Quale confine, Gabriella Grasso

febbraio 19, 2020

Nella poesia Azzurra notte il vulcano e la luna sono statici, imponenti e anche sovraumani. Il primo è roccia e fuoco, la seconda è serenamente appesa. Tutt’intorno il cielo è azzurro, e le stelle danzano. Tutt’intorno è vita e forse anche felicità. Rimangono saldi il vulcano e la luna. “… e vive ancora/ questa nostra notte/ il suo azzurro momento/ di felicità. La felicità dura il tempo dell’illusione, finché le cose saranno trasmutate in luce. Finché la materia non apparirà solo materia, c’è vita.

In Vuoti e pieni c’è un volto irriconoscibile (Nel vuoto/ del tuo viso che manca), inespressivo come la luna appesa in cielo, se non fosse magica perché immersa nella luce azzurra della sera. Le promesse, le azzurre promesse, e le fertili parole trattengono sullo scoglio della vita, e non si muore.

La poesia in limine, annuncio di poetica: Contatti. (Ero un pezzo di carne/ e di sangue che stillava/ dalla finestra … Per il mondo/ sono dovuta diventare/ account …). La poetessa si riappropria dell’autenticità del corpo, e dal proprio corpo come da una finestra sempre spalancata nel mondo, cerca di dare definizioni sullo stare nell’esistenza, filosofeggia per immagini. Stare al mondo significa perdersi. Ci si ritrova, si è, stando e osservando dal proprio luogo. Solo dal proprio luogo si comprende qualcosa dell’esistenza, e si promette respiro vivo e voce umana. Quale sia il luogo di Gabriella Grasso mi è difficile affermarlo. Sicuramente non è un luogo isolato, ma un luogo di contatto, da cui abolire le differenze, ritrovare il dialogo e la condivisione. Un luogo senza finzioni e confini. Così come è reale e irreale il paesaggio del vulcano, inesorabile e metafisico. Il luogo da cui comprendere la vita (sembrerebbero versi che rilanciano una sapienza soggettiva) è quello della fatica dell’amare, senza che mai la parola amore venga sbandierata. L’abbraccio che slega e allunga il passo nei confini degli altri, in torrenti ormai aridi, salite e strettoie; in altri abbracci di pochi istanti serpeggia/quel rivolo di noia ed ebbrezza/che ci appare vita.

Poesie che ricorderebbero una tradizione classica – quelle lunghezze di versi che inseguono altri versi per mezzo di connettivi e participi (si sopravvive … notti/senza speranza/schiacciati sotto il peso/ …. che … / che … /e) – se non la tradizione di metà ventesimo secolo riassunta in Quasimodo e Montale (Mi hai posato una conchiglia sulla spalla; il figlio dell’uomo non ha/pace e casa/…). Punteggiatura rarissima, strofe che sconfinano nelle successive, immagini talvolta immediate (lasciamo in dote un abbraccio/che sappia di pace e gioventù), altre volte rese enigmatiche per un accumulo coerente e contrastivo (Datemi un orizzonte … avessi almeno/ l’impulso il tremore … ).

Il volume s’intitola Quale confine, l’autrice è Gabriella Grasso, l’editore Kolibris. Da innaffiare come una piantina che cresce e rinverdisce col passare del tempo.


Foscolo e Parini

febbraio 13, 2020

In tempi in cui scrivere era attività dell’intelletto, prima ancora che commerciale; quando il libro era prezioso e per pochi, cioè nella prima metà dell’Ottocento, quando ancora l’Italia era una realtà geografica ed un pazzo progetto politico, Foscolo in uno scritto dedicato a Giuseppe Parini (Letteratura del XIX secolo) così ne commenta le prime prove poetiche:

“Il Parini aveva già pubblicato alcune poetiche produzioni, le quali, dopo gli applausi d’uso e soliti a compatirsi ad ogni nuovo autore, andarono nell’oblio: solito destino dei primi saggi in belle lettere che non sono tanto spregevoli da muovere il ridicolo, né così buoni da eccitar l’invidia. Per questa ragione egli non volle mai in appresso permettere che gli accennati componimenti rivedessero la luce.”

Si svela una costante degli ambienti letterari o tra il pubblico appassionato (non spensierato) di scrittura. Il voler applaudire il mediocre, sapendo che in avvenire il poco si assottiglierà in nulla; e al tempo stesso invidiare l’eccellente, sapendo che il troppo toglie via il superfluo. Tra letterati c’è sempre competizione, e il plauso o il biasimo non dovrebbero appannare la coscienza dell’autore. Lui solo è consapevole, al caldo di coltri di narcisismo o disfattismo, di quanto valga la propria opera, e cosa con essa egli abbia voluto rappresentare. Il successo è talvolta una conseguenza inaspettata o ricercata, nonostante le congiure, nonostante ci sia sempre qualcuno che scrollando le spalle giudichi con sufficienza quanto è lontano dal comprendere.


