Analgesico

Il cielo è coperto dalle nuvole. Ricomincia a piovigginare. I lampioni ricurvi. Il palazzo è come tanti da queste parti, senza intonaco, coi mattoni rossi. Il tubo di grondaia nascosto dall’edera rampicante. Erika ha i capelli neri fino alle spalle. Sul pavimento ci sono vestiti e libri e cose d’ogni giorno. A piedi nudi osserva le ossa del torace, le clavicole ben rilevate, il biancore lattescente, le braccia magre. Morde la polpa di una mela, copre il sesso col lenzuolo. Erika non è più uscita di casa. Si stende sul pavimento e poggia la schiena fino a sentirne le vertebre. Esegue esercizi di respirazione, gonfia la pancia.

Il tempo fuori non si sa com’è. C’è la pioggia, forse, forse no. Dal vetro scorge altri balconi e un albero spoglio. Un forte vento soffia nell’Europa settentrionale e sradica alberi, binari, scoperchia case, abbatte pali. La radio dice che quando il vento sarà arrivato anche da noi, non sarà più lo stesso. Erika aspetta che il vento arrivi nel quartiere. Chiuderà il balcone e osserverà dall’alto le macchine capovolgersi, le insegne piegarsi, i pali abbattersi, i vetri infrangersi, la polvere volare, le acque soffocare, l’aria soffiare come la sirena dei pompieri. Erika tasta le vertebre, la gabbia toracica, gli spigoli del bacino.

Vilnius sguscia del pistacchio verde, beve una birra.

«Ti ho aspettato.»

«Come stai?»

Lei si nasconde sotto il cuscino.

«Com’è il tempo fuori?»

«È piovuto.» 

«Hai cenato?»

Vilnius alza il volume della televisione, dice che ha cenato.

«Com’è il tempo?»

«È piovuto, c’è un caldo matto.»

«Avvicinati.»

«E adesso che siamo vicini?»

«Anche tu hai anestetizzato il mio corpo.»

«Dobbiamo continuare.»

«Ho un’ecchimosi sul braccio.»

«L’ho visto.» 

«Nei film tutto questo sarebbe più interessante.»

«È sempre tutto più interessante…»

«Lui sa che abito qui.»

«Come fa a saperlo?»

«Una volta l’ho visto.»

«Se Igor volesse parlarti?» 

«Ascolta. Il tubo di grondaia fa i gargarismi!»

«Forse se lo incontrassi per l’ultima…»

«Non viene, non è mai venuto.»

«E se venisse?»

Erika e Vilnius guardano la tv e si stringono l’uno dentro l’altro con la speranza del miracolo. Sono trascorsi sessanta giorni,  la temperatura è ferma a 37 gradi Fahrenheit. Vilnius dalla finestra fa la spia. Quando il citofono suona, Erika è già riversa in bagno, i capelli inzuppati. Si risveglia dallo stato catatonico grazie alla voce del compagno che annuncia l’arrivo dell’ordinazione. Le pareti ruotano come al Luna Park. Prova a stare in equilibrio poggiando le mani sull’orlo del lavandino, poi cade sopra il piatto della doccia. Allunga il braccio e gira il rubinetto. Pioveva quando Vilnius si è innamorato di Erika. L’ha incontrata per strada. Era già sera, le auto fischiavano sopra le pozzanghere e i cani randagi annusavano i bidoni dell’immondizia. Lei attendeva che qualcuno la trascinasse via. 

Dopo giorni d’isolamento, Vilnius piange all’immagine di Erika raggomitolata come un ragno: il volto nascosto, l’acqua che allaga il pavimento. Un nodo si scioglie. Vilnius piange. La tira su, la fa sedere sulla tazza del cesso, l’avvolge con l’asciugamani, l’abbraccia. Vilnius la riveste. Lei ha le pupille dilatate, le labbra viola. 

«Abbracciami, ho freddo.» 

«Come stai?»

«Forse è stata la paroxetina.»

«E Igor?»

«Igor non viene, non è mai venuto.»

