Il paese delle croci

Gianfranco Cambosu ambienta il romanzo a Sas Roches (Le Croci, in sardo barbaricino), paese della Barbagia. Scorrevole e coerente il dettato, vivace nelle similitudini, registro da narratore colto, qualche inserto dialettale nei dialoghi, scritto in terza persona ‘equivoca’: la voce narrante coincide perlopiù col punto di vista del protagonista. Il racconto incuriosisce anche per i riferimenti alla cultura sarda (gastronomia, abiti, archeologia). C’è una rappresentazione strumentalmente univoca di una comunità interna degli anni settanta: accidia burocratica, donne severe e risolute, rigorose e sensuali, uomini beoni e violenti, il fucile sopra il desco, coltelli a serramanico nel taschino, giuramenti impliciti e omertà, il controllo della terra, tante sigarette. Paese di passioni violente, con cui il protagonista entra gradualmente in contatto nel dover indagare su di un omicidio avvenuto quindici anni prima. Descrizioni di dinamiche scolastiche (lui è un prof), il consiglio di classe, i colleghi, le lezioni. Non c’è retorica, in questo. Stringente virata noir a sorpresa, tipo western sardo “arrivano i nostri”. Si apprezza l’abilità nella costruzione del giallo (antropologico?): mostrare a poco a poco una rete di connessioni e interessi che disegnano una società chiusa, povera economicamente ed istintiva, ma orgogliosa. Incipit davvero bello (spiazzante, onirico). La scrittura talvolta ripetitiva negli stilemi (descrizioni minime – lui guarda, pensa, intorno succedono cose che creano tensione ed ambiente). Tutto è detto, spiegato, pensato. Ad eccezione del fatto di cui si indaga e del ruolo definitivo dei personaggi. Il lettore si affida allo scrittore pur di venire a capo dell’omicidio. C’è una storia d’amore o qualcosa del genere, con finale troppo sorprendente. Ma forse è meglio così, più crudo e tremendo, con le colpe dei padri che ricadono sui figli. 

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