Carne di Cavallo

febbraio 2, 2020

Racconto d’amore e macelleria

Francesco Gianino

Due giovani vivono nel paese dei mangia cavalli, e non hanno speranza di uscirne vivi insieme al loro amato cavallo di nome Geronimo. Lui, abusivamente allevato in appartamento, dovrà sfuggire il marrancio di Ciccio Canaglia. Storia surreale, poetica, tra incubo e realtà, più reale dell’immaginazione, più assurda di ogni fatto di cronaca. Una distopia esistenziale, in cui società e cibo sono l’unica equivalenza possibile per raccontare il mondo contemporaneo.

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Essere ‘contro’

giugno 18, 2019


La via della salvezza non è tracciata dal sistema di potere (burocrazia e discorso pubblico), così come delegare la propria vita al potere dell’istinto, sarebbe un errore imperdonabile. La ragione filtra gli impulsi, così come dovrebbe filtrare i messaggi che il potere economico invia. Le democrazie occidentali sono immerse in un pantano di imperativi e consuetudini, che sono oggetto di dibattito quotidiano. Tutte cose che occupano spazio nella casa dei sentimenti e del pensiero, e non parlano al nostro essere al mondo se non per riflesso. Perché la via per la salvezza personale si attuerà in una condizione che si sarà conquistata in solitudine, quando le voci della società saranno spente, e si ascolterà la verità del silenzio.

In due la felicità sarebbe perfetta, ma si potrebbe essere già in troppi. La posizione in cui si pone chi riconosce la via della salvezza, è quella del separato dalla società, come si può essere separati da una moglie o un marito geloso. E nei loro confronti si pronuncia un discorso ‘contro’. L’invettiva, in certi casi. L’interesse della società è il funzionamento della macchina burocratica e il benessere materiale del corpo sociale; viceversa, l’interesse, il fine ultimo dell’individuo, è di ordine morale. Anche quando il bene morale, ovvero ciò che conduce alla felicità, è riposto in un bene materiale, il risultato ultimo si misura con un elettrocardiogramma dell’anima. Nel cuore è il nostro tesoro. Essere ‘contro’ una felicità pubblica e condivisa è presupposto per l’emancipazione del ‘cuore’: per riconnetterci con le viscere (le radici) della nostra personalità. Presupposto per dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare una saggia e totale indifferenza emotiva nella compilazione della dichiarazione dei redditi.

Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXII. Publio Papinio Stazio dialoga con Virgilio. Dante ascolta in silenzio, come può ascoltare uno studente. Stazio, a differenza di Virgilio, non è confinato nel limbo, ma si salverà. Sconta l’essere stato prodigo in vita, uno spendaccione, ma si è pentito in tempo. A salvarlo sono stati i versi di Virgilio.

Per te poeta fui, per te cristiano

Vissuto al tempo di Domiziano, secondo la ricostruzione di Dante, Stazio si avvicinò al fermento della religione di san Paolo, già diffusa tra le donne della corte dell’imperatore, anche se questi, negli ultimi anni del suo impero, ne avviò la persecuzione. 
Stazio afferma … ebb’io battesmo; /ma per paura chiuso cristiano fu’ mi, / lungamente mostrando paganesmo. La lettura, la poesia, lo studio, l’adesione ai valori della minoranza lo hanno salvato. É stato ‘contro’.

Le mode, politiche e culturali incrementano il benessere materiale, pur persuadendo a falsi convincimenti spirituali. Al mutare del vento però cambieranno anche le idee e i sentimenti. 


A smile, not a smile

maggio 30, 2019

… a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

“It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

“The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.


Dolores è morta

maggio 29, 2019
Lolita, Nabokov

Humbert è come se avesse ucciso Charlotte, e con Charlotte è morta anche Dolores. Prende la macchina, lascia la casa in cui sono vissuti tutt’e tre per dieci settimane, e corre al college per coronare suo desiderio – vivere con Lolita. Ma Dolores è morta. Ce lo svela Nabokov nel ventiquattresimo capitolo del romanzo. Tutto in quel capitolo è funereo. Il cielo cupo tuona. La casa è una casa livida – the livid house -. Anche il bacio di Jean è tinto di nero, perché lei, Jean Farlow, morirà di cancro due anni dopo. Così Humbert va via, abbandona la realtà, e insegue la ninfa, e lascia sull’asfalto il ricordo di Charlotte, curled up, her eyes intact, their black lashes stil wet, matted, like yours, Lolita.


Kafka e Boccaccio

marzo 17, 2018

Boccaccio, la novella di Rinaldo D’Este, seconda giornata. Rinaldo, mercante devoto a san Giuliano, è derubato. Di notte trova riparo sotto la sporgenza di una casa. Non può entrare dentro le mura del castello. Il ponte levatoio è chiuso. Fuori c’è freddo, nevica. Trema Rinaldo, è malmesso. I gemiti di sofferenza sono uditi da una donna rimasta sola in casa. Mossa da umanità e desiderio, decide di dare ospitalità all’uomo. Offre un bagno caldo, la cena e la propria persona (“la donna, che tutta d’amoroso disio ardeva …”). Leggi il seguito di questo post »