Il mestiere del professore (15)

(A cosa servono gli esercizi?)

Gli studenti si chiedono spesso a che serva svolgere un copiato, un esercizio di traduzione o parafrasi, quando già tutto è stato tradotto o riscritto; che senso avrebbe ricopiare cinquanta versi di Dante oppure riassumere un racconto. A cosa serve rifare quanto appartiene al passato e non ha utilità. non dico pratica, ma neanche teorica? L’unico copiato utile allo studente sarebbe quello che eviterebbe di impiegare tempo e sforzo intellettuale nello svolgere un compito.

Ricordo un passo tratto da Infinite Jest di David Foster Wallace in cui l’allenatore di tennis fa un discorso motivazionale ai suoi studenti e invita a ripetere ossessivamente gli esercizi affinché i gesti e i movimenti possano diventare parte integrante della scheda madre del corpo; così che i muscoli e i riflessi siano fatti della stessa sostanza del tennis, e nella gabbia della tecnica possa liberarsi la personalità dell’atleta.

Alla domanda (a cosa servono gli esercizi?) una risposta sensata ce la offre anche Giacomo Leopardi.

Nello Zibaldone, pensiero numero 3941, il poeta afferma che la facoltà d’imitazione non è che la facoltà di assuefazione e conclude dicendo che l’ingegno è facoltà d’assuefazione.

In breve, imitare modelli culturali non significa semplicemente copiarli, ma farli propri e innestarli nell’espressione dei propri affetti, pensieri e immaginazioni. Anzi, il vero ingegno è chi, assuefatto alla tradizione, riscopre una propria espressione particolare.

Lo studio è imitazione e assimilazione di modalità, procedure e contenuti. Dentro l’alveo del sapere scorre il fiume della personalità. I confini della tradizione sono il campo da cui avviare la ricerca.

Si potrebbe dissentire facendo l’elogio della barbara creatività che avanza abbattendo statue e certezze. Il genio spontaneo e nuovissimo è un’ipotesi romantica o rivoluzionaria. Molti studenti, quelli che mostrano sensibilità e talento nell’osservare la realtà, hanno un rapporto con le costrizioni del metodo di studio insofferente. Non imitano, vorrebbero creare. E questo è un atteggiamento comune tra chi, giovanissimo, scrive o fa arte.

Ma i grandi sperimentatori hanno iniziato dall’imitazione. Nelle Variazioni belliche di Amelia Rosselli non posso non sentire l’eco della poesia del Duecento, la tradizione dei Trovatori, con l’eccesso di passione, la perdita e l’anelito. La Rosselli è una grandissima innovatrice del linguaggio poetico, e non perde gli orizzonti delle terre della tradizione poetica europea.

Il genio è assuefazione, ma allo stesso tempo libera volontà d’espressione. 

©fg

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