Elegia per un cielo capovolto

Se volessi definire – ogni definizione soffre l’errore dell’ambiguità – Il generale inverno di Gabriella Grasso (ed. Il Convivio) direi che i componimenti che ne danno vita sono elegie. L’elegia è la tonalità dell’assenza, della separazione dall’oggetto del desiderio – penso a Zanzotto – e in essa si ritrova il contatto struggente con la lontananza. Nel Generale inverno l’elegia è invocazione in absentia, appunto. Attraverso le armi della parola la poetessa intona un desiderio di unità. La vicenda o l’avventura della ricomposizione – separazione e, chiamiamola, palingenesi – avviene prevalentemente in uno spazio tutt’altro che urbano e industriale, ma naturalistico e simbolico. L’elegia quindi si converte in idillio, e l’idillio, come scrive Julian Barnes a proposito della relazione tra Dmitri Shostakovich e Tanya, inizia dove l’amore si è spezzato.

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Giacca

Tolse subito una giacca dalla seggiola e la sollevò un istante con ambo le mani come per sottoporla al giudizio dei custodi. Questi scossero la testa: «Ci vuole una giacca nera». K. buttò allora la giacca per terra e, senza sapere nemmeno lui in quale senso, disse: «Non sarà ancora il dibattimento». I custodi sorrisero, ma insistettero nel loro: «Ci vuole una giacca nera».

(Franz Kafka, Il processo, 1925)

A proposito di Maneskin

A proposito dei Maneskin. Qualcuno afferma non sia true rock. Forse il leader dei Maneskin ha mai dichiarato di essere un vero (o falso) cantante rock? I’m a rock singer, eventualmente. Applaudire o non applaudire, questo è il problema. Se fossimo in presenza di una vera rock band, questa eseguirebbe cover nei pub di provincia, tra un vasetto di patatine fritte e una birra artigianale. Quindi archiviamo la domanda, poiché i fatti, per ora, raccontano di una nuova rock band nel panorama della musica internazionale.

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Corpo

Il Guarnotta seguiva col corpo ciondolante l’andatura dell’asinella, come se camminasse anche lui; e per poco veramente le gambe, coi piedi fuori delle staffe, non gli strisciavano sulla polvere dello stradone.

(da Luigi Pirandello, La Cattura, 1918)

La cattura, Pirandello

Un signore avvilito, stanco, porta per anni il lutto della morte del figlio. Trascorre le giornate in campagna, viaggia cavalcando un’asinella, si è risposato. Un giorno i banditi lo fermano per strada e lo sequestrano pensando di poter ottenere un buon riscatto. Invece nessuno si cura della scomparsa del Guarnotta, così si chiama il signore, al punto che i banditi sono in dubbio se ucciderlo oppure lasciarlo libero. Nel frattempo il Guarnotta, condotto in una grotta di montagna, ha riconosciuto l’identità dei sequestratori. Per i banditi il rilascio è troppo pericoloso. Temono la denuncia ma d’altra parte non vogliono sporcarsi inutilmente le mani di sangue. Decidono dunque di mantenere in vita l’uomo, sotto stretta vigilanza, finché non sarebbe morto di morte naturale. Il Guarnotta, a cui è negata la libertà, riscopre un’altra esistenza: legge, filosofeggia sulla luna e gli astri, conosce le famiglie dei banditi, diventa come un nonno con i bambini, un santo. I carnefici sono le vittime e la vittima è carnefice. Questa la trama del racconto La cattura di Luigi Pirandello.

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COME NON SI SCRIVE UN LIBRO SU DOSTOEVSKI

di Marco Trainito

Una premessa doverosa a questa nota fortemente critica sul libro di Paolo Nori “Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij” (Mondadori 2021), è che l’autore è uno che sa benissimo di cosa parla, essendo un esperto di letteratura russa, nonché un traduttore di classici russi (Puškin, Gogol’, Turgenev, Tolstoj, Cechov, Gončarov e lo stesso Dostoevskij). Questo vuol dire che sull’argomento del suo libro Nori ha dimenticato più di quanto siano in grado di ricordare quasi tutti i suoi lettori, e quindi ha le carte in regola per scrivere una biografia romanzata memorabile su Dostoevskij.

Cosa c’è, dunque, che non va in un libro che sa farsi apprezzare soprattutto per la mole di informazioni che fornisce non solo su Dostoevskij ma anche su una folla di scrittori e critici soprattutto russi che in vario modo hanno avuto a che fare con Dostoevskij?

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Il mestiere del professore

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(non tutto si fa per soldi)

Si fa tutto in solitudine, e questo fare significa pensare decidere e agire. Molti credono che i professori siano uniti tra loro e perseguano il medesimo scopo. Sulla carta siamo docenti con medesime finalità eccetera eccetera, e invece non tutti i docenti sono docenti, anzi direi che nessun docente è docente, come nessuno avvocato è avvocato. Ovvio, direi. Ogni docente è un nome e un cognome senza titolo sulla coscienza e sull’altare della felicità. E si porta addosso il proprio essere al mondo come ogni altro mestiere. Il mestiere del professore si esercita nella ricerca di comunità: guidare una comunità d’apprendimento – gli studenti – ; condividere con i colleghi le stesse problematiche di gestione e organizzazione del piano didattico. Ma, nei fatti, tra docente e studenti, c’è sempre un flusso di energia a senso gettante dalla cattedra alla finestra. E tra colleghi c’è il piacere della degradazione o lamentatio non petita: il sentimento profondo e nascosto della colpa di percepire uno stipendio statale. Sì, il docente italiano si sente in colpa per il solo fatto di essere pagato per svolgere un compito di cui non si sente mai all’altezza (bisognerebbe approfondire il perché si senta spesso “rifiutato da se stesso” dalle proprie stesse azioni). È bizzarro, stranissimo. Non c’è mai soddisfazione nei volti dei professori: se le vacanze sono alle porte oppure salta inaspettatamente un giorno di scuola, si affollano in chat le faccine sorridenti e felici – sì, felici poiché non si entra in classe. È questa una verità, la media di tutte le singole verità di cui ciascun prof (abbreviamolo, finalmente, se lo merita essere dimezzato come il famoso Visconte colpito dalla palla di cannone!) è testimonianza vivente.

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Andrea Zanzotto, qualche idea

Dov’è il paesaggio? A questa domanda Zanzotto risponde da poeta. Traccia col linguaggio una fisionomia il paesaggio partendo da assunti Leopardiani. La natura viene ‘affatturata’ dall’immaginazione, dalle finzioni. Caduta la finzione, cade il paesaggio, e rimane il nulla, la luna pallida e indifferente ai casi umani. In Zanzotto però l’umano ha oltrepassato il confine, e il paesaggio non è più solo natura. E inoltre, le esperienze estreme della guerra mondiale hanno spostato lo sguardo da un punto di vista ingenuo e romantico a quello postmoderno.

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Il mestiere del professore

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(Appunti)

in Pavese, in Lavorare Stanca, p. 51. Il verso è tanto lungo, con tre ictus principali, che non basta una riga di quaderno per trascriverlo, se non usando una grafia piccola e soprattutto stretta. Faceva prosa ritmata, anche se il metro doppio è preciso. Dentro la città ci sono i “lumi”, fuori i “prati”, il “treno”, i “fanali” della strada. Vetrine specchianti, persone che passano e non si guardano in faccia. Le muraglie, i balconi, gli occhi distratti da colori e voglie, gaiezze di giovani, vie tra le luci…

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