Andrea Zanzotto, qualche idea

Dov’è il paesaggio? A questa domanda Zanzotto risponde da poeta. Traccia col linguaggio una fisionomia il paesaggio partendo da assunti Leopardiani. La natura viene ‘affatturata’ dall’immaginazione, dalle finzioni. Caduta la finzione, cade il paesaggio, e rimane il nulla, la luna pallida e indifferente ai casi umani. In Zanzotto però l’umano ha oltrepassato il confine, e il paesaggio non è più solo natura. E inoltre, le esperienze estreme della guerra mondiale hanno spostato lo sguardo da un punto di vista ingenuo e romantico a quello postmoderno.

Partendo dalla separazione finzione/realtà si districa la sensibilità del poeta. Ed è un lavoro dapprima, con Dietro il paesaggio, ma soprattutto con le Ecloghe e Vocativo, di natura elegiaca: come se avesse dinanzi un amore velato la cui vicinanza / separazione crea desiderio e struggimento. Altre volte il paesaggio, nell’oscillazione tra immaginazione e realtà, è luogo che accoglie e medica le ferite, ristora e abbraccia. È un atteggiamento da Arcadia postmoderna. Arcadica è la costruzione di un paesaggio ad uso sentimentale; postmoderna ne è la rappresentazione linguistica, e dunque la separazione. La natura è sempre più ritratta, inglobata nell’umano, e il desiderio di realtà è impossibile.

Da Beltà, al Mondo. Il componimento ha un impianto esortativo, a cui si aggiunge la voce riflessiva dell’Io. Zanzotto ha alle spalle l’elegia (struggimento di un amore impossibile) il desiderio acquista un tono narrativo, ironico, con interferenze del linguaggio scientifico, fuori dagli schemi della lirica classicamente italiana. Esorta il mondo, la realtà, a fare come Munchausen: tirarsi per i capelli e togliersi dalla palude della razionalità. E viceversa quindi, che l’uomo si tiri fuori dal pantano della rappresentazione.

In Epifania, da Vocativo, il paesaggio invernale appare nella sua grandezza, ma a poco a poco boschi e acque si rivelano parvenze entro cui la poesia è come il soffio del claxon. Dentro il paesaggio, il paesaggio scompare e rimane l’io, la parola poetica che si aggrappa ai fatti minimi della natura, e credendo di abbracciarla, questa gli sfugge, e come una macchina in movimento, tralascia dietro al sole. Il paesaggio è scomparso, rimane il poeta e l’invocazione elegiaca, una poesia bucolica senza natura.

©fg

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