Istanbul

L’odore del mare imbratta quello acre delle olive condite, la verdura e i merluzzi nel ghiaccio; un effluvio che avvolge la pescheria. Chi passa vede anguille, teste di pesci con le spade, tacchini appesi al chiodo, crostacei che alzano le chele rosa come nuvole al tramonto. Il sole scalda le voci. Carla suda, l’aria la stordisce. La valigia zoppica nel selciato. La ragazza raggiunge l’ostello. In stanza si guarda allo specchio, indossa qualcosa di fresco, un po’ di matita nera, e ritorna per strada. 

Le case appiccicate come per un bacio, le porte sbarrate, i panni stesi, le grida dei bambini. La chiesa della Santissima Immacolata sopra una gradinata. I palazzi fanno ombra e nascondono chiostri, cortili, il verde dei rampicanti, le palme ingiallite, fontane di marmo. Poi Carla va in Corso Vittorio Emanuele, segue un’insegna turistica fino ad un portone: dentro si spalanca un teatro di pietra. Seduta sui gradini allunga le gambe. Rimane così, sui resti archeologici, sotto balconi di case, la biancheria stesa al sole, il rumore delle pentole, l’odore delle cucine. Tutto questo piove sopra il teatro, che è un miracolo dentro la città. 

«Sei tu?» 

Un’ombra tra la donna e il sole. L’uomo è robusto, la barba rasa, l’orecchino sul lobo sinistro, camicia celeste, pantaloni chiari.

«Tu sei Ivan…»

La pietra del teatro è umida, le acque dell’Amenano scorrono sotto la città e formano un lago dove un tempo c’era la cavea.

«Ti immaginavo diverso.»

«Anch’io.»

«In foto sei diverso.»

«Ti ho pensato.»

«Mi giudichi strana?»

«Perché?»

«Per venire fino a qui.»

Ivan dice che Carla non è poi tanto strana.

«Ti piace qui?»

«Sembra Istanbul.»

Lei non è mai stata ad Istanbul. L’ha vista al cinema, quando potrebbe esserci anche la neve.

«Sei delusa?»

«Tu?»

«No. Io no. Tu?»

«Se fossi un pesce mi tufferei.»

Nella parte più bassa dell’ostello scorre un rigagnolo di fiume. L’acqua è gelida. Una candela guizza di luce. Una bottiglia di Sirah sul tavolo.

«Se fossi un pesce non so cosa farei» dice lui.

«Vorrei aprirmi una via d’uscita.»

«Dove?».

«Da qualche parte.»

Osservano il fiume che scompare nella roccia.

«Domani vado a Siracusa. E tu?» dice Carla.

«Io cosa?»

«Continuiamo insieme?»

«Non so. Non ci conosciamo.»

«Non è vero» risponde Carla davanti al bicchiere di vino. Fa un sorriso triste da bambina.

«Così non ci diciamo granché.»

«Ci siamo detti molte cose a distanza, da lontano.»

«Sei diversa da come ti immaginavo.»

«Come m’immaginavi?»

«Credevo che sarebbe stato diverso.»

Carla si bagna i piedi e a poco a poco cammina fin dove il fiume scompare. Ivan gioca con le chiavi della stanza. 

«Credi che mi sono innamorata di te?»

Ivan sorride.

«Non credo all’amore. Non credo più all’amore. Voglio solo un uomo che mi parli.»

Ivan rimane fermo per non sbattere la testa contro la parete della roccia. Attende che lei risalga, e di tanto in tanto ripete che dove scorre il fiume l’aria è più fresca e non c’è il tanfo delle camere chiuse. 

È piovuto a maggio. Sembra una mattina d’inverno. Fuori è buio, l’illuminazione rischiara il selciato. Lui è andato via. L’odore della terra bagnata. L’aria pulita. Carla s’è fatta la doccia, si è sentita bene sotto l’acqua calda. La città l’ha conosciuta a piccoli pezzi. Ha indossato una gonna nera, corta, sopra il ginocchio. Le gambe senza calze, scarpe coi tacchi. Le gambe sottili. Indossa una camicia chiara, la sbottona sul petto. Si è guardata allo specchio, i capelli raccolti, il volto arrossato. La stazione dista trenta minuti a piedi. Carla si è fermata in Piazza Duomo. Ferma sui gradini. Le rondini stridono, si posano sui tetti. In piazza c’è chi spinge un carretto di carciofi. Carla si sente un po’ stupida, ma sta anche bene, davvero bene. Osserva la piazza e s’è accorta che al centro s’innalza una colonna montata sopra la schiena di un elefante, un grigio elefante di pietra con le zanne d’avorio.

fg ©2005

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