Il salto del cavallo

25 dicembre 2020

Mi sono imbattuto in questi giorni in un racconto di Massimo Bontempelli, scritto nel 1940, dal titolo le Ali dell’Ippogrifo. Ruggiero, famoso paladino già nel Orlando furioso, cavalca l’Ippogrifo, o meglio è l’Ippogrifo, quadrupede augello con testa e ali d’aquila, che trasporta Ruggiero nelle superne sfere celesti. Ruggiero trasportato in cielo a piacere dell’Ippogrifo osserva dall’alto le terre emerse e l’oceano, finché non scorge un’isola. Parla col cavallo alato, pregandolo di terminare il volo sull’isola, che sembrerebbe abitata e anche ospitale. Allora l’Ippogrifo inizialmente fa di testa sua, cioè passa oltre, poi, soggiogato dalle carezze e dalle parole del padrone, volteggiando si abbassa di quota, raggiunge la terra. Ed ecco che gli abitanti non sono per nulla meravigliati nel vedere un animale volante, tanto sono impegnati nelle loro ripetitive faccende quotidiane. Solo una persona, solo una donna, strappa un ramo frondoso da una pianta, e incomincia a fare segni, e saluta da lontano. 

Questa donna dimenticherà le abitudini dell’isola, si legherà affettivamente a Ruggiero, e insieme cavalcheranno per le vie del cielo, finché una notte, l’uomo, volendo ritornare in patria, monta sull’Ippogrifo e abbandona la donna, la quale, esclusa dalla comunità in cui vive, deve fare i conti da sola col frutto dell’amore.

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La rovina dell’amore, su Petrarca e Franco Arminio

16 settembre 2020

Francesco Petrarca si stringe nel ricordo di Laura, quand’anche la donna sia lontanissima e pure non più giovane. Il tempo fugge, e raspa l’avvenenza. Ma il poeta s’avvolge nell’immagine di quella Laura che aveva acceso l’incendio della passione. Il sonetto XC del Canzoniere è dedicato alla rovina della bellezza (così scrive Santagata nel suo L’amoroso pensiero), presentimento dell’inverno dell’età morta. Un sonetto sulla fine, che è invece celebrazione della bellezza divina: aura e lauro, natura, paesaggio, campagna, dolci e fresche acque, e azzurra vibrazione luminosa.

Quindi: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/ che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,/ e ‘l vago lume oltra misura ardea/ di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi … (I biondi capelli erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille dolci nodi, e ben oltre le umane qualità sfolgorava la luce scintillante di quegli occhi, che ora ne sono così poveri …). Laura è luce, vento, sole, amoroso raggio. Notte e pioggia scende e cade di contro alla solitudine, quando sconforto e rifiuto congela il cuore di Petrarca.

Franco Arminio sembrerebbe che costruisca visioni poetiche assommando ombra e luce. Rovina della carne e luce dell’estasi che lavorano sull’assolato mistero della bellezza. Rovina ed eternità amorosa, registrati con sensibilità contemporanea. Un ritrarsi e credere alla folgore. Scrive: Ora che non posso vederti/ mi piace immaginarti mentre guardi/ una vacca, un cane, un cardo./ Non so se lo ricordi/ il ramo storto dei miei sguardi. Come gran parte della tradizione lirica d’amore, pure classica, di ogni tempo, l’amore ha bisogno di rivelarsi in continuità con la natura, le leggi misteriose della vita. Anzi, toccando la natura il sentimento (passione e comunità) trova la Bella d’erbe famiglia e d’animali. Il ricordo dell’amata si rinforza accanto a un cardo, un cane, una vacca. Cose alte, altissime, e cose basse, di poco conto e impoetiche: la vacca e il cardo. La bellezza del sentimento e la rovina verso il basso, il ramo storto. L’aura che è Laura.

Ma a differenza dei tempi di Petrarca e Foscolo, non c’è natura oggi che non sia lontana da noi, qualora occidentali inurbati al novanta per cento. L’amore, che nell’artifizio intelligente e utilitaristico della città è fatto di carne, giuramenti sottoscritti e festeggiamenti, ha bisogno, per essere posseduto nell’espressione linguistica e poetica, di succhiare luce da un ramo storto, la cui incongruenza per noi è miracolosa, dai fiordi e dal grano, ma il grano il fiordo e il ramo storto non cambiano natura, a differenza del lauro e dell’aura. C’è una separazione tra noi e loro, gli extra umani.

