Il mestiere del professore

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(Licenziamento)

Adesso proviamo a fare chiarezza. Non mi farò mangiare dalle parole. Alziamo il sipario, e vadano alla malora le belle figure. Sono stato sospeso dal lavoro, aspetto che trascorrano alcuni giorni prima del pronunciamento del giudice, e avrò una causa da sostenere.

La sveglia suona sempre alle sei e mezza. Per evitare il traffico cittadino ero a scuola già alle sette e mezza, entravo col bidello di turno e preparavo la lezione in sala docenti. Lasciavo i libri di testo nel cassetto dell’armadio. A casa ho poco spazio, ma la verità è che non li sopporto, non sono d’aiuto, sono manuali pesanti e incomprensibili. Non li voglio in casa. Così in un quaderno preparavo la scaletta della spiegazione, i punti di raccordo per sviluppare la lezione. La mattina presto è un momento di pace, il cielo trattiene ancora la luce notturna. I primi anni in cui insegnavo provavo un’emozione lucida, motivante, oggi è rimasto solo uno sguardo sulle nuvole basse.

Ricordo un’allerta meteo, un autunno che rabbrunava alle prime ore di luce, il manto grigio, grigio e spesso, un mantello di pesce rana, e pioggia pesante per ore e ore. La città galleggiava, già affogata alle confluenze. Ho visto in fila tutte le puntate di una serie americana, alla fine sprigionavo sentimenti vivi, una commozione umana, mentre il corpo era impietrato, ritorto in forma di sedia. Quella lunga settimana è stata la prova generale per una vacanza più lunga dal lavoro. Nella chat del dipartimento di lettere arrivavano messaggi di panico, video di macchine trascinate dall’acqua sporca e furiosa, la paura degli esercenti, l’atrio dell’ospedale come un giorno d’alta marea. La scuola era rimasta a lungo e mi sono rimpinzato di noia. Allora ho anche pensato di cambiare mestiere, ma dopo una breve navigazione sul web avvilente è stata la consapevolezza di uno scollamento tra destino e probabilità.

Sono tornato a vivere dai miei genitori. Tolta via certa muffa, è proprio vero che ogni impedimento è giovamento. Non lavoro più per pagarmi casa o mangiare pizze in qualche ristorante di seconda categoria. La mia libertà operativa ha subito qualche apparente limitazione, è vero, ma sono state così tante le stronze e gli stronzi che ho incontrato nella mia vita che adesso faccio lo screening attitudinale a chiunque mi rivolga la parola.

Di sicuro mancherò a loro, agli studenti, ma questo finto altruismo lo lascio in eredità alla passione femminile. C’è una condensazione di retorica pedadogica come una malattia cronica. I discorsi più ipocriti sulla bontà della lettura sono pronunciati da professoresse ancora impastoiate nei romanzi della Gamberale o non so più quale Mondadori ultimo nato. Dei Professori, no comment. Continuo a svegliarmi prestissimo, senza l’obbligo di reverenza per ventinove studenti alla ricerca della felicità coatta. 

© fg

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