«Ti potresti occupare di qualcosa.»

«Adesso è di nuovo notte.»

«Sei ancora in quella strada puzzolente di scarico e aspetti che tutto finisca e si possa ritornare al punto d’inizio. Aspetti che tutto questo finisca?»

«Camminava per casa coi piedi pesanti.»

«Tu mi lascerai solo in questa tana.» 

«Mi diceva che io sarei rimasta sola.»

«Non sei sola, ci sono io.»

«Mi sembra di vederlo. Forse non è lui, mi sbaglio. Oppure è davvero lui, e vuole restituirmi tutto quello che ho perso. Forse viene a chiedermi scusa, e allora vorrei dirgli che io non l’ho mai dimenticato e non siamo mai soli… no, non viene, non è mai venuto.» 

Erika piange. Vilnius non ha detto altro, fa finta di sorridere, e si guarda allo specchio coi denti gialli. Vilnius stringe i bordi del lavamano e desidera staccarlo via una volta per sempre.

La strade sono vuote. Lui guida, si diverte a sterzare a destra e a sinistra. Il vento scompiglia i capelli, Erika li raccoglie con un nastro rosso. Gli occhiali scuri nascondono il volto. Un gatto attraversa la carreggiata, Vilnius inchioda il freno a tavoletta. Le gomme stridono, l’auto scivola, il gatto ha inarcato la schiena. Erika esclama qualcosa, lui s’è girato e ha emesso un profondo sospiro. Il sole è alto in cielo, la radio trasmette un valzer. La danza è legata a innumerevoli congegni meccanici. Il mare è increspato. Sul lido spingono le onde. Le strade sono vuote, il cielo azzurro, il sole caldo. Vilnius dice che la spiaggia è desolata, e questa cosa appare come una faccenda stravagante. «Forse sono tutti chiusi dentro» ha detto Erika. «Non esce più nessuno di casa.» Vilnius prova a mettere l’ombrellone, ma s’accorge che soffia un vento maledetto. Erika copre gli occhi con le mani. Si spogliano, rimangono in costume. Vilnius distende il braccio sopra le spalle di Erika. L’odore del sale avvolge l’aria, e quando il vento cessa, tutto intorno sembra infuocato come idrogeno. 

«Perché vivi ancora con me?»

«Sei la mia vita, ormai.»

Erika stringe la mano di Vilnius e dice:

«Non mi ami più?»

Vilnius tenta di capire la decomposizione dell’amore. Erika si confonde col respiro del mare, s’immerge. Vilnius strappa boati di luce. Il sole freddo, la spiaggia abbandonata. Ha provato a buttarsi in mare, ma è stato respinto, la sabbia tra i denti, il vento fischia inconsolabilmente aiuto. Erika è accanto a lui, dritta. Lui poggia la testa sulla sua spalla, si domanda se questo amore non sia già diventato un cadavere.

Vilnius accende la lampada, allunga il braccio sotto il letto e afferra un bottiglia di Vodka. Appoggia il collo della bottiglia sulle labbra e beve. Poi s’asciuga col polso, spegne la luce. Erika rimane con gli occhi al soffitto.

«Cosa pensi?» 

«Niente.»

Filtra un chiarore azzurro.

«Mi ami?» ha chiesto lui.

«Tu?» 

«Come siamo arrivati a questo punto?» 

«Adesso ho anche i tuoi segni.»

«Abbracciami.»

«Oggi è come ieri ma non è più lo stesso.»

