Modena

Mimmo è sulla cinquantina. È fatto di distensivi chimici. La moglie è andata via di casa. Lui, neanche dorme. Cammina tutto il giorno. Pensa ad Ada. Mostra agli sconosciuti la foto tessera. «La conosci? Guarda quant’è bella! Non è bella? La conosci?». Da quando è andata via, sono trascorsi un po’ d’anni, si è innamorato di un’altra già maritata. Se l’è messa in casa, addirittura. A lei, e al marito pure, che lavora tutto il giorno nei cantieri. «Anna, sei la mia luce» le dice. Glielo ripete quando stanno soli. Non è geloso, anzi. Qualche volta chiede un bacio. Quando le chiede un bacio strizza gli occhi e rimane col naso stretto.

Sardella invece timbra il cartellino al Plaza. Il locale si trova al centro, i tavoli quando c’è vento sono investiti dall’odore di braciola equina. Lui si è trasferito da poco, perché non ci sta più con la testa. Aveva abitato un monolocale al secondo piano, in una zona frequentata da senegalesi e cinesi. A due passi dalla sala prove. Ma una mattina spalanca gli occhi. La parete divisoria dell’appartamento è crollata. Aveva dimenticato i lavori di ristrutturazione. Ci ha ficcata in testa Liliana. È un chiodo arrugginito. Quando gli operai hanno buttato giù la parete, Sardella sognava. Sognava di viaggiare, percorreva tornanti, ad ogni curva c’era uno strapiombo. Saliva, e più saliva più la carreggiata stringeva e lo strapiombo scivolava. La salita era un imbuto fino a strangolare la gola. L’ultimo tornante girava a vuoto, l’auto faceva un volo. Sardella planava come un aquilone. E mentre volava, il volto di Liliana compariva sul parabrezza. Poi Sardella ricadeva in carreggiata. Correva di nuovo. Riprendeva la corsa via via più stretta, il precipizio s’allargava, la carreggiata si restringeva, e di nuovo la curva e poi precipitava. Stavolta Liliana non c’era. Quando Sardella ha aperto gli occhi, un boato di polveri irritava la mucosa nasale. 

Mimmo durante il giorno guarda la tv, passeggia in giro, incontra un’amica che abita in via Reggio. Si chiama Holla, una tipa con le trecce fitte. È robusta, i denti macchiati, la pelle molto scura. Mimmo le regala borse e magliette; lei lo sistema dietro la porta, sopra una sedia pieghevole. Lui accuccia la testa e guarda in alto le macchie d’umidità che mangiano il soffitto. Può anche sbirciare dal buco della serratura, ma se non lo fa in tempo trova solo un lavandino e l’asciugamano sulla sedia. Qualche volta Holla lo fa stare sopra il pouf rosso della stanza. Mimmo diventa allora parte del mobilio, e alcuni clienti non ci fanno caso. 

Mimmo abita un trivani al primo piano con terrazzino. Anna coltiva i gerani e le petunie. Mimmo vuole bene ad Anna, le prepara la pasta coi gamberi. Ma Anna si lamenta un giorno sì e l’altro no, perché lui è così, troppo dolce e troppo tenero. È dolce e tenero, una specie di bambino; e quando lei lo sente questo sentimento, s’irrita. Il marito torna a casa la sera, mangia e si corica già stanco. È una condizione provvisoria, ripetono, potrebbero andarsene da un momento all’altro. Ma a Mimmo sta bene che lui dorme con lei, perché così li può spiare. È un modo per ricordarsi di Ada. Ricicla, in qualche modo.

