Il mestiere del professore (3)

(Il rientro dalle vacanze)

Al rientro dalle vacanze i professori sono perlopiù abbronzati. Parlo di professori accordando il genere maschile solo per convenzione grammaticale: il discorso è rivolto indiscriminatamente a professori e professoresse che nel mondo della scuola sono numerosissime. La scuola è femminile, direi donna.

Abbronzatissimi, per una forma di abitudine o autodifesa, i docenti si mostrano insoddisfatti perché le vacanze sono finite (ma chiunque al rientro dalle ferie sarebbe triste, è vero!). Ma è chiaro che l’insoddisfazione del docente è un po’ sui generis: egli gode di vacanze, come potrei dire, a tinchitè, formalizzate perlopiù con i trenta e qualche giorno di ferie, ma che nei fatti sono almeno sessanta. Questa discrepanza tra forma e sostanza, burocrazia e vita, è una costante del mestiere del professore, molto più che in un normale lavoro di impiegato. I docenti formalmente sono impiegati statali, ma nei fatti lavorano come professionisti, come un avvocato che di mattina entra nell’aula di giustizia e di pomeriggio in studio prepara la difesa.

Sono malinconici e pieni d’ansia i discorsi d’inizio anno («peccato, le vacanze sono finite» dice uno, e l’altro introduce il tema «che classi avrai?», «non lo so, speriamo che il preside non mi assegna la terza a», «perché?», «È una classe problematica», «forse qualcuno di noi sarà in succursale», «per fortuna Maugeri è stato bocciato», «di anno in anno si va sempre peggio», «hai esami di recupero?» eccetera eccetera).

Ma nella sostanza i professori non sono tristi, recitano la parte. È stranissimo, in tanti anni d’insegnamento non ho mai visto un docente contento, pronto, entusiasta di rientrare in aula. Ci si guarda sorridendo, con il viso rilassato, riposati, ma cominciano le litanie:

a) La sede di lavoro: sede centrale o succursale? più ci si allontana di casa, maggiore è l’ansia, insoddisfazione (ovvia) e senso di sconfitta, disperazione. La disperazione espressa al collega non è niente rispetto a quella comprensibilissima che affiora tra i coniugi.

b) Le classi che il preside assegna. Il dubbio è sempre per i nuovi arrivati o gli ultimi in graduatoria. I veterani hanno già piantato la bandierina sulla sede e sull’indirizzo di studi. L’anzianità è l’unico merito che dà qualche privilegio. Anzianità non sempre è sinonimo di qualità.

c) Chi non ha avuto trasferimento di sede ed è costretto a viaggiare è ormai pronto a tutto, ed è pronto a prendersi anche le classi peggiori, pensa ad altro. Èd è deluso, deluso. Chi ha appena ottenuto il trasferimento, anche lui non pensa alle classi, ma è contento, ed è pronto a tutto, tanto il peggio è passato. Chi non ha mai chiesto trasferimento, e continua in sede, solitamente fa brevi cenni col capo, come avesse altro per la testa, guarda i nuovi con una certa compassione, soprattutto quando nota in loro un po’ di soddisfazione, allegria, voglia di comunicare, e in cuor suo, il docente stabile e anziano, pensa che tutta questa allegria e questo ottimismo sono figli dell’ingenuità. «Qui dentro non c’è nulla di buono: ignoranza, mancanza di rispetto, un’amministrazione irriverente, gestione ad personam degli incarichi, una pastoia tra poveri. No, non c’è proprio nulla per essere contenti.

© fg

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