Il mestiere del professore (10)

(Il coraggio)

‘Abbi il coraggio di essere te stesso, continua a scrivere’. Così un professore incoraggia un suo studente nel racconto di Marco Lodoli, Il maestro. E lo studente, infervorato da queste parole, si rovina l’esistenza inseguendo una vocazione letteraria che non gli appartiene.

Bisogna vigilare sulle parole. Le parole pronunciate in classe disegnano la mappa del futuro. Giunti al bivio ci fermiamo e nel dubbio ricordiamo il percorso ideale che qualcuno avrebbe tracciato per noi quando eravamo soltanto promesse.

Chi sono? Come diventare ciò che desidero? Quale felicità raggiungerò? Le parole dei professori talvolta offrono risposte profetiche o arroganti. La condanna oppure la lode. E per questo l’esercizio del dubbio è più interessante della pratica della certezza. La vita potrebbe smentire ogni giudizio definitivo.

“Non avete coraggio, vi manca il coraggio!” Così la professoressa di matematica mi ha rimproverato, estendendo l’accusa ai professori di ambito umanistico. Non abbiamo, secondo lei, il coraggio di bocciare. Non avremmo il coraggio di dire agli studenti la verità, ciò che realmente valgono; e avremmo paura di fermare uno studente che non meriterebbe di andare avanti nella carriera scolastica. Paura di cosa? di assumerci la responsabilità e dire a una adolescente: tu sei un incapace.

È forse capitato a tutti incontrare un professore di matematica severo e un altro d’italiano benevolo. Difficilmente capita il contrario, eppure, quando capita, a me sembra sia davvero una fortuna. L’esercizio della severità consiste nel condannare l’errore; la benevolenza invece costruisce dall’errore la logica del forse e del probabile.

È anche bene che nel microcosmo di una classe vengano esercitati questi due punti di vista, senza che l’uno prevalga sull’altro, e si conquisti, senza determinare un senso di sconfitta, una sintesi, un equilibrio che non esprima il giudizio della profezia e neanche l’imprudenza del “non serve a nulla”. Che la bocciatura sia vissuta come un’opportunità e non come una condanna, sarebbe il risultato migliore.

Ma ci saranno sempre professori che hanno il coraggio di usare le medie matematiche (e la paura di scegliere senza calcolatrice) facendo del mezzo punto il discrimine tra la carezza e il colpo di ghigliottina (facendo finta di non sapere che i numeri non cadono come i limoni dagli alberi); e poi ci saranno i professori che alla media matematica aggiungono (o tolgono) una media esistenziale, l’orizzonte della crescita.

Eppure nell’esperienza quotidiana le parti s’invertono: la scienza nasce dal dubbio e l’arte dalla certezza. E la scienza progredisce nel dubbio, e l’arte sempre con la sicurezza ossessiva di una visione. E sarebbe ingenuo pensare che la scienza sia seria perché ha un metodo infallibile, e la letteratura sia ‘roba da romanticismo’ dove si può dire ciò che si vuole, e passarla liscia.

Tutto è molto più complesso, aggiungerei.

©fg

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