Mimmo va fuori e incontra Sardella. Ordina un bicchiere di gin con succo d’ananas. S’incontrano al Plaza e stanno seduti. Gli altri amici lavorano, hanno preso famiglia. Loro invece rimangono seduti, ricordano la giovinezza, qualche episodio stravagante. Poi Mimmo ritorna a casa, dorme sul divano che è comodo. Qualche volta si corica anche nella stanza matrimoniale, su di una piccola branda a ridosso della parete. Anche se dentro ci sono gli altri due, questo non importa. Una volta Holla ha detto a Mimmo di salire sul letto perché glielo ha chiesto un cliente. Ma Mimmo non se l’è sentita. Se al posto di Holla ci fosse stata Ada, non l’avrebbe divisa con nessuno. Se rivedesse Ada, le chiederebbe scusa mille volte. Quando Holla gli ha chiesto di salire sul letto, lui ha fatto finta di non capire. Lei allora si è alzata. Si è chinata sulle ginocchia. Ma Mimmo si è allontanato dal pouf, ha tirato su i pantaloni ed è andato via. Ma l’indomani le ha comprato una culotte pizzettata in cotone elasticizzato e le ha chiesto scusa. Holla ha indossato la mutandina, anche se era un po’ stretta. 

Spiros è il proprietario del Plaza, e si è ingelosito. Non era mica scemo, Liliana ci parlava troppo, e c’è stato un giorno in cui sembravano due piccioncini. «Ti voglio bene» ha detto Sardella. «Vedrai che non scherzo. Ti offro tutto quello che sono e che posso fare, e potrò fare molte altre cose per te.» Questo lo dicono tutti. Non c’è mai nulla di nuovo. Cosa vuoi fare dunque per incantarmi? Digiunare per otto giorni, incatenarti sotto casa mia, presentarmi tua madre, ha pensato nel frattempo Liliana.

Spiros gira per i tavoli, è più che mezzanotte. Lei, di fretta. 

«Allora mi dedicherai solo belle canzoni?» ha continuato a dire. Sardella non promette nulla di buono e ha le ragnatele nelle tasche. Lei coi capelli crespi, occhi tondi, schiena dritta. Mantiene un portamento da gran signora. Sardella ha raccontato di essere andato a vivere in Inghilterra. Aveva contattato una band della city ed era partito con le bacchette dentro la valigia. Mangiava baccalà e patatine fritte. Divideva la casa con altri ragazzi. C’era anche Arnold che faceva l’Erasmus. La casa era piccola, tutti avevano una stanza, tranne Sardella che dormiva vicino al bagno. Era pur sempre una buona sistemazione. Di notte Arnold tornava dalle gozzoviglie comunitarie e vomitava dentro la tazza del cesso. La Cover band di Londra si chiamava Without ending ed era composta da Gerard di Helsinky, Brian di Edimburgo, Fiona di Liverpool. Sardella, ovviamente, suonava la batteria. Fecero qualche concerto con un discreto successo. Gerard si sparava di acido. Si procurava roba di ottima qualità, gliela portava un tipo vestito elegantone, sembrava un gangster. Tirava la roba fuori da una ventiquattrore: pasticche ed erba. Gerard i soldi li teneva in tasca, appallottolati. Poi si appartava con Fiona, in una Ford blu metallizzato. Lei era anoressica. Chiavavano come se stessero giocando a freccette. Brian, invece, aveva studiato per fare il pastore protestante. Oltre alla chitarra suonava il violoncello. Quando Gerard comunicò – era un pomeriggio grigio e bagnato – che sarebbe tornato in Finlandia per lavorare col padre, anche Brian se n’è ritornato a Edimburgo per continuare gli studi in teologia. Fiona scomparve, forse aveva litigato con Gerard. Sardella rimase solo e cominciò a bere. La mattina dormiva e la sera allampanato, cercava una nuova band. Ritornò a Ramacca in autobus. 

Mimmo ha un suo immaginario. Crede in dio, un dio che è dappertutto. Dice che i pensieri sono dio, e i pensieri cattivi sono dio che si arrabbia. Ogni cosa è dio, quindi bisogna sopportare pazientemente. La parola amore è un sorriso che copre rovine personali. 

«Mimmo, questa è casa tua, ma non puoi approfittartene!» ripete Anna quando Mimmo strizza gli occhi.

