COME NON SI SCRIVE UN LIBRO SU DOSTOEVSKI

di Marco Trainito

Una premessa doverosa a questa nota fortemente critica sul libro di Paolo Nori “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” (Mondadori 2021), è che l’autore è uno che sa benissimo di cosa parla, essendo un esperto di letteratura russa, nonché un traduttore di classici russi (Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Cechov, Gončarov e lo stesso Dostoevskij). Questo vuol dire che sull’argomento del suo libro Nori ha dimenticato più di quanto siano in grado di ricordare quasi tutti i suoi lettori, e quindi ha le carte in regola per scrivere una biografia romanzata memorabile su Dostoevskij.

Cosa c’è, dunque, che non va in un libro che sa farsi apprezzare soprattutto per la mole di informazioni che fornisce non solo su Dostoevskij ma anche su una folla di scrittori e critici soprattutto russi che in vario modo hanno avuto a che fare con Dostoevskij?

Innanzi tutto, la lingua. Nori tiene anche corsi di scrittura, e forse per questo si è convinto che far finta di non saper scrivere in un italiano formale, cioè come si conviene a un saggio spacciato impropriamente per romanzo (lo dice lui stesso di non sapere perché continua a chiamare “romanzo” il suo libro: cfr. fine di 11.6), possa fungere da “captatio benevolentiae”, un po’ come se Cristiano Ronaldo facesse finta di non saper palleggiare per intrattenere e divertire i bambini. E così al lettore viene inflitta una prosa dal registro basso che scimmiotta la lingua parlata, a tratti involuta, disseminata di anacoluti e dislocazioni, e tenuta spesso sul filo della plausibilità sintattica. Un esempio?

Scelgo quasi a caso il passo seguente, che peraltro trovo stimolante per l’ardito accostamento: «E mi sono accorto di tante cose, prima di tutto del fatto che “Delitto e castigo” ci son dei momenti che sembra “Shining”, il film di Kubrick, solo più bello» (11.14). Si dirà: ma è il timbro della “voce” narrativa di Nori, cioè il suo stile. Siamo d’accordo, ma l’effetto cacofonico è lì, ed è ineliminabile, né il lettore può sperare in maggiori delucidazioni, perché l’accostamento finisce lì, in quella semplice enunciazione che invece meriterebbe una spiegazione dettagliata (se non un saggio a parte). Ci sono poi i continui riferimenti alla propria vita. Ora, non c’è niente di male, in linea di principio, nel fatto che un saggista-scrittore contamini un libro su Dostoevskij raccontando abbondantemente i fatto propri, a cominciare dalle impressioni suscitate in lui dalle prime letture giovanili (“Sanguina ancora” fa riferimento alla ferita aperta dalla prima lettura di “Delitto e castigo”).

Il problema è che Nori non sembra tenere conto del fatto che la sua vita non è nemmeno lontanamente “incredibile” come quella di Dostoevskij, e questo genera una stonatura fastidiosa tutte le volte che le due vite cozzano tra loro. Nori, poi, non è Carrère, che sa raccontare in modo brillante e perturbante anche aspetti biografici minimi (si vedano le pagine de “Il Regno” sui video porno discussi con la moglie Hélène via mail).Un’altra cosa che infastidisce sono le frequenti sviste. Tutte giustificabili, per carità. Però da un libro pubblicato con Mondadori si ci aspetterebbe una cura maggiore. Passino i semplici errori di battitura o qualche preposizione saltata, ma è davvero incredibile leggere, in I.7, che la Kitty di “Anna Karenina” è figlia di Oblonskij (è la sorella della moglie, in realtà), o che la seconda figlia di Dostoevskij e Anna Grigor’evna Snitkina, Ljubov’, cui è addirittura affidata la chiusura del libro, è nata nel 1859 (in realtà è nata dieci anni dopo: cfr. fine di 12.13).

Ripeto: sono cose che Nori conosce meglio dei suoi lettori e pertanto si tratta di semplici lapsus. Altra cosa è quando, in 5.9, Nori riporta un passo di Proudhon dicendo che è tratto da “Che cos’è la proprietà?”, mentre in realtà si trova nell’Epilogo de “L’idea generale di rivoluzione nel XIX secolo”. Qui semplicemente dimostra una sciatteria bibliografica imbarazzante, né può assolverlo l’ammissione (in I.1) che lui, come Dostoevskij, ama raccontare balle (e nella Nota finale rincara la dose dicendo che nel libro potrebbero esserci “delle cose che chissà, se sono vere”). Però vorrei soffermarmi su un caso che grida vendetta, e che a mio parere dimostra una grave mancanza di rispetto nei confronti dei lettori. Qui non si tratta di sviste, ma di metodo e di livello di analisi.Verso la fine del libro si legge: «Smerdjakov, il cui nome potrebbe venire sia da smerd, “contadino”, che da smerdet’, puzzare, tra le tante cose singolari che fa nel romanzo, getta a un cane di nome Žučka un boccone di pane con dentro uno spillo, che è una cosa che ci fa più orrore di un omicidio» (13.11).Qui le cose strane sono due (escludendo la discutibile battuta finale).

