Il mestiere del professore (23)

Approfittando del sonno ad orologeria – è necessità fisiologica dopo cinque ore contate svegliarmi, d’una fisiologia di cui non ho ancora inteso lo scopo – la sveglia è mattutina e al cancello di scuola mi trovo ancor prima che venga aperto dal bidello di turno. Così ad organizzare le idee ci penso in sala docenti – quest’anno, tra succursale e centrale, in succursale è una saletta con veduta in cielo e sui tetti, il sole ancora d’arancia vernicia il sesto piano d’un palazzetto, e le terrazze sono immaginari gradoni, tra edifici, come se Wonderwoman potesse girare per la città saltando di tetto in tetto.

In sala docenti organizzo il piano di battaglia. E c’è sempre poco da leggere e molto da inventare, pur anche da quattro righi del solito Manzoni. Bastano questi per girare la frittata della grammatica italiana quattro cinque volte, tra locuzioni congiuntive e prepositive, complementi di materia, frasi implicite all’infinito, la bacchetta magica dell’interpunzione. Chi conosce, sa di cosa scrivo. Il passo del vaso di terra cotta e di ferro, la similitudine artigiana o industriale.

Ma quanti di noi tengono in casa vasi di ferro? E dopotutto essere fatti di terra cotta ha il fascino dell’originalità, unicità, singolarità, irripetibilità e pure fragilità. Pirandello giudicava don Abbondio un personaggio umoristico. E difatti il suo carattere è tutto qui, nel doversi comportare in un certo modo, diremmo, cazzuto, e che poi invece ogni suo fare è da minchia morta, l’eterno gallismo della morale pubblica che fa di ogni prete un salvatore della patria assenteista.

E invece a mala pena il prete (professore) salva se stesso.

In sala docenti c’è la macchinetta del caffè. Le cialde hanno un prezzo. L’armadietto per ogni singoli docente ha uno sportello con un foro per serratura: ogni anno questo è occupato da un nuovo lucchetto acquistato in ferramenta. Sulla fronte: stratificazione di nominativi incisi su carta adesiva. Quest’anno sopra l’armadio c’è una piantina verde. Le pareti della stanza sono bianche e di solito alle sette e trenta non c’è nessuno.

©fg

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