Il mestiere del professore (7)

(La valutazione)

L’essenza del mestiere del professore si mantiene viva nella memoria, per quanto sia sfuggente e misteriosa. I ricordi d’esperienze recenti o lontane fanno da bussola. Non c’è una scienza che impartisce istruzioni per il successo didattico. La scienza offre strumenti (un metodo), il professore opera secondo modalità anche imprevedibili perché adattate alla caratteristica unica di ogni studente. E la sostanza dell’insegnamento può essere trattenuta, per quello che vale, solo dalla memoria, quindi dalla scrittura. 

Ogni esperienza d’insegnamento è inimitabile a differenza degli esperimenti scientifici, e il richiamo alla memoria per stabilire riferimenti d’orientamento ha valore sentimentale, edificante o denigratorio. La memoria non è fedele alla vita vissuta, e come un velo giustapposto mostra le luci più brillanti e trascura le ombre, ciò che si nasconde alla coscienza. Nondimeno la memoria riduce e semplifica l’esperienza in immagini e idee, e possediamo solo queste due cose, immagini e concetti, per costruire un discorso intorno  all’esperienza del mestiere del professore. 

Milo de Angelis in Linea intera, linea spezzata (Mondafori, 2020) ha composto una poesia dal titolo Scrutinio finale. È il ricordo di un’emozione: la presa visione dello studente dei voti di fine anno.

La valutazione è un’arma facile da usare e tremenda: si mira alla testa e si spara. Il colpo arriva, e può fare male, e fa male anche solo immaginarlo.

In Scrutinio finale il poeta ricorda il momento in cui (il tu svolge anche funzione di prima persona) entra a scuola e va a vedere i voti pubblicati dietro la bacheca impolverata. Nella confusione lo studente è stordito dall’inquietudine dell’attesa, e legge un voto scintillante, e si sente solo, protagonista e reale tra la calca delle teste. La valutazione è un’arma. È una ghigliottina o l’apoteosi, e nella memoria l’emozione si è cristallizzata come un istante in cui il tempo diventa una spina e può trafiggerti.

©fg

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