Il mestiere del professore (25)

(sulla retorica)

Che si entra in classe e non sai precisamente da che punto ripartire, poi cerchi sul tuo quaderno a copertina celeste, ritrovi un appunto, la parola spiegata, due versi sezionati in metrica e ricordi la terra d’approdo. Sai che allontanarsi dalla riva, oggi, sarà pericoloso per i fortunali. Rimarrete in spiaggia a sondare l’orizzonte, se arriva tempesta oppure le nuvole sospese siano benigne.

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Il mestiere del professore (24)

(Un sordo in cattedra)

Anche stamattina è prestissimo. Un pensiero intorno alla musica tedesca: se togliamo Beethoven e ancora prima Bach, cosa rimane della scienza musicale? La musica.

La scienza della musica non ascolta, studia e legge. Beethoven era sordo. L’ossessione della forma, che era l’ossessione di Ludwig, ha sfornato l’inaudibile, quell’inaudibile che siede in cattedra e insegna l’artificio artistico.

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Il mestiere del professore (23)

Approfittando del sonno ad orologeria – è necessità fisiologica dopo cinque ore contate svegliarmi, d’una fisiologia di cui non ho ancora inteso lo scopo – la sveglia è mattutina e al cancello di scuola mi trovo ancor prima che venga aperto dal bidello di turno. Così ad organizzare le idee ci penso in sala docenti – quest’anno, tra succursale e centrale, in succursale è una saletta con veduta in cielo e sui tetti, il sole ancora d’arancia vernicia il sesto piano d’un palazzetto, e le terrazze sono immaginari gradoni, tra edifici, come se Wonderwoman potesse girare per la città saltando di tetto in tetto.

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Il mestiere del professore (22)

(congiuntivo esortativo)

C’è questa professoressa (La Martina Federica, residente in provincia, anni trentadue, tre mesi di supplenza, laura in scienze naturali, tesi sul comportamento dei cetacei in ambiente mediterraneo, dottorato di ricerca sul passaggio artico delle balene grigie, indossa una maglietta con la faccia di Bach con occhiali da sole a specchio), è sotto la porta e da lì alza il tono di voce raschiando la gola: lavagna elettronica accesa, uno studente seduto in cattedra. «È una tragedia spostare forzatamente un insetto da un ecosistema all’altro, spezza equilibri di millenni, si provocano traumi e non ci sono psicanalisti per guarire la malattia». Tutte cose inutili, aggiunge il preside in corridoio: stia alla cattedra, invece. La passione è una messa in scena: conquistano l’entusiasmo, ma poi ci si riduce con le pezze al culo: gli studenti, istinto da correggere. Lei supplente così dinamica: imponga la routine, non permetta il sentimentalismo: disponga gerarchie, misure precise, contro l’ottusità adolescenziale; eserciti l’autorità. Imponga obbedienza senza esasperare i buoni propositi. Ci sia un regime giornaliero e incondizionato, si renda utile imponendo forme e regole come gabbie. Sia uno schedario la scuola, strutture di doveri, perseveranza, ripetizione, automazione: disponga della naturale propensione al conformismo per esaltare il gruppo: diffonda l’intollerante cultura dell’uguaglianza! E questo vorremmo: sentirci normali, al posto giusto, e il posto giusto è quello in cui il bene e il male sono gesti precisi, premi e condanne certe, comportamenti e parole ripulite dai fronzoli paternalistici. Se abbandoniamo la gioventù al relativismo, non si libereranno dei vizi. Il festival della cultura educa disadattati. Gli studenti non hanno una sola testa, ma mille teste, che noi dobbiamo ridurre all’unisono. Sono fasci di nervi e muscoli, estasi in stimolo, temperatura ardente. È gente che può vantarsi di possedere solo carne, sudore, palpitazioni, spaventi, erezioni, solletichi inguinali. E lei vorrebbe farli pensare? Ci pensano gli altri, il mondo, il grande ragioniere dell’esistenza, il danaro, a fornire ciò che l’insegnamento non sarà mai in grado di fare: la vertigine della vita. Ciò che si fa qui è educazione al pensiero automatizzato, come giocatori di tennis: gli influencer, porcodemonio! dobbiamo usare i metodi delle reclame: stordire con la ripetizione quotidiana: lei sa bene cosa attrae l’ottusità? Non sono le tette e i culi, quelle cose qui dentro non hanno molta presa: l’unica cosa da cui dipende la serenità o l’inquietudine notturna di un adolescente è il voto. Il voto e le note sul registro: la bocciatura o la promozione. Dato un sistema ripetitivo, il ragazzo, dopo aver ripetuto (e lei corretto giornalmente) esercizi per duecento giorni l’anno; dato un sistema che aguzza competenze nella costante minaccia terribile della valutazione, una valutazione distribuita a colpi di bastone sulla schiena e fascette di carote per riprendere fiato: solo qualora lei sarà in grato di dimostrare all’Istituzione di aver perseguito obiettivi formativi infallibili adoperando gli strumenti del castigo e dell’esercizio, solo allora avrà in me un alleato, solo allora avrà il diritto di bocciare o promuovere un solo studente, senza alcuna esitazione. Promozione certa, bocciatura sicura. Esercizio acuto e preciso, aderenza degli obiettivi, invariabilità delle competenze, gesti mentali definiti, acritici, numerici, iconici.

