Il tornello dei dileggi e Catania

Questo, per intenderci subito, non è un romanzo su Catania, ma la città etnea è presenza invisibile. Nel Tornello dei dileggi (Salvatore Massimo Fazio, Il tornello dei dileggi, arkadia, 2021) il nome della città etnea è citato parecchie volte. Come l’apparizione della Madonna. Lei si fa vedere una volta sola: poi resta tra le mani la toponomastica, l’assenza e i desideri. Catania non si vede, ma è un nome: direi che sarebbe persino veramente innominabile in quanto indescrivibile, e per questo mille volte invocata. Un’assenza continua, come nelle migliori liriche. Silvia, Lesbia, Laura, Beatrice. Nominate, invocate, fantasmatiche. Il nome (le lettere del nome) abbracciano tutto quanto è di lei rintracciabile. Il nome desiderato, assente ed inconoscibile, oggetto di celebrazione o bestemmia.

Nel Tornello ci si imbatte in luoghi e persone catanesi. Tra gli altri l’ex mister Hyde, Città vecchia, i rispettivi proprietari citati per nome e cognome, il Nievsky. È citata la via Tomaselli, piazza Roma, via Zurria, l’ex macello, la fiera di piazza Carlo Alberto scandita dal suo nome in vernacolo e dal corsivo esplicativo; l’autore ricorda anche fatti calcistici, come quando Montella fu l’allenatore sfortunato (o incapace, non saprei) del 7 – 0 subito contro la Roma.

Nella storia ci sono ben altri pensieri e situazioni che appartengono al racconto e alla biografia reinventata dell’autore, che si susseguono con la rapidità di un’anguilla. Un’interessante pregio (molto altro saprà bene il lettore trovarlo in solitudine) emerge in quei momenti della scrittura, soprattutto piccoli paragrafi, in cui la voce narrante entra in palcoscenico e sembra che canti. Ovvero: quando il tono epico si sposa con l’accadimento ed emerge una positiva e per nulla nichilista affermazione dell’esistere, al punto che l’intonazione esalta l’esemplarità di un fatto. E quindi la narrazione, se non nella trama (ma essa non vale mai la qualità di qualsiasi scrittura: solo gli editori vorrebbero far credere che I Promessi Sposi raccontino una storia d’amore), sarebbe idealizzante.

Leggendo Il Tornello poi sono andato fuori tema, e allora mi scuserete per questo finale forzato e personalissimo con cui mi avvio alla conclusione.

Alcuni anni fa diedi in lettura un mio romanzo a un editore locale che mostrò inizialmente un certo interesse alla pubblicazione. Tuttavia nel momento di firmare il contratto espresse delle perplessità e quindi non se ne fece più nulla poiché la storia di un cavallo che fugge dalle grinfie di un malvagio macellaio avrebbe potuto urtare la sensibilità della categoria sociale. Temeva «di trovare i macellai sotto casa sua». Di quell’estrema cautela ho tratto un incoraggiamento poiché la mia scrittura non avrebbe lasciato indifferente il lettore, richiamando non solo una realtà, ma per ambigua metafora anche a una condizione esistenziale. Comunque Il salto del cavallo infine ha trovato un suo piccolo editore e potete leggerlo qui.

Ma a pensarci bene c’è anche dell’altro in questa giustificazione editoriale

È forse vero (potrei sbagliarmi) che della nostra città si narra prevalentemente un passato ben archiviato e masticato; oppure storie dei tempi di Brancati o De Roberto. La nostra città contemporanea, nel discorso romanzato e quindi nell’immaginario collettivo, non esiste: è la città del mare del sole e del vulcano (cioè un fatto naturale e non sociale, quindi innocuo e invisibile); oppure è un fatto gastronomico, come la pescheria, il cannolo e l’arancino bene sponsorizzati dai commercianti, pasticcerie e rosticcerie; oppure, nelle scritture più sofisticate, Catania sono le strade, ma vuote e barocche, belle ma grigie, senza cristiani, senza vita. Ci salvano i rapper. Ai lettori è concesso leggere del traffico delle automobili, il ricordo di qualche trascorsa ammazzatina, l’odore dell’arrosto come fenomeno da depliant turistico. Resistono i lettori di folclore o fiction alla Quentin Tarantino. Rimangono però salde le bellissime poesie di Martoglio dedicate alla nostra città.

E per ritornare al Tornello dei dileggi di Fazio, ricordo una serata in cui l’autore e company mettevano in scena uno dei loro scherzi in quella che era la sede della Mondadori di via Umberto. Ero presente tra il pubblico, spettatore di tutta quella sacrilega ironia filosofica, oggi diventata narrazione sperimentale.

©fg

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