L’indifferenza ha ferito Sardella. 

«Liliana, ce l’hai con me?»

«Perché?»

«Non mi parli più, non mi saluti, non vieni al tavolo.»

«Sto lavorando!»

«Quando finisci di lavorare?»

«Sono fidanzata.»

«Lui è venuto dopo di me!»

«Dopo che cosa?»

«Non puoi giocare coi sentimenti!»

«Non vuoi capire.»

«Sei un’ipocrita!»

«Ma vattene!»

«Cosa c’è in me che non va, Liliana?»

Spiros invece gli ha fatto cenno di smammare.

Mimmo ha una teoria, in generale. Le cose degli uomini vanno sempre in una direzione, che è quella di dio; il vento è la rabbia di dio. La verità è il mistero di dio. L’amore avvicina a questo mistero. Le cose vanno storte perché non se ne comprende consistenza. Se avessimo gli occhi di dio ogni cosa starebbe al proprio posto. Le cose vanno storte, dice Mimmo, perché abbiamo pensieri diversi.

Ada aveva conosciuto un rappresentante di caterpillar di Modena. S’era portata con sé la figlia di undici anni e tutte le proprie cose, anche gli angioletti di Raffaello. Con la moglie era stato troppo ingenuo. Mimmo, ovviamente, ha sofferto. Ha inghiottito ansiolitici, ci ha bevuto sopra bicchieri di gin, è diventato un fantasma che va su e giù per Corso Sicilia e ferma gli sconosciuti con un sorriso d’emergenza. Anche Anna se n’è andata, così come vanno via le stagioni. A parlare per primo è stato il marito. «Vado a Palermo, domani partiamo» gli ha detto. Mimmo ha guardato Anna. Anna in piedi osservava il marito. Lo hanno fatto dormire nella stessa stanza, per l’ultima volta. Lei gli ha regalato una fotografia in cui lei annaffia le petunie del terrazzo.

Sardella poi è entrato in casa e lo ha trovato supino sul pavimento. La tv accesa, le pupille dilatate. Intorno tante bottiglie di gin, tante bottiglie di gin fino al black out.

Sardella ha tre fissazioni: Liliana, i capelli e il rock. Da quando la madre ha conosciuto un nuovo amore, quando c’era buio e il dj suonava un tango argentino, da allora è rimasto solo. Se propongono un lavoro, lo prende per licenziarsi. Critica tutti, ha mal di stomaco. Sperimenta le lozioni contro la calvizie. Cammina con un cappello di pelle. Un giorno gli si ruppero gli stivali acquistati in un mercatino di tendenza di Soho. Cercò di ripararli legando la suola al camoscio col nastro adesivo. Quando in estate torna il suo amico Tonino che fa il professore di lettere a Bologna, girano in città con la Fiat e discutono se sia mai possibile fare avanti e indietro con 4€ di benzina al giorno. Non fanno altro che ricordarsi quando giovanissimi caricavano gli strumenti nella Cinquecento scappottata e suonavano nelle feste dell’Unità. 

La teoria di Mimmo si chiama la teoria dell’Infinito minimo. Dio è tutto. C’è il dio padella e il dio lampadina, dio luna dio libro dio telefono dio occhi dio bicchiere dio luce dio penna dio pantaloni dio occhiali dio cocacola dio tavolo dio sedia dio mal di testa, dio odio dio non ti voglio bene, dio è questa mano, sono questi pensieri, dio è questa vita! Alza il braccio, indica qualcosa che cade dal cielo, ma non è niente. Mostra la dentatura bucata, la barba, spine di rosa bianca. Un bicchiere di gin posato sul tavolo, un altro vuoto e un succo di frutta all’ananas.

