«Pa’, la crostata è pronta.» 

Papà mi guarda a lungo. 

«Stiamo giocando» ha risposto Marcello con un ventaglio di carte davanti alla faccia. «Ce l’hai il fidanzato?» ha continuato. Rimanendo impalata lì davanti senza sapere cosa dire, ho bloccato gli occhi sulla vetrata, le luci dell’albero s’inseguivano. Sono corsa via. Mi sono buttata sul letto della mia stanzetta. Ho riabbracciato la giraffa arancione. 

Marcello è proprietario di un’azienda di impianti oleodinamici. In qualità di direttore dei lavori fa i sopralluoghi, dà le disposizioni agli operai, scende nel pozzo per revisionare l’impianto. Nel periodo in cui si sono svolti i fatti, Marcello entrava nella cabina dell’ascensore, si guardava allo specchio, sistemava i capelli e puliva col fazzoletto un po’ di sporco dalla fronte; poi alitava contro lo specchio e con la punta del dito tratteggiava una bella T. 

La prima volta che mi ha guardato non lo conoscevo ancora. Non ero ancora Tania. Accendevo la webcam e mi toglievo i vestiti. Lui poi è riuscito a localizzarmi. Dietro la vetrata della mia stanza si alza un palazzo. Nel palazzo c’è scritto EXTREME. Marcello comincia a frequentare il bar sotto casa e così mi ha offerto un caffè, con parole senza troppa importanza. E poi ha conosciuto anche mio padre. Marcello girava spesso per i portici, e io ho abbandonato il corpo tra i suoi denti.  Lui portava la barba di una settimana e premeva lasciando sulla pelle i segni. Quando arrossisco penso di sembrare sciocca. Ero un ritaglio di stoffa su cui scrivere I Love You.

Comunque, quasi quasi gli ha tolto il pensiero di avermi ancora per casa e ricordarsi quello che non è mai stato. A me è dispiaciuto moltissimo, ma d’altra parte mi sento già grande ed è venuto anche per me il momento di giocare le mie carte. La mamma ha lanciato il telefono, ha fatto cadere la lampada che si è frantumata in innumerevoli pezzi di vetro. Il pavimento è diventato scivoloso e l’orchidea affogata dentro l’olio del lume sdraiata sul pavimento. Mio padre ha acceso la tv e ha cercato di seguire un film in bianco e nero.

«Lo sapevi?» 

«Tu non hai mai saputo niente di tua figlia.»

Lui è rimasto stravaccato sopra la poltrona, si è acceso la sigaretta e ha continuato a guardare il film. L’audio si diffondeva per tutta la casa come la corrente d’aria che sbatte le imposte. Mi sono messa a fare avanti e indietro dentro la camera, dalla porta al tavolino sino alla finestra, e poi di nuovo. Stringevo il telefonino. Abbracciavo la giraffa arancione. Mi ricordo di mia madre, quando insieme ci recavamo al porto e lei guardava le barche che si sfioravano i bordi. Mi raccontava di un australiano. Dormiva, mangiava, viveva lì dentro. Un australiano con camicia quadrettata, pantaloncini corti e un cappello. Una bottiglia di spumante che rotola sul pontile. Ho immaginato l’australiano, le maniche della camicia tirate fino al gomito, che mi spiegava il rumore del mare. 

Io ho il borsone già pronto, sotto il letto. L’australiano sì che era un vero lupo di mare. Che figata! Ascolto Humphrey Bogart: ha le mani legate, s’è preso una bella sciacquata d’alcol in faccia. («Perché non hai voluto smetterla!» «Perché me l’hanno detto in tanti … mi accenda una sigaretta, vuole, angelo?») E mentre ascolto anch’io quel film, un frastuono proviene dalla cucina. («Mi levi quest’affare dalla bocca…» Bogey è un blocco di ghiaccio, preferirebbe una sigaretta in bilico anziché la lingua di una donna tra i denti). Il fracasso proviene dalla cucina e sovrasta il crescendo dei violini. Alla tv si baciano, invece il ritmo del cuore precipita. Corro in soggiorno, la stanza sottosopra, il balcone spalancato, mia madre fa la pazza sopra la ringhiera. Grida che si vuole buttare giù. Papà si è alzato. Anche Lauren Bacall urla, i contrabbassi tremolano, scoppiano spari di rivoltella. La mamma a cavallo sulla ringhiera come una scimmia. Mio padre la tiene per un braccio. («Forse sono innamorato di te.» Bogart a questo punto ha alzato i sopraccigli, diventa un tenerone, e lei vorrebbe abbracciarlo). 

Il rumore della guerra martella lo stomaco. 

Di andarmene me ne sarei andata lo stesso, farlo per una manciata di fiches è stato davvero qualcosa di veramente indimenticabile. 

fg ©(2007)

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