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Il mestiere del professore (21)

(intorno a whatsup)

Di queste mascherine bavagli da banditi fuggiaschi sono stanco. Il piacere – che dico! – l’umanità dell’espressione ricama solitari alter ego. Sei più in là, dietro il volto.

E poi nelle videoconferenze entro nelle case, e spio i dettagli del ritaglio d’obbiettivo, da cui definisco tante cose d’un volto bendato dalla burocrazia della malattia pandemica. Decade a poco a poco la virulenza, coi numeri da un mese insperati. Che ritorneremo a spiarci negli occhi e immaginare gli interni delle case?

Adesso, che sono cento anni dalla morte del poeta Zanzotto, riprendo il suo volume e le parole inaspettate ballano la musica disarticolata dello spazio bianco, sgomitano i significati, ad oltranza. E penso che non lo capirò mai, come l’amica della zia del poeta. Davvero, perché forse non c’è da capire nulla e leggerlo bisogna come si legge o si guarda un quadro. Senza inizio o fine, come parole oggetto.

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Il mestiere del professore (20)

(note bianche)

Graham Green nel romanzo The confidential agent, tradotto in italiano col titolo Missione confidenziale, ad un certo punto della storia ha la necessità di far incontrare il protagonista con quelle persone potenti e ricche da cui dovrebbe acquistare del carbone per conto dei ribelli di una non meglio precisata regione del mondo. Considerando che il romanzo è del 1939, niente toglie che la guerra civile a cui si fa riferimento sia proprio quella spagnola. Lo scrittore per descrivere la stanza in cui avviene l’incontro, la stanza del potere, si inventa uno spazio dalla cui descrizione il lettore dovrebbe ricevere un’idea di ricchezza, potenza e superiorità. La stanza quindi è immensa col pavimento in legno, i muri sono tappezzati di ritratti, il caminetto è acceso e le poltrone intorno ad esso, le due poltrone, hanno uno schienale così alto da nascondere all’osservatore chi ci sia seduto. Commenta allora Green: D. avanzò, con una certa precauzione. La stanza avrebbe fatto tutt’altro effetto, pensava D., su qualcun altro. Era concepita per far sentire al visitatore il peso della manica sfilacciata, dell’esser male in arnese, dell’insicurezza, però lui era senz’altro nato privo del senso dello snobismo.

Alle poltrone dal lungo schienale si contrappone la sedia su cui siede D. (Brigstock svolazzò attorno alla scrivania e tirò fuori una seggiola). Il potere è avvolto dalla stabilità dei privilegi; invece a chi viene a trattare col potere si concede una seggiola volante, precaria, instabile.

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Il mestiere del professore (19)

(biblioteche scolastiche)

Non lo so, perché al tempo non c’ero. Ma tutto questo fa pensare alla storia che va avanti, travolgendo pietre e campagne, e tutto cambia, e non è vero che le cose rimangano così come sono. Entro nella biblioteca scolastica e, come tante altre biblioteche scolastiche, trovo un ambiente ricco di libri, volumi pregiati, testi specialistici di storia e filosofia, edizioni fuori commercio, anche rare, volumi di sociologia, storia, oltreché i soliti classici italiani e stranieri, copie in lingua originale, saggi di critica, Fubini e company.

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Il mestiere del professore (18)

(La cagnolina Bibì entra a scuola)

Uno degli ultimi capitoli di Uno, nessuno e centomila, Pirandello ovviamente. Il paragrafo s’intitola Il Dio di dentro e il Dio di fuori. Che sarebbe come dire: le forme visibili e invisibili del sentimento religioso. L’andamento rapsodico del romanzo raccoglie un ampio repertorio d’immagini e riflessioni sulle forme dell’io che si rivela molteplice quanto le sue rappresentazioni. Nel finale Vitaliano Moscarda rinuncia anche al proprio nome, per vivere fuori dalle costruzioni umane, lontano dalla città, in un ospizio di campagna, in un luogo amenissimo. Osserva il paesaggio e vi si immerge per ciò che di indefinito e vago suggerisce: all’alba, quando le cose appena si scoprono […] Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

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Il mestiere del professore (17)

(sul nulla e gli animali domestici)

Leggere Pirandello fa senso: lambiccarsi per cercare l’identità e scoprirne nessuna o mille, è un fatto universale senza scadenza. L’accanimento per una definizione ultima a tutti i casi dell’esistenza (e non riuscirvi) è stata forse una peculiarità della sua epoca, quando la società borghese vestiva un abito impeccabile di retorica e il discorso pubblico non ammetteva dubbi sulla sincerità dell’uomo perbene: le ombre e l’immoralità appartenevano alla povertà e al bisogno. Il ceto dominante si auto-definiva, e Pirandello lo smascherava.

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Il mestiere del professore (16)

(ancora sul fare i compiti)

Il punto, viene obiettato, è quale modello imitare. Anche lo studente più distratto e ribelle concorda sulla necessità di svolgere esercizi intesi come un’attività d’imitazione di alcuni modelli culturali. Ma quali modelli? E qui l’annosa questione intorno al programma scolastico: Manzoni sì Manzoni no, lo studio del latino, le scelte antologiche.

E su questo, accordandoci che l’ingegno sia assuefazione, sono tante le dispute, sui giornali o per i corridoi, che terminano là dove comincia la libertà d’insegnamento. Se l’ingegno è assuefazione, la cultura è una costruzione artificiale. Per citare Pirandello l’uomo piglia a materia se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. E la costruzione dura finché non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento della nostra volontà.

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