Un romanzo online

9 luglio 2020

Alla fine del racconto c’è un link che apre una finestra su Tanita Tikaram che canta accompagnata da una tessitura minimale di pianoforte ed archi Valentine heart, I want to see you again. E certo, rileggere il ventiseiesimo capitolo, La controra, del romanzo online di Veronica Tomassini tenendo a mente tanta ardente nostalgia e le regioni del cuore di cui la musica ha svelato le coordinate geografiche, è come montare la cornice ad un quadro. La musica ha sempre quella misteriosa forza che rianima la circolazione del sangue ad un cuore pigro, acciuffa per i capelli e t’infila la testa dentro il forno. E le figure della breve narrazione si trovano miracolosamente immerse nella luce della misericordia. O quanto meno, l’invocazione alla misericordia, perché su tanta vitalità e bellezza si accanisce la dipendenza dalla droga, spetta a noi. E siamo noi lettori a chiedere perdono per questi affamati di ossa e carne, reietti armati di menefreghismo sociale, bruciati dalla dipendenza come i girasoli dal sole pazzo della controra. Jean Genet avrebbe sorriso, e forse approvato.


I segreti del giovedì sera

8 luglio 2020

Pietro “è stanco di questo capitalismo delle emozioni, quest’obbligo coatto alla felicità, che infatti è chiamata benessere, perché il benessere lo puoi vendere e la felicità no…”. E Mauro ” la notte dorme pochissimo, guarda in tv gli oceani che si asciugano e i pesci che nascono ermafroditi, e quando esagera con la grappa vede gli Ufo nel suo giardino”.

Come lettore ho subito percepito una catastrofe in corso, il capovolgimento dell’ordine. I gatti osservano divertiti l’affanno degli umani che incasellano, definiscono, trattengono come sanno fare, con parole e numeri, la vita. E tutto (relazioni, affetti, malattie, decadimento fisico, felicità, amore, dolore, tradimento) potrebbe essere incorniciato dentro una similitudine linguistica o una riparazione. Anche le cose inanimate abitano un funerale o un rito d’iniziazione. I romanzi, il cinema, la psicologia, il sapere tecnico e settoriale, l’informatica e il mondo delle Applicazioni, sono come manuali da cui tirare fuori i perché delle scelte, e quindi ammorbidire la caduta. L’ironia colta e raffinata di Elvira, protagonista e autrice, sa sempre trovare una via d’uscita, anche dall’imbarazzo.

La macchina del romanzo, in un lungo ed inesorabile crescendo, descrive le relazioni di un gruppo di quasi sessantenni professionalmente affermati con un presente affettivo ordinariamente in crisi. Quindi le discussioni su cosa sia l’amore, sul come gestire i rapporti, strategie di dialogo per mantenere viva l’amicizia tra donne, e le segrete confessioni tra amici e amiche. Ci si aspetterebbe uno spazio dedicato ai ricordi, al “come si era”, la celebrazione del passato. E invece nel tramonto dell’impero il riflettore è puntato sui desideri. Perché questi quasi sessantenni è come se avessero trent’anni, e il corpo ne insegue i salti mortali. Personaggi con la volontà di essere all’altezza dei tempi che corrono, e quindi ancora una volta contemporanei, molto più di quanto lo sarebbe un trentenne per anagrafica.

Non ci sono nonni. I figli vivono lontano e sono impegnati a cercare lavoro oppure a studiare. L’idea della fuga è coltivata dai padri e dalle madri che guardano al futuro. Verso la fine del romanzo, seduti al tavolo di un ristorante intorno al Castello Ursino, Elvira e Cesare sentono odore “di barbecue, di triglia bruciata. Olio caldo sulle bruschette”, in contraddizione con altri odori svaporanti che appartengono a quel quartiere della città, e che da sempre celebrano una gastronomia tipicamente etnea. È una rimozione oppure una semplice scelta narrativa?

Catania vive negli ultimi anni una forte divisione tra una parte della società colta, i professionisti, e quella più popolare, i commercianti. E l’identità della città dinamica e produttiva in senso tradizionale è spostata nel romanzo dentro un’economica globale. Catania, luogo dell’innovazione e della tradizione, si trasforma in una bizzarra capitale europea, dove i giovani e gli anziani vanno via, ma allo stesso tempo potrebbero ritornare dopo aver vissuto in Giappone.

