Alessandro piega l’avambraccio e fa dimostrazione a Carlino del proprio tenore muscolare, al punto che per poco non fa scoppiare la cucitura della camicia, e aggiunge: «Io, vedi, mi son mantenuto così grazie alla mia previdenza. Ho ammazzato i miei due cavalli, li ho fatti salare e me li pappo a quattro libbre il giorno. Dopo sarà quel che sarà. Ma se vuoi entrar a parte della cuccagna…» Carlino fa presente che alla propria donna, La Pisana, il cavallo salato “non le conviene”, dunque convincerà l’amico a impossessarsi del gatto d’Angora, grasso e morbido, della padrona di casa, per cucinarlo e farlo passare per pollo d’India, aggiustandone il sapore con “sedani e cipolline”. Il gatto viene sgozzato con le forbici che rimanendo insanguinate producono agitazione tra la portinaia, la cameriera e la padrona di casa, poiché probabilmente più che da affetto sono mosse dallo stomaco, pregando inutilmente di aver anche loro una porzione del piatto prelibato. Col tempo, poi, una volta che non è possibile reperire altri gatti o piccioni, Ippolito Nievo dice, con la voce di Carlino, che fu “ben fortunato di ricorrere al cavallo salato di Alessandro. Ma dàlli e dàlli, non ne rimasero che le ossa; e allora ci convenne far come tutti; vivere di pesce marcio, di fieno bollito e di zuccherini, dei quali era in Genova grande abbondanza”. Tuttavia, notasi bene, La Pisana, si ciberà solo di zuccherini, cosa che le donerà un certo buon colorito di viso, e rimpiangerà eufemisticamente parlando il buon pollo d’India, ben sapendo che carne di gatto era stato e non altro.
Questa piccola storiella di fame e cucina si trova in Le Confessioni d’un italiano, al capitolo diciottesimo, “storielle un po’ insulse dopo la grande epopea delle mie imprese di Napoli”. Ci troviamo dentro un Genova affamata dal blocco navale inglese, poco prima della battaglia di Marengo. Per sopravvivere è necessario cercare di che nutrirsi, mettendo dentro lo stomaco ciò che solitamente non aveva mai avuto pregio di cibo: carne di gatto o piccione, fieno bollito, pesce marcio. E il cavallo?
Il cavallo in effetti è amico dell’uomo: si cavalca e con lui si fa la guerra. Eppure è buono. Può far senso, come fa senso alla Pisana, ma è buono. Tanto è che viene considerata una cuccagna e anziché mangiarlo, se lo “pappano” come fosse una piacevole necessità. Il cavallo tuttavia è una risorsa estrema, sebbene nutriente e gustoso, con cui si ha un rapporto che va ben oltre quello tradizionale tra uomo e animale. Dietro questo banchetto equino c’è quindi il limite del sacrilegio: fare del cavallo cibo è profanazione. La donna mantiene dentro di sé rispetto per il mammifero, come fosse segno di civiltà e col cibarsene si diventerebbe selvaggi o cannibali. Il gatto invece non ha questa forza evocatrice. Il gatto non fa parte della civiltà occidentale, rimane un felino capriccioso, tenero, sensuale, di cui, in caso di emergenza cibarsene non fa sorgere problemi etici. Avrebbe potuto imbastire un banchetto equino facendolo passare per bovino, eppure Carlino a questo non pensa, perché nonostante tutto considera il mangiare carne di cavallo cosa sconveniente e profana, e sarebbe stato difficile convincere altrimenti quella schizzinosa della Pisana.

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