Da Tacito alla Ortese, passando da Nievo

Sulla letteratura equina 

Il celebre poeta di età augustea nato in quella che oggi sarebbe la profonda e abbandonata provincia interna meridionale, il poeta di Venosa, Quinto Orazio Flacco, alla fine della vita scrisse una lettera, la terza del secondo libro delle Epistole, denominata da Quintiliano Ars poetica. 

L’Ars poetica è un manuale in versi di scrittura. Tra le tante cose delinea quelle che dovrebbero essere le caratteristiche dei personaggi di un’opera in base all’età. Delinea gli attributi del tipo puer, adulescens, vir e senex. Quindi, ed è questo che ci interessa, chiediamoci quali siano le caratteristiche del tipo adulescens. Com’era un giovane di non più di sedici anni al tempo dei romani?

L’adulescens (cfr. vv. 153 – 165)  è imberbe, cade (cereus) facilmente nel vizio, è insofferente verso chi lo riprende (asper monitoribus), non si dà cura del futuro, getta via i soldi (prodigus), ha manie di grandezza, si appassiona facilmente, anche se con altrettanta facilità tralascia ciò che ama e poi … (ci siamo) gaudet equis canibusque. Si diverte della compagnia dei cani e dei cavalli, e quindi presumibilmente trae piacere da questi animali, come fossero entrambi animali domestici, e certamente, nello specifico, con i cani va a caccia e con i cavalli va al galoppo.

Che il cavallo godeva nel mondo pre-industriale di particolare vicinanza all’uomo, paragonabile, anche per fedeltà, a quella col cane, non è da meravigliarsi. Eppure oggi, qualcosa del genere, a chi ha dimestichezza di braciole e cipollate, dovrebbe suscitare un certo sorrisino malizioso, che svela immagini di ricchezza e lussuria, tutta una cuccagna, una storia che vortica di mitologia metropolitana, e che poi nella prova dei fatti, onestà della categoria imprenditoriale e gusto dolcissimo della carne a parte, degenera in vicende di squallida incuria. Quindi l’immaginario dei nobili arrustemancia, le corse audaci, il mondo dell’affare e affarismo, il piacere e le notti lussuriose ornate da vanti folcloristici. La mitologia del panino imbottito fatto orgoglio di masculinità.

Nel mondo latino invece il cavallo era un animale aristocratico (e oggi vanto popolare) da soma e da battaglia, ma allo stesso tempo imperatori come Caligola e Lucio Vero (cfr. Svetonio e Historiae augustae) dedicavano al cavallo cure particolarmente preziose come fossero macchine vintage (collezionava cavalli Vittorio Alfieri, li preferiva a Montesquieu). C’era una forma di ippomania (oggi potrebbe chiamarsi Ippoparty, la festa cavallina), e ai cavalli da corsa, una volta morti, si erigevano monumenti funebri. Alessandro Magno in onore di Bucefalo fondò una città. Gellio (cfr. Noctes atticae) ricorda il rigore degli antichi censori romani, in testa Marco Porcio Catone, che multavano chi mostrava incuria (inpolitia) per il proprio cavallo ridotto pelle e ossa, e sporco (gracilentum et parum nitidum).

Ippomania antica. Ma il cavallo non era mangiato. Se non in casi eccezionali ed estremi. Tacito ricorda (Annales, II, 2, 4) che l’esercito di Germanico, naufrago in un’isola deserta del mare del nord, per non morire di fame, si cibò “delle carogne dei cavalli sbattute dalle onde del mare sulla stessa riva”.

Qualcosa del genere scrive anche Ippolito Nievo, ma inserendo un particolare ancora più gustoso.

Ippolito Nievo, Le Confessioni di un italiano, capitolo XVIII. Siamo a Genova, una Genova affamata dal blocco navale inglese poco prima della battaglia di Marengo. Alessandro e Carlino, i due protagonisti, si parlano, c’è una situazione di emergenza, mancano i beni alimentari. Ma Alessandro fa sfoggio di forza ed energia: piega l’avambraccio per mostrare il tenore muscolare al punto che per poco non scuce l’abbottonatura della camicia, e poi aggiunge: “Io, vedi, mi sono mantenuto così grazie alla mia previdenza. Ho ammazzato i miei due cavalli, li ho fatti salare e me li pappo a quattro libbre il giorno. Dopo sarà quel che sarà, ma se vuoi entrare a far parte anche tu della cuccagna …”.

La carne di cavallo e la cuccagna. Il paese della cuccagna è un paese favoloso, ricco di ogni ben di Dio, dove la vita scorre lieta e felice nello scialo e nel piacere, senza pensiero alcuno, con abbondanza di lauti guadagni, vita facile e godereccia. Da cui poi la parola cuccare nel senso di rimorchiare, conquistare una donna. E a me sembra quindi essere arrivato col discorso nella città dei mangiacavalli, il paese che combina bussines e vitalità. Il paese, quello mio immaginario e letterario, in cui ogni legame affettivo con l’animale cavallo sembra essere stato reciso.

Nel 1965 Anna Maria Ortese scrive un romanzo filosofico. Mi riferisco all’Iguana. L’iguana è appunto una bestiola, ma parla e pensa e fa da servetta a don Ilario, un marchese di un’isola lontana. Ambigua è la relazione tra il marchese e l’iguana. Se ne innamora, e quando lo sguardo da innamorato si posa sull’iguana, questa non è più una bestiola rozza e selvaggia, ma è la sua Estrellina. L’iguanuccia diventa una gentile e affascinante figliolina dell’uomo: il marchese passeggia con lei, la chiama “stellina mia”, promette il paradiso. Ma ad un certo punto intervengono altri interessi familiari, la relazione si macchia, non è più affetto, ma utile profitto. Il marchese allontana l‘iguana, rinfacciandone la bestialità. Per lei incomincia l’inferno del sottoposto.

© FrancescoGianino

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