Le nuvole rosate s’aggrumano, la luna trasparente s’incunea. Erika assume per via orale una pastiglia di fluoxetina. Vilnius beve. Lei si limita alle bottiglie di acqua tonica. Quando Vilnius va a lavorare, lei rimane a letto. Conta le cicatrici, ricorda tutto il bene e tutto il male. Ormai sono tatuaggi. Tracce di lametta da barba. Erika vorrebbe uscire di casa e indossa una camicia verde, una giacca, una gonna al ginocchio, collant opachi e scarpe con tacco; si trucca accuratamente, la matita agli occhi. Vorrebbe uscire, ma è investita da un peso. Fa un passo indietro, chiude nuovamente la porta. Si sveste. Attraverso la vetrata guarda fuori. I palazzi hanno le persiane abbassate. Un uomo s’appoggia a un pilone, porta alle labbra la sigaretta. Ha i capelli scuri. Alza lo sguardo. Anche Igor ha i capelli lunghi. Era il suo volto quello che smuoveva in Erika un’inspiegabile desiderio. Le pose malate alimentavano il ritmo. Igor s’aggiustava i capelli, e la dolcezza di quel gesto la turbava. Senza sangue il corpo non è corpo; la carne diafana, un involucro. Il suono degli ingranaggi, illusione di volo. Poi il corpo di ghiaccio, grumi violacei. Il giorno era una tortura. Gli occhi degli altri sulla tristezza. La luce decorava ossa di ferro. Uno specchio bugiardo. Lo sguardo di Igor decorava le righe, abbelliva le impronte con una storia, un luogo, una causa, una conseguenza. S’erano amati dentro il sacrificio. Il desiderio anestetizzato al piacere, un volto da pagliaccio. 

Poi un giorno Erika ha provato un’inconsueta vertigine. Qualcuno s’incamminava. Presentiva carezze interminabili. Era un altro diverso. È diventata insofferente a quegli abbracci. Una tristezza instupidiva le pupille. Il cuore allungava il passo. Stava diventando come tutte le altre donne del mondo. E se ne è andata troppo tardi sopra il marciapiede corroso dalla pioggia. Col trascorrere del tempo si è abituata al nuovo appartamento di Vilnius e non ha fatto altro che aspettare che capitasse di nuovo qualcos’altro. «Li prendi tu i vestiti. Ti dico dove abita e li prendi tu» aveva detto a Vilnius. E Lui c’era andato, una sera. Aveva percorso una stradina che stringeva il fiato. C’erano case vecchie, la biancheria sui balconi, l’intonaco sfatto, le facce delle puttane. Igor sedeva in cucina. C’era una bottiglia di rum sopra il tavolo. L’aria impregnata di nuvolette marezzate di marijuana.

«È tutto dentro l’armadio.» 

Vilnius svolse quella operazione aggrovigliando gli indumenti e ficcandoli nella sacca. 

«La conosco. Lei ritornerà da me.» 

Igor sapeva tutto quello che bisognava sapere. 

«Cosa ti ha detto?» 

Aveva il profilo schiacciato contro il guanciale. 

«Non ha detto nulla. Ha detto che tu ritornerai, questo ha detto.» 

«E tu cosa hai risposto? Gliel’hai detto che non lo amo più? Gliel’hai detto che vivo con te e tu sei adesso il mio uomo?» 

Dalle persiane filtra il rumore delle auto, il rumore sull’asfalto, quello dell’olio che frigge. 

Lui stringe la mano. La mano di Vilnius non è grande. Il braccio del porto è lunghissimo e la nebbia e la pioggia nascondono la fine. L’automobile è posteggiata a filo col parapetto, le onde si spezzano contro il frangiflutti. Il chiasso è tra le parole. Siedono alla distanza di un bacio, eppure ascoltano l’acqua battere sulla lamiera. 

«Non mi ami?»

«Perché me lo domandi?»

«Non parli»

Un nodo aggroviglia lo stomaco.

«Se un giorno non ci fossi più cosa?» 

Vilnius ha caldo, il cuore se lo sente stirare da un filo di ferro.

«Col passare dei giorni tutto ritorna» continua lei. «Non si può far finta di niente.»

La pioggia riempie le buche, come le sbarre di una prigione.

Erika continua:

«Un figlio era l’unica cosa che avrei desiderato.»

C’era l’assalto delle onde. La pioggia continuava a precipitare, sembravano secchiate d’acqua, e improvvisamente non ci fu più niente che faceva supporre la fine.

fg © 2005

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