1. Può anche darsi che in teoria Smerdjakov venga anche da “smerd” (l’esperto di lingua russa è lui), ma Dostoevskij è chiarissimo sull’origine del nome, anzi del soprannome, nel capitolo I.III.II dei “Karamazov”: il servo Grigorij e la moglie Marfa battezzano il bambino con il nome di Pavel, aggiungendo l’allusivo patronimico Fëdorovic, perché si mormora che il padre fosse proprio Fëdor Pavlovič, il quale da ubriaco avrebbe violentato la povera pazza Lizaveta, detta Smerdjaščaja (la lurida, la puzzolente). E sarà proprio Fëdor Pavlovič a soprannominare “Smerdjakov” il piccolo bastardo, cresciuto come servo, con esplicito riferimento al soprannome della madre.

2. Ma è l’episodio crudele raccontato che pone il problema più interessante. Nori aveva già ricordato, poco prima, che Smerdjakov da bambino usava impiccare gatti e seppellirli in pompa magna. Questa informazione, infatti, si trova nel memorabile ritratto di Smerdjakov che costituisce il capitolo I.III.VI dei “Karamazov”. L’episodio relativo al povero Žučka, però, si trova (in IV.X.IV) all’interno del racconto di Kolja dell’origine del tormento dell’amichetto Iljuša, il quale, plagiato da Smerdjakov, aveva tirato insieme a quest’ultimo l’orribile scherzo al povero cane. Il punto, infatti, qui non è Smerdjakov, ma Iljuša, che a causa del tremendo rimorso di coscienza sarebbe precipitato in uno stato di angoscia che avrebbe accelerato la sua malattia, fino a morirne. Ma tutto questo è taciuto da Nori, sicché il lettore ignaro è privato della possibilità di comprendere adeguatamente l’importante passaggio.

Di nuovo, quello che si è detto nei punti 1 e 2 è perfettamente noto a Nori (in 13.15 ci informa di aver letto forse cinque volte il romanzo), il quale tra l’altro non dice alcunché di falso. Il suo, piuttosto, è un peccato di reticenza. Per dirla con Grice, egli non viola la massima conversazionale della qualità (dice il vero), ma quella della quantità (non dice tutto quello che sa), impoverendo così il bagaglio di informazioni messo a disposizione del lettore, che in tal modo è inevitabilmente messo fuori strada.Da ultimo, c’è un altro elemento che salta agli occhi. Nori non prova mai a esplorare l’abisso di senso che sostanzia tanta parte dei romanzi maggiori di Dostoevskij, e così non lo vediamo mai alle prese con gli enormi problemi filosofico-religiosi sollevati, ad esempio, da personaggi come Kirillov, Stavrogin, Ivàn e lo stesso starec Zosima. Magari Nori direbbe che queste cose sono già state scandagliate da interpreti inarrivabili, a cominciare da Albert Camus, e mi pare di sentirlo mentre replica parafrasando l’incipit della sua traduzione delle “Memorie del sottosuolo” (riportato ben cinque volte nel testo): “Io sono uno scrittore modesto. Nemmeno un filosofo, sono. Un semplice romanziere, sono io. Credo di essere diverso da Camus”. D’accordo, però fa impressione leggere un riferimento allo “Straniero”, in 12.9, ridotto quasi esclusivamente al ricordo di una frase insignificante (ma non troppo, visto il contesto in cui compare e sul quale naturalmente Nori tace) come “Le cafè au lait était bon”.

Nori, dunque, a proposito dei romanzi, si limita ad alcune informazioni di contesto (preziose, per carità) e a lunghe citazioni quasi sempre senza commento di passi spesso non cruciali, che però in compenso piacciono molto a lui. Il risultato è uno sbilanciamento notevole, per cui per esempio veniamo a sapere molte più cose su “Povera gente”, un romanzo in fondo minore, la cui importanza risiede quasi tutta nel fatto che segnò il debutto di Dostoevskij come scrittore, che sui “Demoni” o sui “Karamazov”, liquidati in poche pagine nel frettoloso finale del libro. Non solo, ma le numerose incursioni in altri autori fanno sì che si arrivi alla situazione paradossale per cui, per esempio, a me sembra, dopo aver chiuso questo libro su Dostoevskij, di aver imparato più cose sull’”Evgenij Onegin” di Puškin che sul contenuto dei romanzi di Dostoevskij.

©Mtrainito

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