Disìo, Eros

Ogni romanzo è un destino. Il buon lettore, fattosi prima ingenuo come un pesce, viene catturato dalle esche, dai magli, dall’astuzia tecnica. Poi salta, sguiscia, e se non salta fuori in tempo, muore beato nella padella dello scrittore, quando lo scrittore è autore di mondi e di gesti estetici. Per cucinare il banchetto della felice illusione — per ingannare e al tempo stesso elevare, per seminare intelligenza e coltivare sensibilità per i comuni mortali — ci vuole arte, sapienza, cuore e ricerca di verità.

Le prime cento pagine – soprattutto le prime cento pagine – di Disìo (ripubblicato da Feltrinelli, e già Rizzoli, 2005) hanno un respiro epico-lirico, mescolato a grana mitica e memoria autobiografica. Eros è l’autore sotto le mentite spoglie della celebre scrittrice Silvana Grasso: Eros dalla capigliatura rosso fuoco.

Poi Apollo cuce la storia delle miserie: lucidità, intreccio, lavoro sartoriale, denuncia civile. Ma nelle pagine che raccontano ciò che è il mito del luogo natale: il paese, la nascita, la violenza del desiderio, la promessa del desiderio: lì abita la fiamma divina che scolpisce la memoria. Esplodono immagini di lava. La parola volteggia, si arrampica, fa capriole e salti funambolici; pulsa il cuore, pulsano delusioni, forza d’animo, avidità di sguardo, odio-amore, guerra e miserie.

Ecco perché — dopo un’ubriacatura d’alcol purissimo, la cui goccia brucia labbra, infiamma il palato, e cento di queste gocce stordiscono, violentano la psiche e l’equilibrio in chi legge — io lettore prendo una pausa. Sono stato posseduto da un Eros catartico: un’esplosione vulcanica, per una vita che non basta mai a farsi capire, a cucire strappi. Sono pagine intrecciate di mirto, corteo dionisiaco. Il destino della fanciullezza, della famiglia. Questo racconto specchio torna violentemente, s’appende a un albero per pinnuliare e vivere disperatamente, ondulare al vento di spasmi, al fiato del destino.

Prendo una pausa prima seguire la protagonista, Memi, che cambia nome anagrafico in Ciane, per affrontare un altro mondo: quello del potere, delle istituzioni, dei segreti degli ospedali, delle università, della burocrazia, della magistratura, della città. Lei, Ciane, nel profondo è invece luogo di paese, comunità dissidio di anime: un paese che non esiste più, andato via col tempo, e che pure resiste nelle pagine come luogo mito di tutti: nelle pagine di Silvana, il cui nome è un destino scomposto d’ardore e acqua lustrale.

Ciane fu Domenica: si nasconde — pirandellianamente — per rinascere, ma resta sempre chidda ddà nei pensieri, quella là che fugge e ritorna, perché i conti in sospeso reclamano. Non riesce a trattenere le scintille dentro le righe della storia in prosa – i fatti contingenti di sempre e di ogni epoca – né nella lingua neutra — l’italiano della corruzione e delle relazioni sporche di interesse e vizi. La storia allora diventa brancatiana, ma anche sciasciana: sesso, delinquenza, magistratura: whisky con ghiaccio. Ciane sbotta: Memi, cioè Domenica bambina, non può dimenticare se stessa, le case popolari, il parto sbagliato, le mani degli uomini.

Di questo libro si potrebbe trarre un film. 

Ma delle prime cento pagine e di altre ancora che danno tridimensionalità alla trama, sarebbe difficilissimo rifare ciò che già si è plasmato nella mente del lettore. Questa scrittura espressiva – parente di Verga, Bufalino, D’Arrigo, Consolo; e ancora: Camilleri, Attanasio – sempre nell’originalità della voce autoriale, dipinge ed evoca: realtà, gestualità, parole, dolore. Anche la colonna sonora, musica. Poema in prosa. Poesia.

E Silvana lo dice:

“Ho bisogno di parole, di suoni: di mute e liquide, di sorde e di sonore, che muzzicano l’anima, vascelli veloci per gli abissi del mio mutilato cuore”.

©Francesco Gianino

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