A proposito di Maneskin

A proposito dei Maneskin. Qualcuno afferma non sia true rock. Forse il leader dei Maneskin ha mai dichiarato di essere un vero (o falso) cantante rock? I’m a rock singer, eventualmente. Applaudire o non applaudire, questo è il problema. Se fossimo in presenza di una vera rock band, questa eseguirebbe cover nei pub di provincia, tra un vasetto di patatine fritte e una birra artigianale. Quindi archiviamo la domanda, poiché i fatti, per ora, raccontano di una nuova rock band nel panorama della musica internazionale.

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Corpo

Il Guarnotta seguiva col corpo ciondolante l’andatura dell’asinella, come se camminasse anche lui; e per poco veramente le gambe, coi piedi fuori delle staffe, non gli strisciavano sulla polvere dello stradone.

(da Luigi Pirandello, La Cattura, 1918)

La cattura, Pirandello

Un signore avvilito, stanco, porta per anni il lutto della morte del figlio. Trascorre le giornate in campagna, viaggia cavalcando un’asinella, si è risposato. Un giorno i banditi lo fermano per strada e lo sequestrano pensando di poter ottenere un buon riscatto. Invece nessuno si cura della scomparsa del Guarnotta, così si chiama il signore, al punto che i banditi sono in dubbio se ucciderlo oppure lasciarlo libero. Nel frattempo il Guarnotta, condotto in una grotta di montagna, ha riconosciuto l’identità dei sequestratori. Per i banditi il rilascio è troppo pericoloso. Temono la denuncia ma d’altra parte non vogliono sporcarsi inutilmente le mani di sangue. Decidono dunque di mantenere in vita l’uomo, sotto stretta vigilanza, finché non sarebbe morto di morte naturale. Il Guarnotta, a cui è negata la libertà, riscopre un’altra esistenza: legge, filosofeggia sulla luna e gli astri, conosce le famiglie dei banditi, diventa come un nonno con i bambini, un santo. I carnefici sono le vittime e la vittima è carnefice. Questa la trama del racconto La cattura di Luigi Pirandello.

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COME NON SI SCRIVE UN LIBRO SU DOSTOEVSKI

di Marco Trainito

Una premessa doverosa a questa nota fortemente critica sul libro di Paolo Nori “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” (Mondadori 2021), è che l’autore è uno che sa benissimo di cosa parla, essendo un esperto di letteratura russa, nonché un traduttore di classici russi (Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Cechov, Gončarov e lo stesso Dostoevskij). Questo vuol dire che sull’argomento del suo libro Nori ha dimenticato più di quanto siano in grado di ricordare quasi tutti i suoi lettori, e quindi ha le carte in regola per scrivere una biografia romanzata memorabile su Dostoevskij.

Cosa c’è, dunque, che non va in un libro che sa farsi apprezzare soprattutto per la mole di informazioni che fornisce non solo su Dostoevskij ma anche su una folla di scrittori e critici soprattutto russi che in vario modo hanno avuto a che fare con Dostoevskij?

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Andrea Zanzotto, qualche idea

Dov’è il paesaggio? A questa domanda Zanzotto risponde da poeta. Traccia col linguaggio una fisionomia il paesaggio partendo da assunti Leopardiani. La natura viene ‘affatturata’ dall’immaginazione, dalle finzioni. Caduta la finzione, cade il paesaggio, e rimane il nulla, la luna pallida e indifferente ai casi umani. In Zanzotto però l’umano ha oltrepassato il confine, e il paesaggio non è più solo natura. E inoltre, le esperienze estreme della guerra mondiale hanno spostato lo sguardo da un punto di vista ingenuo e romantico a quello postmoderno.

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Nella colonia penale, Kafka

Il racconto Nella colonia penale di Franz Kafka è davvero crudele e spaventoso. E non per ciò che si legge sin dalle prime pagine – la descrizione della macchina della morte – ma per come, nello sviluppo, la verità acquisisca una luce spietata e reazionaria. L’inscrizione sulla pelle della legge, tortura e illuminazione nel dolore, sembrerebbero la rappresentazione di un sistema sociale o statale che persegue strade limacciose e disumane pur di affermare una umanità o una speranza di verità; tolto il rapporto sadico tra potere e subordinato – legge e disobbedienza – qualora la giustizia cominci ad essere giusta e democratica, subentra il caos, il disordine manipolabile dalla rivoluzione: una nuova burocrazia in cui la giustizia diventa violenta, irrituale e incomprensibile. Il viaggiatore, responsabile di questo ribaltamento, non vuole continuare la rivoluzione, e lascia l’isola.
Kafka forse vuole dire che, dal suo punto di vista, l’umanizzazione dell’amministrazione della legge, le forme di democrazia o potere al popolo, sono una discesa verso il caos in cui il carnefice diventa vittima, e si elimina un sistema per istituirne un altro in cui all’individuo, nella sofferenza, è tolta la possibilità di vivere una propria verità. 

©fg

L’insostenibile leggerezza della vita

L’innesto si intitola la commedia di Pirandello che apre il secondo volume delle opere teatrali nell’edizione Mondadori. È la storia di una donna sposata e di un marito impotente. Un giorno Laura è violentata da uno sconosciuto che dopo l’atto fugge. Rimane incinta e il marito vorrebbe costringerla all’aborto. Laura rifiuta e accetta il figlio come un frutto dell’amore coniugale.

Il tema affrontato è l’irrompere violento della natura, la sua forza, che guasta e rovina un ordine fondato sulla razionalità e il buon senso, la convenzione e il rispetto della consuetudine sociale. Le regole della città vengono sovvertite da quelle della natura.

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Il bello, il buono e Pirandello

La commedia O di uno o di nessuno è inserita nell’edizione Mondadori delle opere teatrali di Luigi Pirandello subito dopo la versione in italiano di Liolà con testo a fronte in bellissimo siciliano agrigentino. Queste sono due opere scritte in periodi diversi: la prima durante la guerra mondiale, la seconda durante il primo dopoguerra, in pieno fascismo.

Come è solito in Pirandello, l’impressione che si riceve dalle sue storie è dell’esistenza di una necessità civile che è regola delle relazioni umane, necessità anche tragica, contro cui il protagonista si inventa una soluzione di libertà, di sopravvivenza bizzarra e stravagante. Un tizio che vorrebbe possedere la patente di jettatore, per esempio; l’altro che cambia identità per cambiare vita.

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I fantasmi di Librino, Spanò

Il primo dei cinque racconti che compongono la raccolta è un colpo di mortaretto: quel boom esploso in aria quando è ancora giorno, prima che la festa inizi. E basta quel fuoco, chiamiamolo, di cannone, perché tutto cambi: tutto ciò che prima era aria indifferente di giornate feriali, il cuore sente essere diventata qualcosa di non comune. Sentiamo l’odore della festa, la trasfigurazione delle ore.

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Una raggiante Catania, Trischitta

Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.

L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).

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