Ma in questa Catania che è un Occidente di secondo grado, quasi un surrogato dell’originale smart, c’è anche un’unicità, un aspetto incomparabilmente proprio che è in tutto quanto non appartiene alla civiltà, all’umano. La forza vitale della natura. Il mistero e l’enigma della vita e della morte nel succedersi degli eventi atmosferici. Il caldo e il freddo, le fiamme e il gelo, la nebbia miracolosa, le piogge torrenziali, la pazzia del clima, il ciclone: il senso di una catastrofe che contravvenendo alle leggi della civiltà, spazzi via tutto questo festival dello ‘stare insieme’ codificato e mentalizzato, e ristabilisca il giusto equilibrio al battito del cuore. I gatti stanno a guardare, spiano sempre. E in attesa del disastro che riassesti gli astri (profeticamente e lentamente in corso in questi giorni di Covid), la protagonista ascolta i silenzi metafisici tra le pietre di un castello antico di fronte al mare. E poi fa la propria scelta.


Ricordati di Bach

3 luglio 2020

Il romanzo ha un inizio lento, benché la scrittura sia di quelle veloci, funzionali alla storia. Scritto in prima persona, Cecilia ricorda gli anni della prima giovinezza, tutti spesi nello studio della musica e del violoncello. Il romanzo, che per dichiarazione dell’autrice è in gran parte autobiografico, ha un vero protagonista, che credo non sia una persona, ma un’idea di didattica della musica. Insomma, ciò che rende il libro bello e intenso non sarebbe lo stile, da cui poche volte emerge una voce inimitabile. Ma il valore paradigmatico di quanto si racconta, ricco di tanti dettagli di cui soprattutto chi ha praticato o vissuto insieme a un musicista di strumento ad arco, riesce a cogliere l’autenticità. Tutto il contorno di finzione, i personaggi secondari, l’amore e gli affetti familiari, il mistero intorno alla vita del maestro, sarebbero avvolti dall’ambiguità, lasciando alle terre fertili della reticenza ogni migliore definizione dei caratteri, luoghi e relazioni. Eppure …

Quanto rende bello il libro non sarebbe nulla di ciò che possa essere incluso nella categoria del letterario (una “voce autentica” che costruisce uno spazio d’esistenza), ma il valore di testimonianza di un’idea di insegnamento, che potrebbe essere estesa anche ad altri ambiti disciplinari, laddove ci sia sempre un maestro e un discepolo, un insegnante e uno studente.

Quindi: come è possibile che una bambina con difficoltà d’articolazione alla mano possa diventare una violoncellista, anzi una grande musicista? Il libro contiene una risposta che nella sostanza, tra i non addetti ai lavori, è anti convenzionale ed avrebbe il sapore delle cose “vere”. Ogni musicista vive una continua sfida con i propri limiti: dover adattare l’anatomia del corpo a quella dello strumento, smussare le sporgenze, affondare le mani nel cuore dell’arte. La lettura del romanzo allora acquista un valore metaletterario e il discorso si sposta su un contenuto ‘forte’.

Ovvero: qual è il ruolo di ogni maestro?

Il maestro ha una sua ‘visione’, e prepara un percorso di studi modellato con la personalità, il carattere, fisico e morale, dello studente. Contro il destino (il destino non ha colori: anche quello più nero può essere squarciato da una luce accecante) non ci si accanisce, le difficoltà possono diventare possibilità. L’espressività e l’intonazione sono qualità ben più importanti della forza e della resistenza. E così, il maestro osserva l’allievo, vince i pregiudizi; è ministro di un ideale, e come un profeta, dal tempio della musica, sfida il tempo, e scommette sul futuro.


Le prime dieci pagine di Almarina.

24 giugno 2020

Potrebbe essere un buon titolo per un buon libro, interessante captatio benevolentiae del lettore. Invece stai leggendo degli appunti sulle prime pagine di un romanzo finalista al premio Strega 2020. Potrebbe essere una mia stravaganza quella di parlare di ciò che non conosco a fondo, eppure sin dalle prime pagine è possibile indovinare il contenuto di un intero volume. E dopotutto le introduzioni e gli incipit sono fatti anche per questo.

