2056 di Francesco Cusa

Le principali tematiche del romanzo sono innanzitutto la pervasività della tecnologia: essa fagocita i sensi, plasma il cervello, incapsula il protagonista Samuel in una dimensione altra, in cui l’umanità si smaterializza. Da qui il tema della vaporizzazione della realtà in voci e immagini: l’esperienza umana si radicalizza oltre il corpo, fino a degradarsi o illuminarsi senza il corpo.
2056 (edito da Ensemble, 2025) è dunque un romanzo distopico, quasi nella forma di un grottesco videogame esistenzialista.

Dal vulcano al vuoto

Spesso, quando leggo un romanzo, associo come segnalibro una fotografia scattata da me: scelgo un’immagine a caso o mi lascio guidare da un presentimento che la trama risveglia.

Per 2056, ho scelto una foto del 2023, nell’estate in cui il nostro vulcano, l’Etna, era più attivo del solito. Era un’estate accecata dal caldo e da continue piogge di cenere vulcanica. La foto ritrae un paesaggio urbano di periferia: una casa popolare, un capannone, un tetto; in primo piano una roulotte. Intorno, campagna rada, arbusti, la zona di confine tra l’urbanizzato e il lasciato andare.
Ma metà immagine è cielo: un cielo pesante e grigio, non nuvoloso ma opaco, quel grigio da fine del mondo che grava su certe giornate estive in cui l’azzurro è velato da un’immensa coltre di nulla.

Guardando poi la foto al computer, notai che il cielo era punteggiato di piccole chiazze nere, come meteoriti in caduta: una pioggia nucleare. Nulla di ciò avevo visto al momento dello scatto: eppure era lì, invisibile. La cenere vulcanica depositata sull’obbiettivo aveva prodotto un effetto apocalittico. La foto in bianco e nero restituisce un mondo nel suo disfarsi, un senso di fine.

È questo sguardo — filtrato da una lente sporca di cenere mitologica — che attraversa anche il romanzo. Ma la fine dell’umanità o di ciò che crediamo possa essere l’unica umanità possibile, in 2056, non nasce da una catastrofe naturale: è il risultato di un salto evolutivo, l’abbandono volontario del corpo in favore di una esistenza puramente mentale.

Il potenziamento dell’uomo passa per la distruzione del corpo umano.
Il jumping di cui parla il testo è l’evoluzione che sfrutta il digitale per creare l’uomo di nuova generazione: l’essere nei bit, nei chip, la nube elettronica che connette le menti. Una nuova esistenza nella non-esistenza materiale. Un salto evolutivo che ironicamente ricomincia dall’origine: la scimmia dell’intelligenza artificiale.

La storia di Samuel Vitruvio

Samuel, per disattenzione o per resistenza, non partecipa al suicidio o rigenerazione di massa dell’umanità: la scelta collettiva di abbandonare il corpo e vivere in una dimensione incorporea, esclusivamente mentale.

Distratto da Eros, da Margaret, dall’inseguimento di Margaret — donna curiosa e perfettamente pronta al salto — Samuel resta tra i pochi a conservare una vita sensibile.

Si ritrova in un mondo ormai vuoto, popolato solo da macchine, robot, androidi. I corpi — quelli veri — sono cadaveri distesi nei letti del salto. Samuel attraversa questo vuoto, parla con la propria mente, con i ricordi dello spazio storico, incontra pochi superstiti come lui: combatte, fugge, si nasconde… e infine (non sveliamo il finale) potrebbe essere riassorbito dal sistema evolutivo.

Dal Morselli di Dissipatio H.G. al 2056 di Cusa

Il romanzo rivela una forte originalità nella creazione di immagini distorte, tese e insieme ironiche, persino comicamente satiriche. Ma si avverte anche l’influenza del cinema, dei videogiochi, di altre letterature.

L’idea del vuoto d’umanità e del dominio delle cose richiama l’intuizione del visionario Guido Morselli in Dissipatio Humani Generis, romanzo qui sorprendentemente rinnovato. Morselli parla di una dissipatio, non catastrofica, ma come “evaporazione” dell’umano. Laddove l’autore immaginava un prodigio improvviso, Francesco Cusa trasforma quella dissipazione in un processo politico-tecnologico: la fine dell’umano non è destino, ma progetto, controllo, consenso. Siamo di fronte a un mondo che ha forse interiorizzato la pandemia e la sostituzione progressiva del reale con il virtuale. Il corpo è ormai un peso, un residuo.

Emblematica la scena in cui Samuel ritrova il corpo di Margaret, ormai “digitalizzata”: non lo venera più, né lo seppellisce — lo getta via. Il corpo produce un rumore di ferraglia. La carne è diventata scarto, la sensualità pura inutilità.

Conclusione

Tutto in 2056 ha il sapore di una mistica tecno-politica in cui il sogno prometeico dell’evoluzione diventa parodia. La distopia non è più la catastrofe, ma la scomparsa dell’esperienza sensibile: del limite, del dolore, del piacere.

Si vive nel desiderio del desiderio.

E come nella mia foto macchiata di cenere, il mondo appare filtrato da una lente sporca di mito evoluzionistico e polvere prometeica: ciò che era vita si dissolve nel cloud. L’uomo ritorna scimmia — ma dentro un iPhone.

Il romanzo, più che un grido apocalittico, è uno schiaffo da guitto metropolitano. È un testo preciso, sintatticamente controllatissimo, ma estroverso. Alla trama di base s’intrecciano episodi dominati dalla provocazione narrativa: il colpo di scena grottesco, “l’immoralità” o il “sacrilego” come dispositivo: l’atto che inchioda il cuore e lo trasforma in un quadro sotto vetro. Eppure l’unica forza che ancora consente la resistenza è Eros, che reclama la sua quota di felicità materiale.

Se Margaret non avesse ceduto alla curiosità del nuovo mondo, forse avremmo avuto un eroe — una coppia di eroi.
E invece la società mangia l’individuo.

©francescoGianino


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