Il mestiere del professore

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(una scelta controcorrente)

Ero in bagno, lo ricordo come oggi, mi spazzolavo i denti, avevo mangiato legumi.  «Quello che ammiro della generazione dei miei genitori» diceva la radio «era la voglia di non essere mediocri, e realizzare progetti».

Tutti per asociale mi avevano preso. Avevo fatto in modo che avessero saputo della mia scelta troppo tardi, perché avrebbero potuto influenzarmi, pressato dal disappunto di quella inspiegabile trovata. Per risolversi in qualsiasi direzione bisogna essere liberi e non chiedere consigli. Per essere liberi la vita da soli bisogna rincorrerla. A un certo punto, quando già era trascorso abbastanza tempo e tempo se ne è perso dietro quelle che credevamo essere belle situazioni (non azzardo la parola “ideali”) e invece è stato un complotto legalizzato da gestori improvvisati dei beni pubblici ai danni delle città, della provincia, campagna e mare incluso; i nostri pensieri quando avevamo venti anni sono stati nella migliore delle ipotesi una reazione al tuttaposto, nel peggiore dei casi verniciate di consolazioni senza la preparazione ad un atto d’amore, un gesto metodologico per consolidare un puntello su cui scalare un qualche credo individuale… trascorso quest’arco di tempo, inseguendo il nulla (la movida, i film d’essay, la sala studio, il festival di teatro, il concertone, i concertini, la comitiva, le comitive, il sabato sera, le feste open, la carne di cavallo, i critici cinematografici, Nanni Moretti e Bergman integrale, Kubrick e De André per gli altri scrivente escluso, l’università parcheggio, l’università centro sociale, l’università caserma alla conquista di un lavoro nella terra della disoccupazione cronica); eppure nella solitudine dei rari momenti covando in segreto un fuoco, ancora invisibile perché in quei tempi aveva lo spessore di una fiammella di fiammifero, ma fuoco puro, di quelli che a contatto con materiale combustibile sarebbe stato in grado di bruciare compiacendosi la foresta di Teutoburgo, allora così ho fatto. E gli amici sono stati gli ultimi a saperlo, probabilmente sui social: il mio uso dei social depista, alla deriva di un pensare quotidiano, se non per rare occasioni in cui sembra necessario far sapere al mondo mio piccolo, quartierino piuttosto, anzi condominio di tre piani, a tutti quindi a nessuno di preciso, senza attendere reazioni assertive o icone espressive, del tipo che leggere Franzen è come mangiarsi una pizza cotta al forno elettrico, con lontana parvenza di realtà surrogata da un ciarpame di parole ben congegnate per far accendere una lampadina rossa in testa al lettore, mentre a legna di forni veri ormai ne rimangono pochi in cui giusto per aprire un’attività con cinquantamila euro ci si apre una pizzeria, avventurieri della ristorazione direbbe quel mio amico che, poco dopo aver avuto notizia della mia fuga dalla civiltà italica, ha informato del buon esito della mia domanda di trasferimento le restanti persone amiche che hanno sempre creduto di aver una minima curiosità intorno alla mia di persona. E il mio amico chiaramente, dopo aver diffuso la notizia a destra a sinistra sotto sopra ovunque vi fosse possibilità di riempire il tempo, «lo sai che è andato a vivere coi pinguini e con le tartarughe» avrebbe detto confidenzialmente, mi ha prontamente scoraggiato, dichiarando con la certezza di chi è sempre vissuto a sabato sera e cinema e concerto di Capodanno, che quello in cui sarei andato a vivere sarebbe stato un paese d’inverno, e che abitare vicino al mare avrebbe comportato un tasso d’umidità ingestibile, e mi isolavo da tutti (cioè da nessuno, pensavo io, come non fossi già solo insieme a venti disgraziati in una sala da duecento posti che plaudono intellettualmente a una piece teatrale in cui lei simula una fellatio assaporando una banana: da alzarsi e andar via annoiati come un bradipo), scegliere un luogo in cui non vi sarebbe stato proprio nulla da fare, neanche un concerto neanche una serata caotica pub pub o strada strada, incontrare gente mai incontrata, neanche tutto quello da cui io ovviamente sono fuggito, una città misera e rozza; considerando che avevo informato l’amico del prossimo allontanamento solo per gentilezza, opportunità, come si informa il caposervizio di aver consegnato in amministrazione una lettera di licenziamento, per serietà quindi, non certo per ricavarne pareri, risposte in sintonia con questa mia scelta maturata per realizzare la quale mi sono messo alle spalle tutto un chiacchiericcio da bar, uno sparlare vicendevole dei singoli quartieri per chi è di centrocittà, quartiere buono, figuriamoci dunque un paese, e che paese! quando un amico se ne va, chi rimane ha una duplice reazione: a) fanno gli auguri ma in fondo non gliene torna nulla; b) fanno gli auguri maledicendo (in fondo l’avrebbero voluta fare loro, ma non ne hanno avuto il coraggio), ma tutto questo astio per giustificare il se stesso che vorrebbe avere la forza di abbandonare il così percepito centro del mondo, e non crogiolarsi più nel mito della grande metropoli (grande per dire) che offre mille opportunità culturali eccetera, col tempo tutto si azzera: quanto non ha dignità letteraria, si consuma come una candela, anche in città, città come la mia che è tale solo di nome, di fatto è un luogo scollato dallo smog e dall’ignoranza.

Quando mi è arrivata la notizia di essere stato trasferito su domanda in un borgo di cinquecento abitanti, ho presentito di aver raggiunto un obiettivo. La solitudine e la rarefazione della rete interpersonale, immergersi nello spirito dei tempi da lontano, verticalizzare le esperienze. Ho più gusto ad ascoltare musica invecchiata di cento anni, come il buon vino, anziché prodotti la cui esistenza è appesa al filo dell”etichetta. Vabbe’, faccio qualche eccezione, mi basta sapere che è trascorso un mezzo secolo per poter prendere in mano un libro e ascoltarne la musica.

©fg

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