Prima pagina: il luogo geografico dell’ambientazione citato nel primo rigo. È Napoli. Di questa città tutti sanno fin troppe cose. Sia chi abbia letto la Ortese oppure abbia visto un film sulla camorra. L’autrice scrive in prima persona, e afferma che qualcosa le grava addosso con riferimento indiretto alla città, ma più letteralmente alla vista di un palazzaccio al cui piano inferiore si trova l’obitorio (morgue) dell’ospedale. Poi ci viene descritto un ricordo: la protagonista è già stata lì tre anni prima per riconoscere il corpo del marito. Quel giorno era arrivata ultima in ospedale, le sorelle del marito invece erano in prima fila. Arrivata ultima perché non era stato possibile rintracciarla. L’hanno chiamata ma lei afferma che non rispondevo, come non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza
E aggiunge, con enfasi: Perché insegno nel carcere minorile di Nisida e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza all’ingresso, dove il regolamento vuole che stia.

Di questo romanzo non so nulla se non ciò che sto leggendo ora e appunto in questa pagina, pur riconoscendo che potrei incorrere ad errori di interpretazione. Credo che emergano chiaramente i temi della storia: Napoli (non folkloristica ma plumbea, secondo una tradizione letteraria firmata già da Bernari nel 1934), la morte violenta del marito, le sorelle del marito (quelle cesse delle mie cognate), l’insegnamento in un carcere minorile.

Nuovo capoverso. La donna ha trascorso una notte insonne, esce e va in tribunale, lunga descrizione del luogo. Quì rivede Almarina, emergono ricordi. Qui termina il prologo, nove pagine formato e-book. Perfetto. Di Almarina, che suppongo sarà la vera protagonista della storia, non so ancora nulla. Lei ha sorriso alla professoressa, come l’ha notata nell’aula del tribunale, e possiede la luce del futuro negli occhi. L’incipit del primo capitolo è un classico: “Mi chiamo Elisabetta Maiorano…”, il lettore intuisce che la vita di Elisabetta Maiorano s’intreccerà con quella della sua studentessa detenuta (?) Almarina, all’interno di una relazione non solo educativa o scolastica. E se Elisabetta è una donna in crisi, Almarina possiede la forza della giovinezza, o ben altro.
Una nota caratteriale di Elisabetta: definisce subito i perché delle cose. E questo, più che un aspetto psicologico o cognitivo, sembra essere una caratteristica dello stile della narrazione.
Faccio un esempio di ciò che io chiamerei la pillola del giudicare.
Pag 2: “non era un ospedale qualunque, non lo fu più dopo che ci avevo trovato mio marito, morto…”, il periodo termina con una similitudine che alleggerisce l’affermazione , “il viso come se ci avessero passato sopra del talco”. 

“Le sue sorelle, decise a detenere da lì in avanti il primato del dolore, così come in passato, per cose futili, ne avevano detenuto il monopolio”

Pag 3 “… non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza. Perché insegno nel carcere minorile di Nisida, e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza…”

“Ognuno di noi stava dove doveva stare …”
“Napoli è una città che ci sa fare con la morte…”

Pag. 4 “ le donne si vestono per celebrare”.
Pag. 8 “Almarina non aveva ricordi così “

E così via: giudizi, certezze, fino alla sentenza, quindi il parlare conciso ed efficace (l’apoftegma, credo si dica in retorica).

In attesa di leggere per intero il romanzo, mi chiedo come sia possibile una scrittura in cui, pur eliminando il punto di vista onnisciente della terza persona narrante, questo non ritorni così forte dentro una prima persona. E quindi vorrei che in questo romanzo si dimostrasse, contro le certezze e i modi indicativi del pensiero, che Napoli è una città che non ci sa fare con la morte; che ognuno sta dove non dovrebbe stare; che le donne non si vestono per celebrare; che Almarina ha ricordi come quelli della Maiorano (Maiorino forse era una professoressa tanto amata da un professore in un film…); che la Maiorano risponde alle chiamate fondamentali dell’esistenza; che le sorelle del marito non vogliono detenere il primato del dolore. E nel capovolgere il punto di vista, non si usi la figura retorica dell’apoftegma, ma la pillola del giudicare venga preparata dal lettore stesso, come quando un tempo il farmacista preparava la dose curativa nel retro della bottega.


The remains of the day

17 giugno 2020

“Non è letteralmente possibile assumere un simile atteggiamento critico nei confronti di un padrone e al tempo stesso fornire un buon servizio”. La frase in lingua originale suona così: For it is, in practice, simply not possible to adopt such a critical attitude towards an employer and at the same time provide good service. È qui l’errore di Mr Stevens. Credere che l’obbedienza al sovrano sia tutto, perché è il sovrano che garantisce la realizzazione individuale del suddito. L’errore consiste nel credere che alcuni valori, come la lealtà, non siano negoziabili. E invece, ci sono momenti nella vita in cui è necessario fare nuove scelte. La felicità è sempre un traguardo personale, contro tutti, anche contro se stessi.


