Il mestiere del professore

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(non tutto si fa per soldi)

Si fa tutto in solitudine, e questo fare significa pensare decidere e agire. Molti credono che i professori siano uniti tra loro e perseguano il medesimo scopo. Sulla carta siamo docenti con medesime finalità eccetera eccetera, e invece non tutti i docenti sono docenti, anzi direi che nessun docente è docente, come nessuno avvocato è avvocato. Ovvio, direi. Ogni docente è un nome e un cognome senza titolo sulla coscienza e sull’altare della felicità. E si porta addosso il proprio essere al mondo come ogni altro mestiere. Il mestiere del professore si esercita nella ricerca di comunità: guidare una comunità d’apprendimento – gli studenti – ; condividere con i colleghi le stesse problematiche di gestione e organizzazione del piano didattico. Ma, nei fatti, tra docente e studenti, c’è sempre un flusso di energia a senso gettante dalla cattedra alla finestra. E tra colleghi c’è il piacere della degradazione o lamentatio non petita: il sentimento profondo e nascosto della colpa di percepire uno stipendio statale. Sì, il docente italiano si sente in colpa per il solo fatto di essere pagato per svolgere un compito di cui non si sente mai all’altezza (bisognerebbe approfondire il perché si senta spesso “rifiutato da se stesso” dalle proprie stesse azioni). È bizzarro, stranissimo. Non c’è mai soddisfazione nei volti dei professori: se le vacanze sono alle porte oppure salta inaspettatamente un giorno di scuola, si affollano in chat le faccine sorridenti e felici – sì, felici poiché non si entra in classe. È questa una verità, la media di tutte le singole verità di cui ciascun prof (abbreviamolo, finalmente, se lo merita essere dimezzato come il famoso Visconte colpito dalla palla di cannone!) è testimonianza vivente.

La dimostrazione del senso di colpa è data dalla vocazione del professore al lavoro gratis, Gratis si svolgono alcune riunioni, neanche richieste oltretutto dal preside, col piacere di vedersi! Gratis si stilano progetti che poi verranno approvati e gestiti da altri; gratis si svolgono le gite, gratis è data disponibilità per una commissione, stimando se stesso il docente privo di una vera professionalità che possa essere pari a quella di un idraulico, ragioniere oppure imbianchino. Molti docenti in cuore avrebbero voluto fare lavoro di segreteria, diventare idraulici o imbianchini, e lo cambierebbero il mestiere se solo il Ministero decidesse di convocare gli imbianchi in cattedra e inviare i docenti a rinfrescare gli interni degli appartamenti: cambierebbero mestiere pur di non sentirsi in colpa, pur di non avere la coscienza macchiata dal delitto della propria nullità professionale.

E anche su questo, sulla percezione di nullità professionale del docente medio (pochi casi esclusi, del genere Vecchioni D’Avenia, e due tre miei colleghi di cui ometto nomi e cognomi) ci sarebbe da indagare.

“Lo faccio perché mi piace, per i ragazzi. Io non chiedo nulla”, ribadisce il docente già tacitamente provato per l’accredito mensile sottratto alla fatica quotidiana. Non lo faccio per me, ma per gli studenti. La vocazione al martirio e lo svilimento di quelle quattro cose che sa è insito nel dna del docente italiano, che, suonata la campanella, dalle ore quattordici fino alle ore otto dell’indomani, mette le pantofole oppure fa da genitore e accompagna di qua e di là la prole attiva. E dal momento che lui conosce davvero solo quelle quattro cose e più il tempo passa e più si dimentica, il docente italiano ha la vocazione gratis per gli stessi incarichi per cui i collaboratori scolastici e il personale amministrativo percepiscono una percentuale regolarmente monetizzata a suon di occhiatacce per i corridoi e dinieghi sindacali.

L’incapacità è la sua dannazione: sia per gli studenti, che saranno colpiti da folate d’amore non richiesto, sia per quei pochi docenti che stimando valida la professionalità del mestiere si sentono intimamente umiliati da chi lavora solo per passione.

Ma questo è uno sfogo, che non ha né capo né coda, e lo si fa tanto per farlo, tanto per attirare l’antipatia di tutti, pro e contro, giusto per firmare il trentesimo capitolo del mestiere del prof.

©fg

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