E quindi: Non me lo scordo/ il tuo sesso profondo/come un fiordo. (da Cedi la strada agli alberi)

Separazione (noi e la natura) e mistero. La carne, chiamata per nome e cognome, e la natura così com’è. In mezzo, il legame sentimentale, il salto dell’immaginazione: la luce, che non è persona, ma stato di grazia.


La scuola che stanca

12 settembre 2020

Thomas Bernhard e Peter Handke potrebbero avere più cose in comune, ma almeno due sono certe. Entrambi austriaci, tutt’e due poi non sono teneri nei confronti delle istituzioni culturali del loro paese. In Bernhard si leggono parole incendiarie verso la scuola. In Estinzione lo zio Georg confida al nipote che in Austria ho l’impressione, quando sono in treno, che nello scompartimento siedano solo titoli di professore e di dottore, non persone, che per le strade camminino solo orde di diplomi, non giovani, solo consiglieri di corte, non vecchi. Come mio padre aveva fatto con il diploma di licenza della scuola professionale per i lavoratori del legno, anche mio fratello aveva appeso alla parete sopra la sua scrivania il diploma di licenza della scuola forestale di Gmunden, in una spessa cornice, come se si trattasse di pale d’altare. la conclusione di quelle loro scuola, senza dubbio necessarie ma in tutto e per tutto ridicole, la sentivano come il culmine della loro vita. Tutto il mondo soffre della malattia dei diplomi e dei titoli, che rende impossibile una vita naturale. Ma nei paesi latini non si sono ancora raggiunte in questo campo, assolutamente, le estreme, deprimenti condizioni austriache e tedesche, diceva mio zio Georg (trad. Lavagetto).

La sensazione o la condizione di stanchezza per il premio nobel Peter Handke ci mette dinanzi ad un bivio che conduce in luoghi fertili e luminosi oppure territori incolti e inospitali. La scuola, naturalmente, rientra tra le esperienze più deprimenti. La stanchezza nelle aule con il passare delle ore mi faceva anzi al contrario diventare riottoso o arrabbiato. Era in genere meno l’aria viziata e lo stare stipati degli studenti a centinaia, quanto piuttosto la non partecipazione degli insegnanti alla materia che pure avrebbe dovuto essere loro. Mai più ho visto gente così inerte (trad. Picco). L’esperienza scolastica svilisce la vitalità dello studente.

A sentire parlar male della scuola, si finisce per crederci. Chiunque sia stato studente, ha avuto tra i tanti suoi insegnanti, due tre che esprimevano inerzia o apatia. E seppure da punti di osservazione e contesti culturali diversi, denigrare l’insegnamento è uno sport che viene bene a tutti. È divertente, vendicativo e innocuo, ma non fa bene alla professione. Ricordo un passo di Cicerone tratto dalle Tusculanae Disputationes (I,4). L’oratore difende la filosofia e il valore della cultura (a quei tempi prevalentemente in lingua greca) dal disprezzo che godevano presso le famiglie più aristocratiche di Roma. Non la poesia o la filosofia, ma i valori tradizionali formavano il giovane romano, futuro soldato e pater familias. I Catoni contro gli Scipioni. Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum latinarum […] Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacent ea semper quae apud quosque improbantur (La filosofia fino ad oggi è stata trascurata né ha mai ricevuto alcun lume dalla letteratura latina. Il prestigio è l’alimento delle arti, ed è il desiderio di gloria che spinge a praticarle, mentre sono abbandonate le attività in discredito presso le varie genti).


Istanbul

7 febbraio 2021

L’odore del mare imbratta quello acre delle olive condite, la verdura e i merluzzi nel ghiaccio; un effluvio che avvolge la pescheria. Chi passa vede anguille, teste di pesci con le spade, tacchini appesi al chiodo, crostacei che alzano le chele rosa come nuvole al tramonto. Il sole scalda le voci. Carla suda, l’aria la stordisce. La valigia zoppica nel selciato. La ragazza raggiunge l’ostello. In stanza si guarda allo specchio, indossa qualcosa di fresco, un po’ di matita nera, e ritorna per strada. 

Le case appiccicate come per un bacio, le porte sbarrate, i panni stesi, le grida dei bambini. La chiesa della Santissima Immacolata sopra una gradinata. I palazzi fanno ombra e nascondono chiostri, cortili, il verde dei rampicanti, le palme ingiallite, fontane di marmo. Poi Carla va in Corso Vittorio Emanuele, segue un’insegna turistica fino ad un portone: dentro si spalanca un teatro di pietra. Seduta sui gradini allunga le gambe. Rimane così, sui resti archeologici, sotto balconi delle case, la biancheria stesa al sole, il rumore delle pentole, l’odore delle cucine. Tutto questo piove sopra il teatro, che è un miracolo dentro la città. 