Il paese delle croci

17 giugno 2020

Gianfranco Cambosu ambienta il romanzo a Sas Roches (Le Croci, in sardo barbaricino), paese della Barbagia. Scorrevole e coerente il dettato, vivace nelle similitudini, registro da narratore colto, qualche inserto dialettale nei dialoghi, scritto in terza persona ‘equivoca’: la voce narrante coincide perlopiù col punto di vista del protagonista. Il racconto incuriosisce anche per i riferimenti alla cultura sarda (gastronomia, abiti, archeologia). C’è una rappresentazione strumentalmente univoca di una comunità interna degli anni settanta: accidia burocratica, donne severe e risolute, rigorose e sensuali, uomini beoni e violenti, il fucile sopra il desco, coltelli a serramanico nel taschino, giuramenti impliciti e omertà, il controllo della terra, tante sigarette. Paese di passioni violente, con cui il protagonista entra gradualmente in contatto nel dover indagare su di un omicidio avvenuto quindici anni prima. Descrizioni di dinamiche scolastiche (lui è un prof), il consiglio di classe, i colleghi, le lezioni. Non c’è retorica, in questo. Stringente virata noir a sorpresa, tipo western sardo “arrivano i nostri”. Si apprezza l’abilità nella costruzione del giallo (antropologico?): mostrare a poco a poco una rete di connessioni e interessi che disegnano una società chiusa, povera economicamente ed istintiva, ma orgogliosa. Incipit davvero bello (spiazzante, onirico). La scrittura talvolta ripetitiva negli stilemi (descrizioni minime – lui guarda, pensa, intorno succedono cose che creano tensione ed ambiente). Tutto è detto, spiegato, pensato. Ad eccezione del fatto di cui si indaga e del ruolo definitivo dei personaggi. Il lettore si affida allo scrittore pur di venire a capo dell’omicidio. C’è una storia d’amore o qualcosa del genere, con finale troppo sorprendente. Ma forse è meglio così, più crudo e tremendo, con le colpe dei padri che ricadono sui figli. 


Macellaio

17 marzo 2020

È vero che la gente usava ogni precauzione possibile: quando qualcuno comprava al mercato un pezzo di carne non lo prendeva di solito dalla mano del macellaio, ma lo staccava dai ganci con le proprie mani. D’altro canto il macellaio non soleva toccare il denaro, ma lo metteva in un vasetto pieno d’aceto che teneva a questo scopo. Il compratore portava sempre spiccioli per raggiungere la cifra richiesta, in modo da non dover cambiare. Portavano bottiglie di profumi ed essenze sulle mani, e ricorrevano a tutti i mezzi cui si poteva ricorrere; ma i poveri non potevano fare nemmeno queste cose, e correvano tutti i rischi.

Daniel Defoe, Diario dell’anno di peste, 1722.


Il freddo, Bernhard

9 marzo 2020

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”


Ragazza

5 marzo 2020

I capelli della ragazza erano stretti da un nastro rosso. E la poca luce residua sembrava a Bruno che si raccogliesse tutta su quel nastro.

Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, 1955


Cimitero

5 marzo 2020

«Io, vede», disse una volta, «non ho mai capito perché i morti debbano essere tenuti segregati dai vivi come usa da noi, che per visitarli, a momenti, ci vuole il permesso come nelle prigioni. Napoleone fu un grand’uomo, senza dubbio, perché impose all’Europa, ed anche all’Italia attraverso la nostra Cisalpina, le conquiste della Rivoluzione. Quanto al suo famoso editto sui cimiteri, però, resto della stessa opinione dell’autore dei Sepolcri. A me piacerebbe essere sepolta qui, per esempio, in questo bel prato, con tutto attorno questo continuo rumore di vita. A costo», e rise, “a costo di venire scomunicata. Ma è vero», aggiunse subito, «che a parte qualche anno di galera, qualche altro di confino, e adesso di libertà vigilata, io non ho mai fatto niente di abbastanza importante per meritarmi una tomba fra gli illustri, sia pure eretici, della nostra città. Non ho preso neppure le botte, si figuri. Con me i fascisti furono più delicati […]».

Giorgio Bassani, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, 1955