Se volessi definire – ogni definizione soffre l’errore dell’ambiguità – Il generale inverno di Gabriella Grasso (ed. Il Convivio) direi che i componimenti che ne danno vita sono elegie. L’elegia è la tonalità dell’assenza, della separazione dall’oggetto del desiderio – penso a Zanzotto – e in essa si ritrova il contatto struggente con la lontananza. Nel Generale inverno l’elegia è invocazione in absentia, appunto. Attraverso le armi della parola la poetessa intona un desiderio di unità. La vicenda o l’avventura della ricomposizione – separazione e, chiamiamola, palingenesi – avviene prevalentemente in uno spazio tutt’altro che urbano e industriale, ma naturalistico e simbolico. L’elegia quindi si converte in idillio, e l’idillio, come scrive Julian Barnes a proposito della relazione tra Dmitri Shostakovich e Tanya, inizia dove l’amore si è spezzato.
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Andrea Zanzotto, qualche idea

Dov’è il paesaggio? A questa domanda Zanzotto risponde da poeta. Traccia col linguaggio una fisionomia di paesaggio partendo da assunti Leopardiani. La natura viene ‘affatturata’ dall’immaginazione, dalle finzioni. Caduta la finzione, cade il paesaggio, e rimane il nulla, la luna pallida e indifferente ai casi umani. In Zanzotto però l’umano ha oltrepassato il confine, e il paesaggio non è più solo natura. E inoltre, le esperienze estreme della guerra mondiale hanno spostato lo sguardo da un punto di vista ingenuo e romantico a quello postmoderno.
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