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Carlotta

7 febbraio 2021

Si è fatta quaranta minuti di macchina perché la testa faceva male se non lo incontrava, e non ingoiava nulla che non fosse un Chinotto oppure bruschette condite col pomodoro, aglio e olio piccante. Le brillavano gli occhi quando ha letto sul display il messaggio di Giulio. 

Carlotta non si accorge di correre a centoquaranta. All’uscita del casello riacquista la calma, paga il pedaggio con una carta da cinquanta. Prova a non pensare come sarà. Si può sempre salvare qualcosa. Trilla il telefonino. Giulio spiega la strada, lei non capisce, s’aggrappa al nome di una piazza e sa che deve andare fin laggiù. Comunque, non sarà quello il problema. Con un filo di acceleratore raggiunge il porto, e riconosce Giulio in pantaloncini e infradito; lei accosta, abbassa il finestrino.

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Analgesico

7 febbraio 2021

Il cielo è coperto dalle nuvole. Ricomincia a piovigginare. I lampioni ricurvi. Il palazzo è come tanti da queste parti, senza intonaco, coi mattoni rossi. Il tubo di grondaia nascosto dall’edera rampicante. Erika ha i capelli neri fino alle spalle. Sul pavimento ci sono vestiti e libri e cose d’ogni giorno. A piedi nudi osserva le ossa del torace, le clavicole ben rilevate, il biancore lattescente, le braccia magre. Morde la polpa di una mela, copre il sesso col lenzuolo. Erika non è più uscita di casa. Si stende sul pavimento e poggia la schiena fino a sentirne le vertebre. Esegue esercizi di respirazione, gonfia la pancia.

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Modena

6 febbraio 2021

Mimmo è sulla cinquantina. È fatto di distensivi chimici. La moglie è andata via di casa. Lui, neanche dorme. Cammina tutto il giorno. Pensa ad Ada. Mostra agli sconosciuti la foto tessera. «La conosci? Guarda quant’è bella! Non è bella? La conosci?». Da quando è andata via, sono trascorsi un po’ d’anni, si è innamorato di un’altra già maritata. Se l’è messa in casa, addirittura. A lei, e al marito pure, che lavora tutto il giorno nei cantieri. «Anna, sei la mia luce» le dice. Glielo ripete quando stanno soli. Non è geloso, anzi. Qualche volta chiede un bacio. Quando le chiede un bacio strizza gli occhi e rimane col naso stretto.

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Cinque febbraio

6 febbraio 2021

Avanzavamo. Una distesa di sabbia. Il cielo era una lastra rovente. La terra sconfinata. Avevamo lasciato la base. Lì si stava bene, c’era l’acqua, l’abitudine della pace. Dopo l’ultima battaglia non sapevamo dove si fossero nascosti, forse verso Karàt. Dentro il camion stringevamo il mitra. L’aria tremolava. Ci vollero due ore per avvicinarci alle alture. Un carro arabo di fabbricazione sovietica inclinato su un lato. Uno di noi scende. Salta giù e corre a schiena bassa puntando il mitragliatore a destra e a sinistra. Un giro intorno al carro nemico. Il sergente richiedeva via radio l’appoggio di un elicottero. Non ce ne sarebbe stato bisogno, ma era come se avesse fiutato qualcosa. Il soldato sale sopra il carro e forza la botola. Fuoriusciva fumo. Diceva che dentro erano tutti carbonizzati. E mentre sta là sopra e fa segno che sono tutti morti, sibila un colpo di fucile. I soldati come serpenti si riparano dove possono. Un altro sparo. Cominciamo a tirare bestemmie. Raggiungo il sodato a terra, lo libero dal casco blu. Trema lui. Ho provato a farmi il segno della croce.

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Poker

5 febbraio 2021

C’è una nube di nicotina intorno al tavolo da gioco. Lui mischia le carte, mamma prepara la crostata con la marmellata di albicocche su cui ha accomodati cinquecento grammi di ciliege fresche senza nocciolo e un bicchierino di rum. Io invece sono stesa sul letto. Fisso il soffitto rischiarato dall’abat-jour, stringo al petto un morbido peluche a forma di giraffa arancione. Mi sono occupata delle decorazioni natalizie, ho avvolto intorno all’albero una collana di luci; ho tirato fuori dallo scatolone anche le palline argentate e gli angioletti di porcellana. La casa è ora addobbata con lombrichi luccicanti. Ho vuotato anche un paio di barattoli, avvolto le scatole con carta da regalo, ho sistemato le confezioni ai piedi dell’albero, ben infiocchettati con ciuffetti di nastro decorativo. Ma tutto questo non mi è bastato per distrarmi. 

