
In queste due pagine di Ho pisciato sui fiori (Eretica, 2024) Cateno Tempio sembra raccogliere e rilanciare una tradizione letteraria che attraversa secoli, riproponendola però attraverso una lente contemporanea. Il tema del passaggio dall’età giovanile a quella adulta, col suo bagaglio di disillusione e consapevolezze, viene affrontato con limpida chiarezza. Quello del fanciullo (puer) è tecnicamente uno dei temi più cari agli scrittori dell’Ottocento e primo Novecento.
La natura — con il suo diluvio, i suoi tuoni, le sue nubi tempestose — diventa metafora di un conflitto interiore che non riguarda più solo l’individuo e il proprio ruolo nella società o nella famiglia, ma anche la tensione tra il bisogno di vivere pienamente e il peso della normalità. L’invocazione al desiderio — culmine di questa tensione — rappresenta il punto più alto del climax, dove il diluvio, lungi dall’essere distruzione, assume la funzione di elemento purificatore. La guarigione emotiva e spirituale, che unisce cuore e natura, trova un’eco universale, pur scontrandosi con dettagli quotidiani e apparentemente insignificanti, come i semafori che colorano le case di tristezza. La malinconia crepuscolare qui diventa più aspra, quasi impietosa, ma allo stesso tempo più vera, priva del filtro della nostalgia consolatoria.
I versi — Cosa resta di tutta la bellezza / di tutto il buono che c’è stato — funzionano da spartiacque tra la rabbia giovanile e una maturità che non rinnega il desiderio ma lo reinventa, lo fa dialogare con la realtà. È qui che si inserisce la dichiarazione d’amore, che suggella una transizione: dai furori adolescenziali, esplosivi e incontenibili, alla costruzione di una relazione con il reale, e con l’amore stesso, non più idealizzato, ma concreto, fatto di fragilità, cura e scelte.
