Il mestiere del professore (17)

(sul nulla e gli animali domestici)

Leggere Pirandello fa senso: lambiccarsi per cercare l’identità e scoprirne nessuna o mille, è un fatto universale senza scadenza. L’accanimento per una definizione ultima a tutti i casi dell’esistenza (e non riuscirvi) è stata forse una peculiarità della sua epoca, quando la società borghese vestiva un abito impeccabile di retorica e il discorso pubblico non ammetteva dubbi sulla sincerità dell’uomo perbene: le ombre e l’immoralità appartenevano alla povertà e al bisogno. Il ceto dominante si auto-definiva, e Pirandello lo smascherava.

Oggi l’identità è solo un documento. E interessa apparire ed apparire in un modo o in tanti modi quante sono le possibilità per accrescere il numero dei follower. In caso si rimanga incastrati in un personaggio, bisogna rinnovarsi, esistono i tatuaggi, la moda, si fa quel che si può per somigliare a un’idea di esistenza, un look. Ma eventuali colpi di scena sono sempre ben considerati perché in fondo a nessuno interessa della nostra anima, che sia compatta e indivisibile: nessuno davvero si chiede cosa pensiamo di noi stessi davanti allo specchio. Pochi fanno la morale. Ciascuno pensa e si mostra a modo proprio, e poi sceglie, anche fuori i limiti di legge.

Se la coerenza, la moralità e l’onore erano una medaglia per la classe benestante degli anni venti, per il fascismo, per esempio; oggi dell’onore non interessa a nessuno. Ciò che invece brilla e fa mostra è quanto si possa essere strumento di piacere o arricchimento: la moralità è attitudine del Novecento. Teoricamente anche un immorale capo mafia, per esempio, potrebbe convertire il proprio esempio antisociale in uno strumento pubblico di sensibilità democratica, per avere successo e trovare consensi, like e follower, sponsor e accrediti pubblicitari . Questione di come si vende l’immagine, il proprio falso. Siamo potenzialmente uno spettacolo illimitato.

Rimane la solitudine con se stessi, o anche meglio con quel nulla di se stessi senza la folla degli altri che ci parla addosso. Perché davvero il silenzio che ribolle intorno potrebbe rimarcare la vacuità dell’esistenza. Se non ci fosse il monachesimo da condominio, l’attività contemplativa in luoghi appartati, i tavolini dei pub mentre intorno c’è la bufera; se non fossimo capaci di stare soli col nostro nulla mentre tutti ci osservano, quando intorno tutto è veloce e spento, allora davvero diventeremmo pietre. Archiviata già da mezzo secolo la natura, che oggi è una cartolina anche quando ci stai dentro, muta e decorativa, arminiamente funerea e sublime; archiviata l’illusione di qualcos’altro (e non era altro che il nulla sotto forma d’eternità), è il tempo degli animali domestici, compagnia più fedele di quella umana. L’umano problematizza. L’animale domiciliato sta lì, pur nella sua stronzaggine naturale. È l’amore incondizionato. Ha bisogno di te e tu di lui, per sempre, pur nella reciproca misteriosa distanza: l’animale non ti sputa addosso una immagine di te stesso, lui parla con dio: rimane, se se ne va, ritorna, non usa vocali umane, non fa discussioni, reagisce direttamente e ti dice coi fatti ciò che vuole e non vuole: non è raziocinante, tattico, e non usa il computer, e comunque non ti rinfaccia il passato, non fa progetti e non mette ansia. Anche se, alcune scenate di gelosia, gli animali domiciliati, chissà da chi avranno imparato?

La scuola è un altro luogo dove non essere mai se stessi, ci si illude d’essere qualcosa dal momento che non si è mai se stessi se non dinanzi all’illusione di un noi che è il nulla o una invenzione dell’assuefazione culturale: dentro una foresta, allo specchio o a passeggio col barboncino.

© fg

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