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Affetti collaterali

3 febbraio 2021

Da quando tutti se ne sono andati, l’appartamento è buio. 

Nicola trascorre il tempo avvolto dal lenzuolo. Gli effetti collaterali nel caso di dosaggio corretto sono il rallentamento psicomotorio, calo di concentrazione e tempi di reazione. Raramente si sposta nelle altre stanze dove non filtra la luce. La dipendenza farmacologica provoca sbalzi d’umore. La cucina è un castello di piatti dentro il lavabo. Per cucinare si serve di una pignatta e di una graticola. Odore d’acido. Solo Brahms fa le pulizie di casa. Uno degli effetti collaterali dell’assunzione cronica di benzodiazepine è un globale stato di abulia, apatia e anedonia. La stanza di Nicola è un ammasso di libri dappertutto: pavimento e scrivania e libreria. Il gatto si diverte a graffiare le pagine dei filosofi idealisti. Il pc è sintonizzato su una stazione di musica ambient californiana. Per il resto mensilmente Nicola riceve un sms dalla Banca di Credito che lo informa del versamento effettuato. Sono trascorsi due mesi, e la sorella vegeta su un letto d’ospedale. Col corpo alla vita ci sta attaccata coi tubi.

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Nota di lettura sul romanzo “Le ripetizioni”

25 gennaio 2021

La padrona di casa fa accomodare il tecnico in salone: quando arriva lui, il tecnico, il tecnico non è mai un tecnico qualsiasi ma un misterioso tecnico che possiede abilità rare, anche invidiate, di sicuro preziose; il tecnico non ha un qualsiasi talento manuale, un mestiere come altri, ma il suo mestiere ha fama di trascendere il funzionamento meccanico delle cose di questo mondo, e attinge alle sfere intangibili e incommensurabili della sensibilità umana, questo tecnico è esperto nel penetrare la natura segreta delle cose, come quei medici metafisici che operano il corpo del paziente e sanno di curarne anche l’anima.

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Un po’ di qualcosa

5 gennaio 2021

In ufficio alle diciotto stacca tutto, qualunque cosa, e ritorna a casa con la MG acquistata a rate: una dozzina di mensilità addebitate sul conto corrente. A Selma piace accelerare lungo la tangenziale. Con la mano destra stringe il cambio. C’è una curva a gomito e ogni volta che l’oltrepassa pensa che quella lì è proprio una curva stronza. È stronza perché la morte è in agguato. A lei piace la sfida: accelera e sente che la macchina  potrebbe sfuggirle, buttarsi dall’altra parte e volare. La strada è sopraelevata, da lassù si apre una vista sui tetti della città: i grandi palazzi e le terrazze coi panni stesi. Grande è Catania, un mare di case. Si vede anche Ognina e la scogliera. Ma è sempre troppo tardi per starci a pensare. 

Da qualche giorno ha cambiato pettinatura. Prima i capelli erano corvini, adesso hanno acquistato dei riflessi rossastri. Dal parrucchiere va una volta a settimana, preferisce il venerdì pomeriggio, dopo pranzo. Abita con la madre e tutt’e due si fanno compagnia.

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Lunedì mattina

4 gennaio 2021

Dario in macchina, la radio accesa, le luci rosse d’arresto, in colonna. Piove e il vapore sale dal muso dell’auto. I vetri appannati limitano la visuale, i tergicristalli scandiscono la monotonia di questo lunedì mattina. Sono le otto e trenta, ma è come fosse d’inverno. Mattina bagnata. Ogni metro più avanti sbircia dentro l’abitacolo degli altri, cerca gli altri. Se riconosce gli il volto. E prova imbarazzo.

Gli occhi degli estranei non ti devono fissare.

Gli occhi degli altri non esistono finché non ti guardano.

Qualche altro metro in più, e uno con l’ombrello corre saltando una pozzanghera. Impermeabile scuro. La sigaretta accesa. Uscire dalla pioggia e bagnarsi, scolarsi, trovare riparo sotto un albero.  L’acqua scende giù come un peso leggero, non puoi muoverti, piove fitto col vapore del rombo del motore e le luci rosse e i fari nell’alba delle otto del mattino. 

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