Macellaio

marzo 17, 2020

È vero che la gente usava ogni precauzione possibile: quando qualcuno comprava al mercato un pezzo di carne non lo prendeva di solito dalla mano del macellaio, ma lo staccava dai ganci con le proprie mani. D’altro canto il macellaio non soleva toccare il denaro, ma lo metteva in un vasetto pieno d’aceto che teneva a questo scopo. Il compratore portava sempre spiccioli per raggiungere la cifra richiesta, in modo da non dover cambiare. Portavano bottiglie di profumi ed essenze sulle mani, e ricorrevano a tutti i mezzi cui si poteva ricorrere; ma i poveri non potevano fare nemmeno queste cose, e correvano tutti i rischi.

Daniel Defoe, Diario dell’anno di peste, 1722.


Il freddo, Bernhard

marzo 9, 2020

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”


Ragazza

marzo 5, 2020

I capelli della ragazza erano stretti da un nastro rosso. E la poca luce residua sembrava a Bruno che si raccogliesse tutta su quel nastro.

Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, 1955


Cimitero

marzo 5, 2020

«Io, vede», disse una volta, «non ho mai capito perché i morti debbano essere tenuti segregati dai vivi come usa da noi, che per visitarli, a momenti, ci vuole il permesso come nelle prigioni. Napoleone fu un grand’uomo, senza dubbio, perché impose all’Europa, ed anche all’Italia attraverso la nostra Cisalpina, le conquiste della Rivoluzione. Quanto al suo famoso editto sui cimiteri, però, resto della stessa opinione dell’autore dei Sepolcri. A me piacerebbe essere sepolta qui, per esempio, in questo bel prato, con tutto attorno questo continuo rumore di vita. A costo», e rise, “a costo di venire scomunicata. Ma è vero», aggiunse subito, «che a parte qualche anno di galera, qualche altro di confino, e adesso di libertà vigilata, io non ho mai fatto niente di abbastanza importante per meritarmi una tomba fra gli illustri, sia pure eretici, della nostra città. Non ho preso neppure le botte, si figuri. Con me i fascisti furono più delicati […]».

Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, 1955


Una notte del ’43, Bassani

marzo 1, 2020

Quando Pino Barilari si presenta nell’aula del tribunale, il lettore reclama vendetta. Ma il farmacista come la puntura di uno spillo in una vescica gonfia d’aria, aveva risolto in nulla l’enorme tensione generale.

E quindi chi legge si libera della retorica partigiana, la divisione tra buoni e cattivi. Improvvisamente guarda in faccia la realtà, come funziona. I fatti pubblici si scontrano con i fatti privati, oppure vanno a braccetto. Se Barili avesse testimoniato, sarebbe saltato anche il proprio mondo privato, e non avrebbe più fatto finta di non conoscere le intemperanze della moglie. Ha preferito tenere gli occhi chiusi, e accettare un utile equilibrio. Ma se la cecità è la cifra distintiva di Pino Barillari (ha contratto un matrimonio cieco), alla fine della vicenda, si apposta dietro la finestra di casa armato di binocolo e richiama l’attenzione dei passanti sotto casa. In questa relazione più materna che maritale, Barili non vuole perdere Anna. E se la tiene fin che può, sprezzando ogni senso di giustizia, salvando un criminale responsabile dell’eccidio di undici antifascisti.

Le parole sputate in faccia guastano i falsi sentimenti. Scrive Bassani, servendosi del discorso indiretto libero: C’era proprio bisogno di dormire assieme, per volersi bene? Lui non ci aveva mai tenuto molto, del resto, anche prima della malattia: da pensare anzi che in certo modo fosse contento, allora, di tornarsene nella cameretta dove stava da ragazzo… No, due potevano benissimo dormire insieme, eppure non amarsi affatto!


La Morale del Criceto

febbraio 25, 2020

Il secondo capitolo della Trilogia del Cavallo

qui ebook


Il Bacio di Giada

febbraio 22, 2020

In cortile i camerieri capovolgono le sedie sui tavoli.
C’è anche chi soffia fumo dal naso.
– Convivo con le vertigini – ha continuato a dire Patrizio nella testa di Mario. – È normale avere la vista annebbiata quando hai un calo di zuccheri. – Mario annuisce, vorrebbe saperne di più. – Sto davvero molto male – confessa Patrizio. – Ho preso una decisione. Non mangerò più carboidrati. Il cervello ha bisogno di zuccheri? Quelli naturali bastano, frutta e verdura. Dopo due anni che stai così male, ti aggrappi a tutto. I carboidrati danno false sensazioni di sazietà generando improvvisi cali glicemici che richiedono altri carboidrati… è un circolo vizioso. Convivere coi tremori? No, basta. Fino a qualche anno fa viaggiavo. Ora sono finito. Vado a lavoro solo per uno strano equilibrio psicofisico. A casa invece è un’agonia. I dottori? Non mi hanno saputo dire nulla. Tac, risonanze, lastre. Niente. Scusami per lo sfogo, sei l’unico con cui posso parlare.

Patrizio riprende il coltello e taglia un boccone di carne, Mario invece sorseggia vino rosso. Il cielo sgombro di nuvole è buio. Il cortile adesso è spazioso, un bivacco fumante. Mario è arrivato alla conclusione che c’è sempre qualcuno che sta peggio di qualcun altro. Questa constatazione lo fa stare meglio. Le persone alla fine tutte hanno i loro problemi. Mario, pure lui, ha i suoi problemi a lavoro, una madre rompicoglioni, la gente in giro che non si sa più chi sia. Il suo unico pensiero positivo è Giada, quell’inconsueta combinazione tra il cervello femmina e la femmina animale. 

Intanto Patrizio continua a raccontare quanto sia difficile vivere agitati dalla paura che qualcosa improvvisamente possa accadere, qualcosa di veramente brutto: l’angoscia di essere trasportati in una corsia d’ospedale in cui gli estranei osservano dall’alto in basso e sorridono per offrire un po’ di carità, e tu invece non te ne fai niente della compassione. Vorresti avere accanto un altro te stesso che tieni per mano mentre il dottore tasta lo stomaco. Patrizio se ne frega della commiserazione. L’unica cosa che potrebbe accettare è la compassione di un prete che per aiutare gli altri non percepisce stipendio. Un prete è più serio della gente ordinaria. Non sorride dispiaciuto. Un prete sa quanto si soffra a vivere soli. Non regala aria fritta. E questo fatto che il prete riconosce la solitudine e non regala aria fritta, fa venire gli occhi lucidi a Patrizio che a questo punto interrompe il ragionamento. Vive un momento difficile. Per lui, che ha sempre considerato la vita intellettiva una scelta esistenziale, quando è il momento di commuoversi, si è fatto già troppo tardi.

Leggi tutto il racconto qui.