il polacco Maciej della Tomassini

Che bisognerebbe avere il tono, la voce che racconta sarebbe da immaginarsela. In Sangue di cane la protagonista la sentivamo al nostro fianco che ci soffiava un’epica della marginalità, ed era bello, ed era tremendo. Ora il breve racconto è lucido, controllato, parola scritta per bene, pulita pulita. Distacco narrativo. E no, così non piace leggere di marginalitá, vorrei sentire la puzza di alcol e vedere le gambe smagrite di una puttana slava, perché le parole possano essere quelle sbagliate al posto giusto, storpie e muscolose. Questo stare all’erta abbaglia la scrittrice di luce artificiale. La provincia allora si era confusa con capitale d’impero. Preferiamo sempre il sangue e la puzza di sbornia.

Il cavallo salato di Ippolito Nievo

Alessandro piega l’avambraccio e fa dimostrazione a Carlino del proprio tenore muscolare, al punto che per poco non fa scoppiare la cucitura della camicia, e aggiunge: «Io, vedi, mi son mantenuto così grazie alla mia previdenza. Ho ammazzato i miei due cavalli, li ho fatti salare e me li pappo a quattro libbre il giorno. Dopo sarà quel che sarà. Ma se vuoi entrar a parte della cuccagna…» Carlino fa presente che alla propria donna, La Pisana, il cavallo salato “non le conviene”, dunque convincerà l’amico a impossessarsi del gatto d’Angora, grasso e morbido, della padrona di casa, per cucinarlo e farlo passare per pollo d’India, aggiustandone il sapore con “sedani e cipolline”.  Il gatto viene sgozzato con le forbici che rimanendo insanguinate producono agitazione tra la portinaia, la cameriera e la padrona di casa, poiché probabilmente più che da affetto sono mosse dallo stomaco, pregando inutilmente di aver anche loro una porzione del piatto prelibato. Col tempo, poi, una volta che non è possibile reperire altri gatti o piccioni, Ippolito Nievo dice, con la voce di Carlino, che fu “ben fortunato di ricorrere al cavallo salato di Alessandro. Ma dàlli e dàlli, non ne rimasero che le ossa; e allora ci convenne far come tutti; vivere di pesce marcio, di fieno bollito e di zuccherini, dei quali era in Genova grande abbondanza”. Tuttavia, notasi bene, La Pisana, si ciberà solo di zuccherini, cosa che le donerà un certo buon colorito di viso, e rimpiangerà eufemisticamente parlando il buon pollo d’India, ben sapendo che carne di gatto era stato e non altro.

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