Il mestiere del professore (22)

(congiuntivo esortativo)

C’è questa professoressa (La Martina Federica, residente in provincia, anni trentadue, tre mesi di supplenza, laura in scienze naturali, tesi sul comportamento dei cetacei in ambiente mediterraneo, dottorato di ricerca sul passaggio artico delle balene grigie, indossa una maglietta con la faccia di Bach con occhiali da sole a specchio), è sotto la porta e da lì alza il tono di voce raschiando la gola: lavagna elettronica accesa, uno studente seduto in cattedra. «È una tragedia spostare forzatamente un insetto da un ecosistema all’altro, spezza equilibri di millenni, si provocano traumi e non ci sono psicanalisti per guarire la malattia». Tutte cose inutili, aggiunge il preside in corridoio: stia alla cattedra, invece. La passione è una messa in scena: conquistano l’entusiasmo, ma poi ci si riduce con le pezze al culo: gli studenti, istinto da correggere. Lei supplente così dinamica: imponga la routine, non permetta il sentimentalismo: disponga gerarchie, misure precise, contro l’ottusità adolescenziale; eserciti l’autorità. Imponga obbedienza senza esasperare i buoni propositi. Ci sia un regime giornaliero e incondizionato, si renda utile imponendo forme e regole come gabbie. Sia uno schedario la scuola, strutture di doveri, perseveranza, ripetizione, automazione: disponga della naturale propensione al conformismo per esaltare il gruppo: diffonda l’intollerante cultura dell’uguaglianza! E questo vorremmo: sentirci normali, al posto giusto, e il posto giusto è quello in cui il bene e il male sono gesti precisi, premi e condanne certe, comportamenti e parole ripulite dai fronzoli paternalistici. Se abbandoniamo la gioventù al relativismo, non si libereranno dei vizi. Il festival della cultura educa disadattati. Gli studenti non hanno una sola testa, ma mille teste, che noi dobbiamo ridurre all’unisono. Sono fasci di nervi e muscoli, estasi in stimolo, temperatura ardente. È gente che può vantarsi di possedere solo carne, sudore, palpitazioni, spaventi, erezioni, solletichi inguinali. E lei vorrebbe farli pensare? Ci pensano gli altri, il mondo, il grande ragioniere dell’esistenza, il danaro, a fornire ciò che l’insegnamento non sarà mai in grado di fare: la vertigine della vita. Ciò che si fa qui è educazione al pensiero automatizzato, come giocatori di tennis: gli influencer, porcodemonio! dobbiamo usare i metodi delle reclame: stordire con la ripetizione quotidiana: lei sa bene cosa attrae l’ottusità? Non sono le tette e i culi, quelle cose qui dentro non hanno molta presa: l’unica cosa da cui dipende la serenità o l’inquietudine notturna di un adolescente è il voto. Il voto e le note sul registro: la bocciatura o la promozione. Dato un sistema ripetitivo, il ragazzo, dopo aver ripetuto (e lei corretto giornalmente) esercizi per duecento giorni l’anno; dato un sistema che aguzza competenze nella costante minaccia terribile della valutazione, una valutazione distribuita a colpi di bastone sulla schiena e fascette di carote per riprendere fiato: solo qualora lei sarà in grato di dimostrare all’Istituzione di aver perseguito obiettivi formativi infallibili adoperando gli strumenti del castigo e dell’esercizio, solo allora avrà in me un alleato, solo allora avrà il diritto di bocciare o promuovere un solo studente, senza alcuna esitazione. Promozione certa, bocciatura sicura. Esercizio acuto e preciso, aderenza degli obiettivi, invariabilità delle competenze, gesti mentali definiti, acritici, numerici, iconici.

La Martina ascolta, pensa agli avvistamenti sul ponte della nave a trenta gradi sotto zero, circondata da iceberg luminosissimi, quel mondo lì con gli assegni di ricerca, e una passione micidiale. La passione micidiale per le balene grigie. Il preside ha terminato l’esortazione, si allontana e poi si ferma davanti la porta di un’altra classe, origlia, apre ed entra. Il preside ama i lunghi monologhi motivazionali, si raddrizza la giacca al petto. Quella mattina non indossava la cravatta. 

©fg

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