Il mestiere del professore (1)

(La prima volta)

La prima volta non si dovrebbe dimenticare. 

La prima volta quando si entra in classe, e ci si sente soli a combattere una guerra. 

L’iniziazione alla cattedra è una catena di prime volte: la prima volta che non sei più uno studente, la prima volta che ti chiamano professore, la prima volta che riceverai uno stipendio, e quindi la prima volta che sei responsabile per tutto quanto accada in un’aula di venticinque ventotto adolescenti, la prima volta in cui dài del tu a un collega più grande di te: la prima volta in cui sei il capitano di una nave e hai paura della tempesta.

La prima volta è come fare un salto, e in quel momento in cui tutto è vivido e pulsante, l’aria incendiata dall’invadenza degli studenti assedia il corpo, un’energia travolgente trasforma, rimodella i pensieri. Ma la prima volta sarà la versione originale e inimitabile di tutte le altre volte, per altri innumerevoli anni. E ciò che in origine erano energia e piacere estetico, diventeranno gesti collaudati e ripetitivi, un repertorio di varianti didattico filosofiche, nel migliore dei casi scienza dell’insegnare, oppure vizio. Ma tutta questa sapienza che è il mestiere della scuola, nell’ultimo giorno di scuola, si incarnerà nello sguardo travolgente dell’ultimo studente dell’ultima ora quando è in ascolto dell’ultimo discorso edificante.

È un percorso in cui si sta fermi e tutto intorno cambia, monotono o irregolare, la creatività del mestiere si trasforma. E se la parola in aula è anticonformista e creativa, quella lungo i corridoi tra colleghi e con l’amministrazione gode di un tasso di burocrazia imbarazzante. La burocrazia, cioè un linguaggio metaforico, astratto e auto referente, è un altro incendio che assedia la mente, brucia le cellule più attive e s’impossessa della voce, dei sentimenti. Ma la burocrazia è l’unico modo che c’è per creare relazioni tra estranei, come le note scritte sul pentagramma. E la morte, l’arida terra di tutti, calpestata dall’esercito in stivali dei sordi e dei maestri patetici che alzano lo stendardo istituzionale, è la terra conquistata da certezze, convinzioni, proponimenti e promesse, il luogo più esaltante per chiunque scelga la rotta per lodare o condannare: la legge, la falsificazione delle verità.

L’alternanza tra burocrazia e vita è un dramma. E i docenti si dividono in tre categorie. Quelli che vivono, quelli che muoiono e quelli che si trasformano passando dalla morte alla vita, e viceversa. Io appartengo alla terza categoria. Siamo vampiri, per continuare succhiamo sangue. La prima categoria è composta dai perfetti: vita privata perfetta, sposati e figli, sicuri e assertivi, solidi, ispirano fiducia e stabilità, hanno la casa di proprietà, prima di entrare in classe sanno cosa dire: vitalistici abbattono nell’immediato ogni opposizione. Stanno in piedi, scrivono alla lavagna, non alzano mai il tono della voce, è già alto; sono costruttivi, non ammettono deroghe. I morti invece sono l’opposto, non progettano, la classe sfugge di mano, sono confusi, scrivono note, vanno dal preside, impongono l’autorità per non morire, creano dipendenza psicologica. La terza categoria oscilla tra la confusione e la precisione, e tutto dipende dall’umore del giorno prima o della mattina, da una lettura, da un film, da una parola detta fuori posto, dalla vita privata inconcludente. Quelli che vivono si lamentano per il livello di istruzione mediocre degli studenti, ma si sentono (spesso sono) bravi insegnanti; i morti si lamentano per tutto, come fossero in carcere, odiano i rientri pomeridiani, e rimpiangono le lezioni a distanza, preferiscono la distanza alla presenza. Vivono in affitto, hanno famiglia, ma non progettano. La terza categoria invece non si lamenta mai perché nulla di importante è mai condizionato dagli altri. Sono apocalittici, piuttosto.

©francescogianino

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