Istanbul

7 febbraio 2021

L’odore del mare imbratta quello acre delle olive condite, la verdura e i merluzzi nel ghiaccio; un effluvio che avvolge la pescheria. Chi passa vede anguille, teste di pesci con le spade, tacchini appesi al chiodo, crostacei che alzano le chele rosa come nuvole al tramonto. Il sole scalda le voci. Carla suda, l’aria la stordisce. La valigia zoppica nel selciato. La ragazza raggiunge l’ostello. In stanza si guarda allo specchio, indossa qualcosa di fresco, un po’ di matita nera, e ritorna per strada. 

Le case appiccicate come per un bacio, le porte sbarrate, i panni stesi, le grida dei bambini. La chiesa della Santissima Immacolata sopra una gradinata. I palazzi fanno ombra e nascondono chiostri, cortili, il verde dei rampicanti, le palme ingiallite, fontane di marmo. Poi Carla va in Corso Vittorio Emanuele, segue un’insegna turistica fino ad un portone: dentro si spalanca un teatro di pietra. Seduta sui gradini allunga le gambe. Rimane così, sui resti archeologici, sotto balconi delle case, la biancheria stesa al sole, il rumore delle pentole, l’odore delle cucine. Tutto questo piove sopra il teatro, che è un miracolo dentro la città. 

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Carlotta

7 febbraio 2021

Si è fatta quaranta minuti di macchina perché la testa faceva male se non lo incontrava, e non ingoiava nulla che non fosse un Chinotto oppure bruschette condite col pomodoro, aglio e olio piccante. Le brillavano gli occhi quando ha letto sul display il messaggio di Giulio. 

Carlotta non si accorge di correre a centoquaranta. All’uscita del casello riacquista la calma, paga il pedaggio con una carta da cinquanta. Prova a non pensare come sarà. Si può sempre salvare qualcosa. Trilla il telefonino. Giulio spiega la strada, lei non capisce, s’aggrappa al nome di una piazza e sa che deve andare fin laggiù. Comunque, non sarà quello il problema. Con un filo di acceleratore raggiunge il porto, e riconosce Giulio in pantaloncini e infradito; lei accosta, abbassa il finestrino.

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Analgesico

7 febbraio 2021

Il cielo è coperto dalle nuvole. Ricomincia a piovigginare. I lampioni ricurvi. Il palazzo è come tanti da queste parti, senza intonaco, coi mattoni rossi. Il tubo di grondaia nascosto dall’edera rampicante. Erika ha i capelli neri fino alle spalle. Sul pavimento ci sono vestiti e libri e cose d’ogni giorno. A piedi nudi osserva le ossa del torace, le clavicole ben rilevate, il biancore lattescente, le braccia magre. Morde la polpa di una mela, copre il sesso col lenzuolo. Erika non è più uscita di casa. Si stende sul pavimento e poggia la schiena fino a sentirne le vertebre. Esegue esercizi di respirazione, gonfia la pancia.

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