Il mestiere del professore (18)

(La cagnolina Bibì entra a scuola)

Uno degli ultimi capitoli di Uno, nessuno e centomila, Pirandello ovviamente. Il paragrafo s’intitola Il Dio di dentro e il Dio di fuori. Che sarebbe come dire: le forme visibili e invisibili del sentimento religioso. L’andamento rapsodico del romanzo raccoglie un ampio repertorio d’immagini e riflessioni sulle forme dell’io che si rivela molteplice quanto le sue rappresentazioni. Nel finale Vitaliano Moscarda rinuncia anche al proprio nome, per vivere fuori dalle costruzioni umane, lontano dalla città, in un ospizio di campagna, in un luogo amenissimo. Osserva il paesaggio e vi si immerge per ciò che di indefinito e vago suggerisce: all’alba, quando le cose appena si scoprono […] Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

Nel capito a cui mi riferisco, Moscarda va a spasso con la cagnolina Bibì. La cagnolina vuole entrare a tutti i costi in chiesa, e quindi  si alza, si scuote, s’accula.  Ma a lei è proibito l’ingresso, anche se la chiesa è vuota e l’animale non disturberebbe nessuno. 

Ma proprio nessuno, no! Disturberebbe non tanto il sentimento del Dio che è dentro di noi, ma quello che è fuori: il luogo del sentimento, la costruzione della religione, che è più vera di un’ipotesi. Per gli umani i sentimenti non basta averli, si devono anche vedere, toccare fuori: i sentimenti hanno sempre una casa da abitare.

Non basta pensare o provare sentimenti, come al limite si sospetta facciano gli animali a modo loro. Gli uomini agiscono e costruiscono un’equivalente forma a quel pensiero, a quel determinato sentimento: quindi pronunciano giuramenti, firmano atti, si fidanzano e poi si sposano, costruiscono case, l’arredano eccetera.

Chi non riesce a formulare un’idea precisa intorno a se stesso, chi non ferma i propri sentimenti, non costruisce e non dà forma alla propria identità. E in nome della verità pirandelliana, dare una casa all’identità è già un atto di alto tradimento, perché la vita per quella che è in sé, è impossibile fissarla in forme definitive: essa fluisce, scorre continuamente, e quando non scorre più, è morta.

A me sembra che la cagnolina Bibì sia come quell’adolescente che vorrebbe entrare in chiesa, ma ci vuole stare a modo suo, credendo solo al Dio di dentro. E quando il Dio di fuori impone le regole (inginocchiarsi, non fare la pipì ai piedi della colonna, farsi il segno della croce), ecco che lo studente comincia a non capire più niente, dove si trova e perché dovrebbe stare lì dentro a venerare il Dio degli altri, il dio di fuori, quando invece lui ne sente un altro di dentro, un desiderio e una voglia di vivere e conoscere diversa. Insomma, la storia della cagnolina di Pirandello è la storia di ogni sano adolescente prima che cominci ad assuefarsi alle convenzioni e all’artifizio della cultura.

E quindi il mestiere del professore dovrebbe traghettare lo studente dalla condizione dell’infedele a quella del fedele, dalla libertà naturale alle fiamme della ragione, dall’indefinita volontà d’essere alla fissità del carattere. 

E non c’è altro luogo che un ospizio di campagna per chi dubita anche dell’irrevocabilità del proprio nome. Un disincanto sentimentale, posarsi di fronte alla siepe immersi nel pensiero del pensiero …

Prendere la vita di lato, per prenderla di petto …

©fg

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