Il mestiere del professore (3)

(Il rientro dalle vacanze)

Al rientro dalle vacanze i professori sono perlopiù abbronzati. Parlo di professori accordando il genere maschile solo per convenzione grammaticale: il discorso è rivolto indiscriminatamente a professori e professoresse che nel mondo della scuola sono numerosissime. La scuola è femminile, direi donna.

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Il mestiere del professore (2)

(Della solitudine)

 

Un’altra suddivisione più oggettiva è quella che considera il modo in cui il professore è riuscito a conquistarsi la cattedra. Quindi ci sono i supplenti, dunque i vincitori di concorso oppure i convocati  dal provveditorato su graduatoria. Il mantenimento della cattedra non dipende dal merito, anzi questo non è mai preso in considerazione. I professori, a tempo parziale o di ruolo, sono tutti sulla carta meritevoli e come tali termineranno la carriera. L’istituzione che arruola il personale è indifferente alla qualità, non chiede conto dell’operare, ma dei risultati. I risultati sono i numeri delle valutazioni. Neanche il cosiddetto anno di prova è una vera valutazione delle qualità dell’insegnamento. Se nella sostanza la richiesta di merito è sempre un atto formale, mai sostanziale, il professore, a qualsiasi categoria appartenga entra in classe e il suo operato ha un solo valutatore reale e informale: lo studente e i relativi genitori. E d’altra parte chiedere alla vittima di essere carnefice è una pratica masochista. 

Queste piccole distinzioni vogliono mettere in luce un fatto incontestabile: la solitudine del docente.

©fg

Il mestiere del professore (1)

(La prima volta)

La prima volta non si dovrebbe dimenticare. 

La prima volta quando si entra in classe, e ci si sente soli a combattere una guerra. 

L’iniziazione alla cattedra è una catena di prime volte: la prima volta che non sei più uno studente, la prima volta che ti chiamano professore, la prima volta che riceverai uno stipendio, e quindi la prima volta che sei responsabile per tutto quanto accada in un’aula di venticinque ventotto adolescenti, la prima volta in cui dài del tu a un collega più grande di te: la prima volta in cui sei il capitano di una nave e hai paura della tempesta.

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I fantasmi di Librino, Spanò

Il primo dei cinque racconti che compongono la raccolta è un colpo di mortaretto: quel boom esploso in aria quando è ancora giorno, prima che la festa inizi. E basta quel fuoco, chiamiamolo, di cannone, perché tutto cambi: tutto ciò che prima era aria indifferente di giornate feriali, il cuore sente essere diventata qualcosa di non comune. Sentiamo l’odore della festa, la trasfigurazione delle ore.

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Una raggiante Catania, Trischitta

Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.

L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).

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Sulla bellezza

In Properzio (I, 2) la bellezza di Cinzia non ha bisogno di artifizi, acconciature elaborate, abiti leggeri e svolazzanti, profumi orientali: non ha bisogno di assumere atteggiamenti da forestiera. La bellezza di Cinzia non si serve di ornamenti o comportamenti che non le appartengono. Amore non ama ciò che è bello e artificioso, ma la naturalezza. L’amore è nudo.

Nudus Amor formae non amat artificem

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Linea intera, linea spezzata, De Angelis

Continua la scrittura intorno la morte, che vuol dire anche fare memoria, ricordare i momenti di vita, la linea intera, prima che questa venga spezzata. Sembra che sia ancor più del volume poetico del 2015, una raccolta di incontri e rivelazioni. Aleggia una modalità dantesca. L’ambiente non è il mondo ultraterreno, ma i luoghi della città rivissuti attraverso la memoria o la presenza, e in questi il poeta incontra amici, amori oppure se stesso, colti in un momento significativo e paradigmatico. Nella sezione Aurora con rasoio è come inoltrarsi nella selva dei suicidi. La forma poetica sceglie un andamento orizzontale, prediligendo lo spazio metrico anziché quello delle strofe o del verso tradizionale.

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Incontri e agguati, De Angelis

Sono poesie legate tra loro dal tema della morte (Mondadori, 2015). Chi fa l’agguato alla vita è la morte, in guerra permanente con l’esistenza. Inizialmente si cerca un accordo col nemico, si fa una trattativa di pace, ma col tempo i patti vengono infranti e la morte intona la sua canzone in re, dominatore assoluto dell’universo. La minaccia dell’agguato, s’intende, le ferite di guerra, la morte di amici e affetti famigliari, segnano la vita. 

Questo il tema dominante delle prime due sezioni del libro (Guerra di trincea e Incontri e agguati). La terza sezione (Alta sorveglianza) è affidata al racconto sempre in forma poetica di un femminicidio, articolato tra la voce di un professore, il poeta, che lavora presso il carcere di massima sicurezza di Milano – Opera, e la confessione dell’omicida già condannato. Gli incontri a cui fa riferimento il titolo dell’opera sono invece ricordi anche commossi di amici o famigliari; e prevale la luce della vita, quand’anche questa proietti ombre e ferite.

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Nosferatu non esiste, Accardi

Nosferatu non esiste - Andrea Accardi - Libro - Arcipelago Itaca - | IBS

Poesie raccolte intorno ad alcune idee ricomposte in maniera romanzesca dal titolo Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca 2021). Il lettore intanto si sposta tra diversi luoghi, dalla ragnatela delle quattro pareti di una casa patria, fino a Bruxelles, nel comune di Molenbeek-Saint-Jean. Il luogo di partenza potrei immaginare essere la luce della Sardegna, i paesi che finiscono in spiaggia. Azzardo l’omissis: Cagliari. Poi spadroneggia Palermo, e la spiaggia senza tempo e vacanziera di Mondello. Per somiglianza altre spiagge benché provinciali suggerisce ai miei ricordi questa toponomastica: quelle del ragusano, così alla moda e vampirizzate da geometri e villeggianti, quanto desolate in eterna giacenza extra umana (sole, pineta, sabbia, mare, pescherecci all’orizzonte, erba infestante nei vicoli più stretti, qualche petroliera come vascelli d’esistenze eroiche fluttuanti, fabbrica ex di ex mattoni in una ex vita) che fanno sentire noi umani davvero come le formiche in una ipotetica (o reale) canzone di Battiato: vanno e vengono per ferragosto, s’attendano, e non sanno perché mettere casa sulla sabbia per una notte, trovare patria e libertà sotto le stelle tra il comune far finta di niente.

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Cento sonetti indie, Alvino

Al poeta si può incolpare la mancanza di coraggio nel forzare l’illusione, non la sincerità dell’intenzione. La colpa è non essere stato meno sincero di quanto la sincerità imponesse. Rompere gli argini e farci cadere a testa in giù in un inferno incantato. Non lo ha fatto, anche se aveva carta bianca. Forse la pandemia, forse la sua verità lo ha fregato.

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