Elegia per un cielo capovolto

Se volessi definire – ogni definizione soffre l’errore dell’ambiguità – Il generale inverno di Gabriella Grasso (ed. Il Convivio) direi che i componimenti che ne danno vita sono elegie. L’elegia è la tonalità dell’assenza, della separazione dall’oggetto del desiderio – penso a Zanzotto – e in essa si ritrova il contatto struggente con la lontananza. Nel Generale inverno l’elegia è invocazione in absentia, appunto. Attraverso le armi della parola la poetessa intona un desiderio di unità. La vicenda o l’avventura della ricomposizione – separazione e, chiamiamola, palingenesi – avviene prevalentemente in uno spazio tutt’altro che urbano e industriale, ma naturalistico e simbolico. L’elegia quindi si converte in idillio, e l’idillio, come scrive Julian Barnes a proposito della relazione tra Dmitri Shostakovich e Tanya, inizia dove l’amore si è spezzato.

Lo spazio o paesaggio delle liriche è composto da sciara, lava e ghiaccio, sole, rami d’arancio, un giardino edenico, il profumo di zagara e il più misterioso ed orfico incenso, la terra nido, la tana, radici, linfa, foglie, zolle, covi d’animali amici, il mare, la sirena, la piuma d’uccello, il muschio, la generica campagna, cicogne, passeri, formiche, le colline del Mitogio, gli alberi (l’olmo e il frassino), la bufera. L’altro capo del paesaggio è taciuto, e anche quando c’è una casa e una stanza, queste non sono propriamente paesaggio o spazio esterno, ma condizione da cui intonare l’elegia. Quindi all’altro capo ci sono le macerie delle case, i clacson, lo stream, un lampione, i cinquanta centesimi d’elemosina, gli aerei che volano in cielo. È questo uno spazio sterile che non tocca la dimora affettiva e lirica da dove, come da una Patria intangibile, inizia la catabasi agli inferi: l’invocazione e il ricongiungimento con il doppio. Le viscere della terra sono un cielo capovolto dove il poeta intinge la penna arrossandola di nostalgia. E negli inferi vive Euridice, la nostra irrinunciabile alterità.

Una delle ultime liriche della raccolta si intitola Voce. È come se la poetessa invochi l’ombra dell’assenza: dove sei, mia Euridice? Ti sei presa parte di me, mi hai mutilata nello sguardo e sei scappata verso il largo, le rondini sono ormai invisibili dietro le montagne, non c’è più un segno o richiamo per raggiungerti.

Orfeo, la poesia, impietra con la cetra in mano. Oppure, come vuole una tradizione, morirà sbranato dall’orda bacchica, lui, che per vincere la pietra, inveirà contro l’amore eterosessuale.

Ma Il generale inverno è solo una stagione della vita, e l’elegia non procede nel terreno scivoloso della rivalsa: si fida, è sicura tra le pareti di una casa – patria. L’elegia non si trasforma in invettiva, dove alla perdita segue altra perdita. I versi vibrano di una temperatura che raffredda il dolore e, potrei azzardare, anche l’invidia per non essere stati la parte mancante della storia. Il generale inverno, infatti, vince sempre, e vincerà, come racconta Tolstoj in Guerra e Pace, finché non ritorni primavera.

In Ore lunghe c’è l’augurio di una pioggia purificatrice, come un lunghissimo pianto del cielo, tale da tenere in vita la terra dilavando e compenetrando ogni granello di roccia e di sangue, fino a rivitalizzare l’invisibile e da lì far rinascere qualcosa, un senso: la restituzione del dolore in forma di rimpianto oppure perdono. Perdono e rimpianto per cosa?

Nelle elegie di Gabriella Grasso emerge una distonia, che è il cuore o motore di questo fare poesia: gli inferi, il regno delle ombre, sono l’approdo finale e palingenetico; ma al tempo stesso gli inferi sono specchio dell’assenza, in quanto raccolgono il desiderio mancato, diserto nel tempo: eppure desiderare il proprio doppio è tutt’altro che aspirare alla palingenesi ma, per dirlo alla Sylvia Plath, al miracolo di Lazzaro.

©fg

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