La figlia di Mimmo va a scuola. Quando le compagne hanno rinfacciato di non avere un vero papà, s’è arrabbiata e ha fatto a botte. La preside ha chiamato i genitori e Giulia ha detto che il suo vero papà è rimasto in Sicilia. Mimmo riceve le lettere di Giulia e se le porta didietro, e quando è seduto in una panchina, le rilegge e cerca di immaginare Giulia che va a scuola, immagina i capelli di Giulia, la testa di Giulia, il sorriso di Giulia; e immagina Ada insieme a Giulia, e la faccia severa di Ada, anche. Così, Mimmo passa da Holla, legge la lettera e le domanda un consiglio. E lei dice che lui ha un amore di figlia. Anche a Holla sarebbe piaciuto. Holla ha amato un uomo. Veniva per parlare d’affari con quelli del magazzino. La pagava bene. A lei piaceva perché aveva un riguardo, una gentilezza insolita. Andavano a mangiare al ristorante e le regalava i vestiti. Avrebbe voluto un figlio da lui. Lo conoscevano tutti. Ma poi è scomparso. Holla non ne ha saputo niente. Holla suggerisce a Mimmo di andare a Modena. Non è poi tanto grande Modena e le scuole sono due tre! Mimmo ci pensa a questa cosa, deve raccogliere qualche soldo, fare il viaggio in treno e chiedere a Sardella di fargli compagnia. Mimmo pensa questo seduto sopra il pouf , mentre un cliente si riveste.

L’incubo più frequente è quello di avere paura e non avere nessuno accanto. Gettava via la coperta, spalanca gli occhi. Solo una sedia e la tivvù inarrivabile. Il letto è una branda di legno. C’è una sedia da infermeria, il chiarore della corsia dietro la vetrata, la serranda abbassata, l’illuminazione della strada, la lucetta rossa della tivvù s’ingrandisce, a poco a poco diventava un disegno, una forma, un volto, il volto di Ada. «Ada, vieni qua…» biascica nel buio. Allunga il braccio, s’allunga tutto per toccare Ada, abbracciare Ada, baciare Ada. 

«Come stai?»

Sardella gli porta una ristampa di Dylan Dog.

«Va meglio…»

«Come fai a leggere questa roba?»

Dopo un po’ di silenzio prende una foto.

«Sardella, hai visto Ada?»

«Ada è a Modena.»

Sardella gli legge le lettere. Mimmo ascolta, ma non sa che farsene. Vorrebbe andare a Modena. Vorrebbe riscoprirsi felice. Sardella pensa a Mimmo, ma anche a se stesso, che non ha concluso niente di buono, a trentacinque anni. Almeno Mimmo, qualcosa, qualcuno che gli scrive, ce l’ha. E con quel qualcosa può costruirsi delle fantasie. Da bambino in colonia Sardella faceva le gare a chi costruiva i castelli di sabbia più belli, grandi, con i canali interni, le torri. Da bambino alla colonia con la madre e il padre, erano bei ricordi, e la vita era tanto facile, non si faceva caso a quanto fosse difficile. I castelli Sardella li costruiva, ed era bravissimo. Sei torrioni laterali, due interni su una base rialzata. Costruiva anche il portone d’ingresso con la paletta. Sul fossato correva l’acqua. Nella torre più alta infilzava una bandiera, quella che portava via dalle coppe gelato del ristorante. Poi, lo distruggeva a secchiate.

Sardella si è trasferito in via Garibaldi diciassette. Il balcone s’affaccia sulla pescheria e da lì entra un effluvio di tutti gli odori del sottosuolo. S’è comprato una casacca africana bianca, con le maniche leggermente alate e i lacci sopra il petto. Quando suona con la cover band prende 50€ a serata. Pensa che un giorno Liliana gli chiederà scusa. Sogna ad occhi aperti che un giorno incontrerà Liliana perché Liliana casa avrà bisogno di parlare con qualcuno, parlare delle paure e del futuro. Lei ritornerà. Lui allora le racconterà di aver inciso un nuovo album e che presto sarà tanto ricco da poterla amare davvero. 

Poi Sardella esce di casa, va alla stazione e acquista due biglietti per Modena.

fg © 2006

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