A proposito di Maneskin

A proposito dei Maneskin. Qualcuno afferma non sia true rock. Forse il leader dei Maneskin ha mai dichiarato di essere un vero (o falso) cantante rock? I’m a rock singer, eventualmente. Applaudire o non applaudire, questo è il problema. Se fossimo in presenza di una vera rock band, questa eseguirebbe cover nei pub di provincia, tra un vasetto di patatine fritte e una birra artigianale. Quindi archiviamo la domanda, poiché i fatti, per ora, raccontano di una nuova rock band nel panorama della musica internazionale.

È musica nuova e originale? Domanda impertinente. La performance è travolgente? Sì, così sembrerebbe: suonano bene, suonano dal vivo e sono canonicamente quattro, fanno spettacolo.  E qui archiviamo anche la news strettamente musicale perché potrebbe aprirsene un’altra culturale. Qual immaginario evocano i Maneskin?

Libertà, fisicità, emozioni, trasversalità sessuale, urlo giovanile, no computer. Un fatto di costume quindi, che riesuma nelle forme dello spettacolo la ribellione e la provocazione del genere musicale d’appartenenza. Una volta, dicono, la libertà i ragazzi del ‘68 provavano a prendersela smantellando l’edificio dello Stato borghese, il privilegio dell’autorità. Oggi, che le autorità economiche si sono ripreso il privilegio controllando i desideri dei consumatori, rimanendo da smantellare solo ciò che è già in rovina (welfare, famiglia e istruzione), la provocazione fa teatro, eventualmente per un effetto di rinculo invita al ritorno ad una sana e concreta (sudaticcia direbbe un Michele) sessualità in presenza. Nessuno ci crede più alla carica rivoluzionaria e culturale di questa musica così come ce la ricordano i video di Jimi Hendrix. A meno che l’effetto vintage smuova una presa di coscienza anti modernista e diremmo oggi verso scelte sostenibili ecologicamente. La ribellione, la trasversalità sessuale, la libertà di vivere, l’energia giovanile è già un costituente del discorso pubblico quotidiano – con ricaduta perlopiù emotiva e virtuale – e di fatto la gioventù chiederebbe a mani giunte di tra il cellulare tra i palmi, una ragnatela di salvezza in cui il grande insetto statale garantisca le condizioni per il benessere e il passatempo individuale. Negli occhi del rocksinger Damiano e nella sua inflessione di voce romanesca non si legge esistenzialismo ma divertimento: il rock di una volta è roba da Museo, e quindi oggi è teatro, gioco catartico. Un gioco per loro, un gioco per tutti. Finito lo show si ritorna  al ricamo della seta.

Nello sguardo di una ragazza immagino tutta la malinconia del mondo. La memoria del cellulare scoppia di video: ha saltato tutta la sera in reggiseno per il caldo, e ora torna a casa, sudatissima, il trucco nero sulle guance, la mascherina sul gomito. Domani mattina si va a scuola, c’è interrogazione di matematica, e ogni volta che c’è interrogazione di matematica gira la testa, ha paura. Allora per addormentarsi pensa al rocker tatuato e alla radice quadrata di sessantanove.

Concludo: la scrittrice Melissa Panarello in un post su facebook ha paragonato il successo dei Maneskin al proprio, quando l’editore Fazi pubblicò il suo primo romanzo: in entrambi i casi è presente una schiera di puristi bacchettoni che, non potendo negare un successo di pubblico mondiale, si appella alla qualità del prodotto in sé.

Raffinate virtù artistiche non sono mai richieste quando l’espressione tocca un nervo scoperto della società.

©fg

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