La campagna invisibile, su Pascoli.

Quanto segue sono ipotesi, nulla di definitivo. Forse cose risapute, non ho cercato conferme; forse è tutta una personale allucinazione. Non saprei se in assoluto Pascoli sia sempre stato così avverso alla vita cittadina. Nei suoi versi non è rara la contrapposizione tra la voce della città e quella della campagna. La presenza di una voce presuppone un dialogo oppure un monologo. Ecco, in campagna avviene un dialogo strano; in città invece monologhi o, eventualmente, ci si scambiano informazioni a distanza, usando il telegrafo. La città è univoca, sorda, la campagna invece crea corrispondenze. I fili tremuli di rame, le rote ferree, le querule campane (in Solitudine, da Myricae), sono un repertorio di suoni cittadini o comunque una modernità caotica. La natura è una patria, la città un’avventura senza ritorno.

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Le trite parole di Saba

Una delle ultime raccolte di Saba, Mediterranee, esplicita coerentemente cosa significhi essere poeta: dire la verità, essere onesto, usare parole semplicissime nel raccontare la complessità. Scrivere versi significa svelare, nominare pubblicamente e con coraggio il desiderio. Allora la storia più difficile da raccontare è quella che si dispiega sotto l’ombra di parole “trite” come amore, fiore, dolore, cuore. Parole che i poeti eviterebbero come fossero, in assenza di ispirazione, un porto franco, luogo della commozione. La poetica della semplicità di Saba invece fa in modo che le cose nominate – il desiderio e l’oggetto del desiderio – siano proprio quelle, senza simboli. E così nel denudarsi si impone un pudore, una paura, un freno o un’astuzia formale che tiene discosto il dilemma decisivo.

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alla Guido Gozzano

Non sono uno studioso di Gozzano, il poeta dell’Amica di nonna Speranza. Non so farne un discorso critico. Quello che scrivo lo scrivo per moto di commozione. Le poesie di Gozzano – poeta da me amato – hanno il tono pentito dell’esteta per sbaglio, un esteta al contrario, quello della non esibizione, che fa poesia alla Leopardi, ricordando i ricordi, senza azione.

Guido ha memoria di qualcosa che non ha mai vissuto: vita sentimentale e romantica. Il suo mondo interiore nasce coi quadri, le stampe, gli oggettini d’arte, poesia e letteratura. Uno di noi, insomma, che conosce attraverso specchi e rappresentazioni. Uno che ha capito dove la natura lo porta –  una semplicità ammazzata dalla macchina. Memoria di un Ottocento da salotto bonario e basico, la borghesia che legge i romanzi del D’Azeglio sul comò, l’epoca del sentimento ingenuo e della musica: poesia di un facsimile. Gozzano ama ciò che non è, e favoleggia alla vista delle rovine delle ville abbandonate, dentro case di signore garibaldine e nipoti vergini.

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Ovidio a Vienna

Nota di ascolto della Sinfonia in re maggiore La caduta di Fetonte (Der Sturz Phaëtons) di Carl von Dittersdorf

Le citazioni latine dalle Metamorfosi di Ovidio ad inizio di ciascun movimento musicale sono la cornice narrativa della Sinfonia Der Sturz Phaëtons di Carl von Dittersdorf (Vienna, 1739 – Deštná, 1799). Ma questa non interpreta alla lettera il racconto. La scrittura poetica è ricca di ekfrasis, descrizioni astronomiche e geografiche secondo la modalità del catalogo: terre fiumi montagne sono sconvolti dal passaggio ravvicinato del sole – in Ovidio prende forma anche il tema della catastrofe. E il compositore austriaco cerca una soluzione musicale. Tralascia il tema della catastrofe, quello dello stravolgimento dell’ordine cosmico, e sviluppa musicalmente un altro motivo ovidiano, quello della contrapposizione tra leggerezza e gravità (lenis – gravis): la leggerezza del volo, la sospensione e l’incertezza: la gravità e la caduta.

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Lo scandalo di una risata

Dal greco scandalo (σκάνδαλον) significa ‘insidia’. ‘Turbamento della coscienza e della sensibilità altrui, provocato da atti, comportamenti o discorsi contrari ai principi correnti di moralità, di pudore, di giustizia, ecc.’.

Quando la storia di un individuo si scontra con la storia della propria comunità fatta di leggi scritte o convenzionalmente condivise, nasce lo scandalo: è messa in pericolo la sopravvivenza di una idea di normalità e perfezione sociale.

I racconti di Kafka, Il Processo, per esempio, rappresentano l’insinuarsi di una norma preventiva che sottrae allo scandalo spazio tempo parola, fino alla soppressione.

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To the lighthouse, Virginia Woolf 

di Agata Pappalardo

Nel 1925 Virginia Woolf afferma molto chiaramente che la parola “romanzo” non le appare adatta per descrivere i suoi lavori; lei piuttosto avverte l’esigenza di appropriarsi di un nuovo termine che colga più efficacemente la sua scrittura, così le viene in mente di usare il termine “elegia”.

