Cinque febbraio

Avanzavamo. Una distesa di sabbia. Il cielo era una lastra rovente. La terra sconfinata. Avevamo lasciato la base. Lì si stava bene, c’era l’acqua, l’abitudine della pace. Dopo l’ultima battaglia non sapevamo dove si fossero nascosti, forse verso Karàt. Dentro il camion stringevamo il mitra. L’aria tremolava. Ci vollero due ore per avvicinarci alle alture. Un carro arabo di fabbricazione sovietica inclinato su un lato. Uno di noi scende. Salta giù e corre a schiena bassa puntando il mitragliatore a destra e a sinistra. Un giro intorno al carro nemico. Il sergente richiedeva via radio l’appoggio di un elicottero. Non ce ne sarebbe stato bisogno, ma era come se avesse fiutato qualcosa. Il soldato sale sopra il carro e forza la botola. Fuoriusciva fumo. Diceva che dentro erano tutti carbonizzati. E mentre sta là sopra e fa segno che sono tutti morti, sibila un colpo di fucile. I soldati come serpenti si riparano dove possono. Un altro sparo. Cominciamo a tirare bestemmie. Raggiungo il sodato a terra, lo libero dal casco blu. Trema lui. Ho provato a farmi il segno della croce.

Sulla collina di sabbia troviamo riversi due ragazzi vestiti da milizia locale. Intorno abbaiano i cani. Arriviamo nel villaggio. Le case erano cubi di fango asciutto. Un sentiero divideva l’abitato. L’elicottero volava e le eliche alzavano polvere. Marciamo in ordine sparso. Alcuni di loro fanno finta di niente, i bambini ci guardano, i vecchi sbraitano qualcosa. Il generale allaccia sulla canna del fucile la bandiera della vittoria. 

Dentro la zona militare il mangiare era preconfezionato, la carne arrivava dall’Argentina. Avevamo fame, giocavamo a bocce. Obbedire agli ordini mi fa bene. Ero utile, se mi armavo, quando presidiavo un posto di blocco spiato da sciarpe di seta. Quando giri per il paese rassomigli a un cane che annusa gli scarti: non sai niente. Sei il dito che sfiora il grilletto del M16. Non provi niente. E spari contro. Nel momento in cui è esplosa la mina sono caduto, ho capito che sarebbe toccato a me. Ero lucidissimo. Solo dopo mi ha raggiunto il dolore dalla carne viva, ho cominciato a soffrire. Ho creduto fosse quella la morte: un maledetto dolore, la mente che s’ingombra di vita trascorsa. Ho pensato a Olga. Una collana di pietre verdi, capelli neri, la voce. Quella era Olga, fatta di un’incantevole leggerezza. La luna sporgeva tra le nuvole. Stavamo a guardarla insieme, la luna. E quando il vento ha spazzato via tutto, lei è rimasta d’argento sopra un mare. Era un notturno da cartolina, le barche dei pescatori ormeggiate nel molo di pietra, le luci del promontorio, i cassonetti dell’immondizia pieni: un uomo e una donna si rincorrono sulla spiaggia, un altro fumava. Le luci dell’albero di maestra oscillavano come un pendolo. Era un notturno, proprio come nei film, solo un po’ più maledettamente indifferente, un fottutissimo notturno postmoderno. E io che la guardavo e guardavo la luna, e i capelli profumati e il leggero trucco intorno agli occhi. Le vene sotto la pelle, le vedevo perdersi, le vene azzurre sotto la pelle rosa e le labbra calde. Io che sgranavo il corpo, respiravo spasimi …

Ormai l’odore me lo porto addosso, lo sento ovunque. Credo ci sia sempre stato, tra le pareti, per strada, la morte c’è sempre stata, ma non lo sapevo. Adesso è acquattata dietro di me. È paziente, s’attacca al rossetto, resta impigliata tra i rami dei capelli. Provo un dolore come uno spillo. Sto fermo, cerco un compromesso. Bilancio il peso. Sposto le braccia e il collo. Io non sono, penso. Ognuno ha il suo come. Fuori c’è la lunga processione della Santa, le bancarelle, la cera e i fuochi d’artificio. Il fercolo passerà sotto casa. Olga oggi non può raggiungermi. Le strade sono chiuse, le urla entrano dentro la testa. Olga mi fa compagnia con la voce. Sta bene, Olga. Le manco, dice. Da tre giorni. Non posso muovermi. Ascolta, mi dice. Ogni pomeriggio è con me, da quando ho il fiato ingabbiato. I polmoni rassomigliano a sassi. Poggio il capo su due cuscini, uno sopra l’altro. Il vetro è sporco di tre giorni. Un appartamento di fronte ha le imposte spalancate, vedo il soffitto decorato con cornici a stucco e lampadari preziosi. Bambini e nonni sono affacciati alla balaustra, osservano i devoti caricati dei grossi ceri in spalla, sacco bianco e espressione audace. Sulla parete si proiettano strane ombre. Forse la fine è come prima dell’inizio. Olga mi stringeva la mano, cercava il polso, tastava con le dita le ossa più sporgenti. 

«Ci sei?»

«Dimmi.»

«Che fai?»

«Pensavo.»

«A cosa pensavi?»

«A noi due.»

«Sei sola?»

«Sono sola.»

«Anch’io ti pensavo.»

«Mi accarezzi come sempre.»

«e poi …»

«Scendi con le mani …»

«Che stai facendo ora?»

«Tu che stai facendo?»

«Quello che mi hai detto.»

«Scivola con la mano.»

«Voglio ascoltarti.» 

«Amore.» 

«Ancora?»

«Sì.»

«Parla.»

«Sì.»

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