Al faro vuole proprio essere un’elegia indubbiamente rivolta al faro di St. Ives dove Virginia trascorreva da bambina le vacanze estive. È opportuno ricordare che la preposizione to in inglese non indica solo un moto a luogo, ma è anche un dativo, dunque introduce un complemento di termine, un’offerta rivolta a qualcosa o a qualcuno. Ecco che l’oggetto a cui si rivolge Virginia in tono elegiaco è il faro.

Il faro si staglia in verticale sulla massa marina orizzontale dei ricordi d’infanzia, dunque il romanzo si configura come un’elegia rivolta alla memoria, nella consapevolezza che, in questa disposizione dello spirito, “la vita tornerà con un’aggiunta di senso” (N. Fusini, Commento e note ai testi. Al faro, ne I meridiani. Virginia Woolf. I romanzi, Mondadori, 1998). Del resto, il significato lo si raggiunge sempre così, a distanza di anni; si approda al senso del passato quando se ne sono prese le distanze e il passato appare un atollo della nostra coscienza. 

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Leggere Cicerone

Uno degli autori antichi di cui è giunta grandissima parte della produzione letteraria è Cicerone. Orazioni politiche e giudiziarie, manuali di scrittura, saggi di filosofia e storia della retorica, raccolte di lettere. Gran parte delle conoscenze dell’ultimo periodo della repubblica di Roma si confrontano col punto di vista, lo sdegno e la passione politica di questo campione dell’arte della persuasione. Leggere Cicerone non è un esercizio liceale, ma un’avventura della conoscenza. Nulla di quanto scritto, è stato fatto per averne un tornaconto economico. D’immagine, sicuramente. Interessi politici, esistenziali. Ma non direttamente economici. Cicerone, per quanto le orazioni circolassero già nelle librerie dell’epoca, non viveva di scrittura. L’otium letterario inoltre non produceva reddito, ma garanzia d’immortalità. Leggere gli antichi è quindi, come fatto di principio, già una promessa di autenticità, una sfida alla morte.

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Ferrovie della letteratura

di Marco Trainito

Questo romanzo di Gian Marco Griffi, uscito circa un mese fa, è probabilmente destinato a diventare il caso editoriale dell’anno. Sarebbe un errore farsi scoraggiare dalla mole (sono 816 pagine, compresa la postfazione di Marco Drago), perché si tratta di uno di quei casi rari di storia magnetica e fascinosa che sin dalle prime pagine ossessiona a tal punto il lettore da impedirgli di staccarsene, trascinandolo con sé fino alla fine. 

La trama portante, dalla quale però si dirama un’infinità di storie secondarie, è costituita da una vicenda grottesca. Siamo ad Asti, nel mese di febbraio del 1944, e il giovane milite della Guardia nazionale repubblicana ferroviaria Cesco Magetti, tormentato dal mal di denti e impossibilitato a recarsi dal proprio dentista Guasco, perché aveva da poco disertato per raggiungere i partigiani sulle colline, riceve dal suo Aiutante capo Morucci un incarico assurdo: “redigere una documentazione dettagliata della rete ferroviaria del Messico” (p. 11) in una settimana, a partire dall’indomani, 9 febbraio. Questo incarico, che sconvolgerà in vari modi non solo la vita di Cesco ma anche le vite di molte persone che gli stanno attorno, compresa quella dell’odioso Obersturmbannführer Hugo Kraas, non è altro che uno dei risultati a cascata del classico “effetto farfalla”, e la farfalla in questione aveva mosso le proprie ali il 7 giugno dell’anno prima in uno sperduto ufficio dell’Ordnungspolizei (Orpo) di Berlino.

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Fame blu, Di Grado

Due tre chiodi, conficcati a colpi di martello sulla parete, per farne una croce e appendervi un corpo che al terzo giorno si risveglia. È un romanzo musicale nella struttura e nella retorica, quindi poetico. Un’opera post minimalista. Materiale linguistico come lenti per osservare uno spazio e plasmare il proprio immaginario. Più che nell’intreccio e nella trama la storia si fa concreta per un accumulo ripetitivo e variato di un’unica tensione ossessione tematica: il corpo e la sua sopravvivenza. Un horror abitato da zombie e sostanze artificiali. I pochi angoli di luce che la dinamica della relazione sentimentale regala – lo scintillio della lotta d’amore – sono rabbuiati dalla compresenza di oggetti ed esistenze spente: cose che stanno dove stanno inerti per essere consumate, usate, sfruttate, svuotate di vuoto. Il cibo non restituisce più energia e vita, ma malessere e gonfiori. Tutto questo è quello che rimane dopo il trauma, dopo l’evento catastrofico.

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Storie di oligarchi, Canfora

di Alfio Andrea Cardillo

Storie di oligarchi è un saggio storico scritto con un linguaggio fluido, in cui Luciano Canfora sintetizza l’opera letteraria di Tucidide (uno dei più grandi storici del mondo greco, autore della Guerra del Peloponneso e conosciuto anche per esser stato il primo storico che sottrae ogni divinizzazione all’interpretazione dei fatti) e parzialmente Senofonte. Il periodo storico in questione è quello legato agli scontri ad Atene tra personaggi filo-democratici come il generale Alcibiade, sempre in agguato a difesa dello status quo democratico, e un gruppo di oligarchi che durante le assemblee popolari sfruttavano gli eventi esterni con abilità oratorie per raggiungere il potere.

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